Gabriella, la mia erotica sig.ra Rottermayer (continuazione de 'Il pianerottolo')




Scritto da Ganimede,
il 2015-09-18,
genere etero

Mio padre era dotato di un intelligenza eccezionale. Aveva la quinta elementare e forse manco quella.
Era cresciuto durante la Seconda Guerra Mondiale, che per lui non finì
nel 1945. Non ci filavamo molto ma tra noi c’era molto rispetto. Un giorno lo
misi al corrente del mio intento di battere la zona di Parma per provare a
vendere il prodotto dell’azienda che lui aveva creato.
-“Ah. Parma. Scommetto che andrai subito alla xxxxxlat… Posso suggerirti un cosa?”.
-“Certo”.
-“Tutti i venditori vanno sempre alla xxxxxlat perché è la star del mercato. Molti ci provano. Pochissimi riescono. Troppa concorrenza e atteggiamento strafottente dell’ufficio acquisti. Tra l’altro, chi anche vende, molto spesso lo fa rimettendoci, solo per poter dire di aver venduto alla xxxxxlat. Ti invito a pensare che magari, a pochi km da lì, c’è chi ti accoglierebbe a braccia aperte
e sarebbe ben disposto nei tuoi riguardi. Sai, sono cose che si imparano col
tempo. Ma tu fa ciò che credi”.
Aldilà di ciò che le cronache ci hanno riportato poi, credo che mio padre mi diede un ottimo consiglio. Mi manca molto. O meglio mi mancano i suoi consigli. Comunque, non ho mai dimenticato queste sue parole.
Lavoravo da qualche tempo per una multinazionale. Uffici e riunioni, riunioni e relazioni. Non facevano per me ma tant’è… Ci si adegua. I pro erano diversi ad ogni modo.
In particolare la ricca fauna femminile. Mi chiamò a rapporto il capo. Arrivai
e trovai ad attendermi lui e la signora Gabriella, una segretaria di livello
intermedio. L’avevo intravista in giro un paio di volte e mi era sembrata la
tipica signorina Rottermayer, capelli raccolti, occhiali, camicia bianca e
gonna nera. Avevo notato che incrociandomi faceva finta di essere impegnata.
Sapevo riconoscere la timidezza, soprattutto quando si faceva di tutto per
camuffarla. Sono abituato perché intimidisco molto. Ho dovuto lavorarci su
parecchio. Mi sedetti e il capo attaccò il suo discorso. Sapevo già dove voleva
andare a parare e dopo un minuto e mezzo già lo ascoltavo con il 5% del mio
cervello. Così mi misi a studiare la signorina Gabriella. Mi colpirono le
scarpe. Belle, di camoscio scuro, tacco 12 notai. Le scarpe sono
importantissime per me soprattutto in una donna. Il suo abbigliamento
convenzionale, visto da quelle scarpe, non lo era più così tanto. Gabriella non
era affatto una donna ordinaria. Di proporzioni normali, era una donna di circa
45 anni che si teneva molto bene. Capelli ben curati, gambe perfettamente
depilate, mani curatissime, trucco leggero e adeguato. Non era una virago ma
era una donna assolutamente piacevole da guardare. E lei si accorse che io le
stavo praticamente facendo una radiografia. La vidi muoversi sula sedia un paio
di volte di troppo e girarsi tra le dita la sua bella collana. Quando cambiò
gamba accavallandole di nuovo, mi apparve un piccolo tratto della sua coscia e
dondolava il piede in modo molto sexy. Mi piaceva molto, in tutti i sensi. La
riunione finì e il capo le disse di preparare un piccolo memorandum di quanto
ci eravamo detti. Uscimmo dall’ufficio e lei mi saluto andandosene, quasi
sgarbatamente.
-“Mi scusi”.
-“Sì?” disse girandosi.
-“Posso chiederle una gentilezza?”
-“Mi dica, se posso…”
-“Potrebbe mettermi in copia e farmi avere una copia del memorandum?”.
Assunse un aria scocciata, manco le avessi chiesto dei soldi.
-“Veramente non sarebbe mio compito”.
-“Lo so. Lei comunque dovrà farlo. Le chiedevo di mettermi in copia, se vuole e se può”.
-“Ma lei non è grado di farsi il suo, scusi?”.
-“Si. Ma sono convinto che lei sia molto più esperta di me. Io non sono qui da molto. Ma non voglio sembrarle un approfittatore. Faccia come se non le avessi detto niente. La ringrazio e mi scusi. Buongiorno”.
Scappai letteralmente via senza darle possibilità di replica. Un’altra tecnica che mi aveva suggerito mio padre era il “Chiedi aiuto al tuo cliente”. Quando ti trovi in difficoltà in una vendita perché il tuo prodotto è ad un livello tecnico
inadeguato, se hai pazienza, puoi chiedere consiglio su come migliorare il tuo
livello di competitività al cliente stesso che ti ha appena rifiutato
l’acquisto. Con un po’ di empatia, ammesso che tu l’abbia ovvio, chiedi a lui
di suggerirti quale sia la forma e il prodotto che lui avrebbe comprato.
Automaticamente lo poni su un livello superiore e lui perderà la naturale
ritrosità, non voglio chiamarla sfiducia, che spesso ha chi deve comprare. Stabilisci un contatto dove lui insegna e tu impari.
E’ quasi certo che, saprai relazionarti, alla fine lui comprerà anche da te. Inoltre qui avevo usato anche un po’ di “Grazie lo stesso, Mi
scusi, non importa” che suscita spesso un po’ di tenerezza in chi lo dice.
Tutto sommato Gabriella quel memorandum lo doveva scrivere. Bastava mettermi in
copia. La sua era una presa di posizione di principio. Se proprio ci teneva… ma
non le avevo chiesto di stare sveglia la notte.
Il mattino dopo accesi il PC e trovai nella posta in arrivo il memorandum. Sorrisi e notai che l’invio era avvenuto alle 19,50 del giorno prima. Era un’informazione interessante. Offriva un aggancio.
La mia risposta fu:
“La ringrazio molto per il suo lavoro che trovo, come sapevo, ineccepibile e perfettamente strutturato. Tra l’altro mi ha permesso di ricordare alcuni punti che mi ero scordato o forse non ho inteso. Le confesso Gabriella: ero alquanto distratto.
Ancora grazie.”
Presi nota del tempo che ci mise a rispondere dal momento in cui mi arrivò la conferma di lettura. Stava pensando se rispondermi?
Forse non gliene importava nemmeno. Quasi 10 minuti dopo arrivò la risposta.
Esultai.
-“Distratto da cosa?”
La risposta era così breve che mi permise di non aprirla. “Lo sai benissimo… Ma se aspetti che te lo dica in questo modo e qui… ne hai di tempo da aspettare” pensai. E la cestinai.
Adesso bisognava avere pazienza, che poi è la prima virtù del venditore.
O del cacciatore? “Tutto sommato i clienti hanno ragione a dubitare dei venditori” pensai.
Tutti i testi e i corsi di tecniche di vendita si basano su manipolazioni psicologiche di qualche tipo. Ma, come in tutte le cose, con un certo talento ci si nasce.
Io non sono un venditore. E non sono neanche un cacciatore. Mi definisco un
osservatore. E adoro osservare le donne. Gabriella aveva suscitato in me un
interesse istantaneo, istintivo. Sentivo che dietro la sua facciata algida
ardeva una fonderia di desiderio. Mi ero informato su di lei. Faceva parte della
disciplina. Divorziata, madre di 2 figli oramai adulti, rappresentava il
prototipo della donna indurita da un marito stronzo e una vita che avrebbe
potuto ma che non è stata. Per un osservatore poco attento od inesperto,
avrebbe rappresentato una cima che probabilmente non valeva la pena tentare di
scalare. A che pro? Io invece vedevo in lei una donna molto attraente e tutta
da scoprire, proprio partendo dal monte dei suoi problemi passati. Facevo
apposta ad evitare ogni possibile situazione di incontro. La incrociai qualche
volta e feci in modo che notasse che la stavo evitando. Una volta ebbi la
sensazione di notare del disappunto in lei per questo, come se volesse dire:
“Ma guarda che maleducato!”. Ma sapevo che avrebbe avuto dei dubbi su questo.
Un maleducato non le avrebbe mandato la mia risposta. Quindi volevo portarla a
pensare diversamente, diagonalmente. “E se…?” questa semplice frasetta nasconde
la madre di tutte le masturbazioni mentali. Mettere nella testa di una persona,
specialmente di una donna sessualmente attiva, queste paroline, sostanzialmente
equivale a prenderne il controllo. Sempre che abbia almeno un minimo interesse
nella persona che lo fa, ovvio. Puntavo su questo. D’altronde avevo già scelto
il tempo e il luogo per il nostro “fortuito” incontro.
Il meeting aziendale si teneva in una spa, albero, ristorante poco fuori città. Al solito l’organizzatore si era tenuto ampia scelta su come far passare la serata agli invitati. A me queste cose non sono mai piaciute. Troppa gente, troppo rumore.
La preda si distrae e resta sempre sul chi vive. Troppi i testimoni di un
eventuale debolezza. Dopo i discorsi si erano formati alcuni capannelli di
persone. I più folti era quelli dei capi e delle belle donne, peraltro alcune
davvero notevoli nei loro vestiti da sera. Avevo subito adocchiato Gabriella,
facendo attenzione che lei non mi vedesse. Si guardava molto intorno, come se
cercasse qualcuno. Volevo pensare che cercasse di individuarmi. Era vestita
sempre con la sua divisa istituzionale, solo che la gonna era qualche
centimetro più corta, lo spacco leggermente più ampio, la camicia con un
bottone slacciato in più. Apprezzai il suo pragmatismo: una donna elegante,
molto spesso, è una donna che fa semplicemente vedere più gambe, più seno, ecc…
almeno per molti maschi la cosa è equivalente, se non preferibile. Le arrivai
alle spalle quando si girò per prendere un bicchiere di vino bianco. Quando si
rigirò mi trovò di fronte a lei molto vicino ma non troppo. Quasi rovesciò il
vino dalla sorpresa.
-“Buonasera Gabriella. Come sta? La trovo davvero bene…”
-“Saal… vee! Mi ha fatto spaventare…”
-“Beh, mi perdoni… Tuttavia le confesso che non mi dispiace averle fatto battere forte il cuore. Credo che forse sia l’unico modo che ho, non trova?”. Ebbi l’impressione che le cedettero le gambe per un istante. Le lascia il tempo di riprendersi girando intorno lo sguardo. Poi dissi:
-“Lei non trova uno spreco tutto questo?”
-“Perché? Cosa intende?”. Non mi aveva detto No, non sono d’accordo.
-“Ci riuniamo qui ad un costo notevole per dirci esattamente le stesse cose che ci potremmo anzi, ci diciamo, in ufficio.
Solo con abiti più eleganti, con scollature più ampie, con risate di circostanza di qualche tono più alto. Stasera ho notato
che solo lei Gabriella è quella che è sempre. La trovavo incantevole l’altro
giorno, la trovo incantevolmente deliziosa ora. La prego di scusarmi” E me ne
andai. Ancora. Quando raggiunsi una distanza sufficiente mi girai velocemente a
guardarla. Era impalata col bicchiere in mano, come se l’avessero congelata. Dovevo lasciarla riflettere, prendere una decisione. La prossima volta che ci saremmo incontrati doveva fare in modo di non permettermi più di andar via, in ogni modo. Adesso il lavoro lo avrebbe fatto lei ma sarebbe finito come e dove volevo io. Almeno speravo.
Guardando la sala mi tornarono in mente le sagge parole di mio padre:
“Tutti a scornarsi per la star… e tutti più o meno a farsi seghe”. C’erano le due belle impiegate direzionali attorniate da un nugolo di uomini più o meno gaudenti e molto più che meno
ridicoli. Sembravano mosche intorno ad una merda. Che spreco di tempo e di
energie. A chi darla quelle avevano già deciso da tempo. E io sapevo quasi certamente che avrebbero scelto tra gli altissimi dirigenti. Dopo di ché, accalappiato il pollo e spremutolo per bene,
sicure ormai della loro forza soprattutto ricattatoria verso le moglie
cornificate dei medesimi, si sarebbero scelte il loro stallone da monta,
cornificando gli stessi alti dirigenti. Loro, le donne, avrebbero detto per
vendetta, perché: “Non ha mantenuto le promesse… E poi vuoi che una come me
vada con quel vecchio? Ma non se parla… Poi scusa, non sono mica la sua
schiava… O no? “. Intanto tu la montavi a pecorina, nella stessa stanza di
motel dove la portava “il vecchio” ma in un giorno diverso. A fine chiavata poi, ti raccontava dei problemi che aveva col marito, che molto spesso lavorava nella stessa azienda: “Un pirla… Non ha le palle, non si impone. Meno male che mia figlia ha preso da me…”. Io avevo dovuto fare una specie di training autogeno, per non allargarmi il culo dalle risate ogni volta che sentivo ‘sto ritornello. Devo dire che la parte del ” meno male che mia figlia che ha preso da me” mi metteva a dura prova.
Guardavo Gabriella che adesso parlava con una collega. Quando la vidi
guardare l’ora decisi che era venuto il momento. Mi avvicinai con tutta la
calma di cui fui capace.
-“Ti faccio una proposta: andiamo via”
-“Va bene… Avverto la mia collega che torno con te”
-“Ti aspetto fuori”
Saliti in macchina non parlammo per qualche minuto. Era palese ciò che
volevamo l’uno dall’altra. Mi diede le indicazioni per portarla a casa. Io
avevo già inserito il suo ‘indirizzo e quello di un motel lì vicino. Lei mi
guardava mentre guidavo.
-“Perché mi guardi?”
-“Cosa vuoi da me?”
-“Lo sai Gabriella, lo hai saputo da subito”
-“Non posso”. Mi sentii gelare il sangue. Le alternative erano 2: non
voleva cedere subito, non poteva per qualche motivo. Rimasi in silenzio. Dovevo
aspettare che fosse lei ha chiarire la cosa.
-“Mia figlia mi aspetta a casa. Non è stata bene”. Dentro di me tirai un
sospirone lunghissimo. Non poteva. E quindi voleva dedussi. A volte bisogna
seguire la propria rotta a tutti i costi.
-“Capisco. Sappi però che ti desidero. Molto”
-“Puoi aspettarmi?”. Non sapevo come interpretare la domanda? Cosa
intendeva? In che senso? Aspettarla dove, per quanto? Vedendomi titubare mi
anticipò lei.
-“Mi accerto di come sta e torno da te ok?”. Cazzo… Sta donna mi fa
venire una sincope pensai. E Mi venne, da un ricordo lontano, un idea.
-“Ti accompagno”
-“Ma no non occorre”
-“Insisto”. Non mi è mai piaciuto fare sesso in macchina. Mentre invece
adoro farlo in un altro posto. Entrati
nel portone la fermai e la bacia molto profondamente, toccandole immediatamente
le tette e il culo, mentre lei cercava di chiamare l’ascensore. Saliti,
continuammo a baciarci e a toccarci. Le presi una mano e gliela misi sul mio
uccello durissimo.
-“Oddio… Dai aspetta…”
-“No. Guarda” E lo tirai fuori. Lei lo guardò con gli occhi più languidi
che avessi mai visto. Le presi di nuovo la mano e lei lo prese, iniziando a
farmi una sega, istintivamente. Guardai cosa stava facendo e lo fece
anche lei. Le spinsi giù la testa e lei ci andò subito, senza alcuna
resistenza. Mi diede una bacio sulla cappella e una leccatina appena accennata.
-“Dio che bello…” Le sentii dire. Le presi la testa e glielo spinsi in
bocca. Lei lo prese dentro ma subito si staccò.
.”Aspetta. Ti prego, fammi andare…”
-“Guarda…” Mi passai l’indice sul canale spermatico e feci uscire un bella goccia di liquido seminale dalla punta del cazzo.
-“Oddio…” Con un gesto svelto ed esperto lei andò a succhiarla via.
-“Che sapore meraviglioso… Uhhhmmm” Mi diede due belle imboccate ma poi si staccò ancora.
-Fammi andare, ti prego”
-“Ti aspetto qui”. Girai e le indicai il pianerottolo.
La vidi ricomporsi, infilare la chiave nella toppa e entrare in casa sua. Aspettai per una ventina di minuti che mi sembrarono 200.
Poi riapparve. Non aveva cambiato niente di sé. Io avevo
immaginato di vederla arrivare da me in vestaglia senza niente sotto.
-“Perché non ti sei messa più in libertà?”
-“Non potevo. Mica è scema mia figlia. Le ho detto che tornavo giù un
attimo da te in macchina. Mi h guardato in modo strano. Mi hai sconvolto”
-“Anche tu. Viene qui…”
-“No dai, andiamo in macchina… non possiamo stare qui, ci sentono i miei vicini… mia figlia…”
-“Va bene ma adesso vieni qui. Baciami”. La presi e la bacia ficcandole
più lingua e che potevo in bocca e palpandola ovunque. La sentii cedere a ogni
tocco, a ogni colpo di lingua.
-“Ti prego”. Mi sussurrò nell’orecchio.
Le feci rifare le stesse cose che avevamo iniziato a fare in ascensore, io
appoggiato al muro e lei accovacciata sulle scale, in una posa oscena e
bellissima. Spompinava benissimo e con voglia. Si capiva che era a digiuno da
parecchio. Teneva gli occhi chiusi. La trovavo stupenda. Mi stava facendo
venire, forse per levarsi alla svelta dalle scale di casa sua pensai. La fermai.
La girai di spalle palpandole i grossi seni. Poi scesi e le alzai la gonna. Era
senza mutande. Bellissima, dolcissima, timida. E che Troia. La piegai facendola
appoggiare al corrimano delle scale, glielo puntai tra le labbra. Lei si mise
una mano tra le cosce cercandomi l’uccello da dietro e mi aiuto a penetrarla. Entrai subito tutto. Era bagnatissima. Dopo mi confessò che era in quello stato dal giorno in cui fummo insieme in ufficio. La pompavo bene dandole colpi lunghi e a fondo. Lei si mise una mano tra le cosce e iniziò a sgrillettarsi. Ci sforzavamo di stare in silenzio ma era impossibile. Stavo venendo ancora. Quella donna e quella situazione mi eccitavano da morire. Mi staccai e la vidi voltarsi con disappunto. Mi supplicava con gli occhi di continuare. Forse anche lei stava
per venire. Mi sedetti sulle scale e me la feci venire davanti, in piedi. Mi misi
una sua gamba su una spalla e le leccai la figa grondante. Dopo alcuni minuti mi fece staccare la testa e prese a sgrillettarsi selvaggiamente. Le bastarono alcuni secondi per venire. Emise un grido strozzato, gutturale, sordo. Era devastata da violentissime scosse mentre la tenevo per le natiche. Nella luce fioca le vidi colare tra le cosce un rivolo di umore. La presi per i fianchi e la feci sedere sul mio cazzo, impalandola. Mi abbracciò stringendomi con una forza che non sospettavo avesse. Le scosse la ripresero. Stava venendo ancora. Mi saltava sul cazzo con furia. Le sentii dire:
-“Godo.Godo.Godo… Dio come vengo…”. La cosa mi eccitò tremendamente e
sentii arrivare la sborrata.
-“Anch’io. Sto venendo”.
-“No! Non venirmi dentro!”. Saltò via da me come una furia. Io me lo
presi in mano tentando di fermare lo sperma ma era decisamente troppo. Lei si
precipitò a imboccarmelo e le sborrai subito in bocca. La sentii deglutire lo
sperma rumorosamente. Doveva veramente essere tanto. Mi diede una piccola serie
di imboccate mentre continuava ad ingoiare. Fu stupendo. Una bravissima pompinara, esperta, paziente, completa. Come ogni donna dovrebbe essere. Mi ridiede il cazzo pulito perfettamente. Si tirò su con un espressione soddisfatta. Mi baciò con la lingua impastata del mio seme. Era la prima volta che lo permettevo.
-“A domani”
-“Ciao”
Si sistemò la gonna e se ne andò in casa sua: sua figlia la aspettava.

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