Felicità perduta by esperia [Vietato ai minori]




Seduto sul terrazzo della mia casa a Positano, guardando il tramonto sul mare, mi godevo quella estrema calma, quello spettacolo magnifico.

Mia moglie mi raggiunse sul terrazzo con due bicchieri di vino bianco e passandomene uno mi annunciò che la cena sarebbe stata pronta tra non molto. Un branzino all’acqua pazza. Già dalla cucina si sentiva un profumo…!

Mi chiesi se quella fosse la felicità. Hmmm… No, Ero contento, appagato, tranquillo forse, ma non proprio felice.

Mia moglie si sedette un momento accanto a me e mi prese la mano.
– È così bello e calmo qui! E si sta così bene, anche in ottobre!

Mi girai a sorriderle, poi diressi lo sguardo verso destra, dove il sole stava tramontando. Il promontorio lo nascondeva alla vista, ma i suoi raggi incendiavano le poche nuvole nel cielo e la superficie del mare: un trionfo di colori.

E in quel momento i ricordi tornarono ad affiorare.

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Trentasei anni prima.

La festa per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei miei nonni. Incredibile. Si erano conosciuti in chiesa e si erano sposati giovanissimi, con un matrimonio che, senza essere “combinato”, aveva avuto l’accorta regia delle due bisnonne e l’entusiastica approvazione delle famiglie.

Io avevo passato moltissimo tempo con loro, praticamente tutte le estati, nella loro casa di campagna, dai quattro ai diciannove anni, da giugno a settembre. Senza contare i Natali, le Pasque e le altre feste comandate.
Li consideravo sullo stesso piano dei miei genitori e avevo un grande rispetto per loro a dispetto della confidenza.

Quel giorno (avevo quindici anni) chiesi a mio nonno come avesse fatto a capire che la nonna era la donna giusta per lui. Mi guardò un attimo, tanto per capire se parlassi sul serio e poi mi rispose:
– Simone, non devi preoccuparti. Arriverà anche il tuo momento, come succede sempre a tutti i bravi ragazzi. Quando te la troverai davanti lo capirai subito, in un momento, che quella sarà la donna per te, che non ce ne potrà mai essere nessun’altra, e non dovrai far altro che sposarla e vivere per sempre felice con lei. Come ho fatto io.

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Quindici anni prima

Finalmente, dopo anni di studio a Pavia, tirocini, notti al pronto soccorso, esperienze infelici e sottopagate e spaventosi debiti con le banche, pareva proprio che il mio studio medico di ginecologia in via Castel Morrone a Milano cominciasse a dare i suoi frutti.
Mi ero fatto conoscere facendo nascere migliaia di bambini nella vicina clinica Mangiagalli e il passaparola aveva fatto il resto. La sala d’aspetto dello studio condiviso con una collega era sempre piena e finalmente potevo affermare di non essere più in ristrettezze economiche.

Mia moglie Francesca aveva condiviso con me i momenti difficili, mi era stata sempre accanto e si era data da fare anche in quei brevi periodi in cui i miei guadagni erano pari a zero. Aveva tenuto in piedi la baracca col suo lavoro e col suo stipendio senza mai un rimprovero, una smorfia, uno sguardo storto, un commento velenoso.

E finalmente ne godevamo i frutti.

Francesca era fantastica. Era successo proprio come aveva predetto mio nonno: appena la vidi (presentatami da un amico comune), fu come se qualcuno avesse spento un interruttore che governava l’interesse per le altre donne. Vedevo solo lei. Le feci una corte serrata e ci sposammo un anno dopo.

La nostra felicità era totale, l’intesa perfetta. Il sesso poi! Fuori da ogni immaginazione.

Lei preferibilmente interpretava il ruolo passivo. Si lasciava andare, si abbandonava e si lasciava fare tutto ciò che mi passava per la testa. Orale? Nessun problema. Anale? Si offendeva se non lo facevamo. Posizioni? Tutte quelle del Kamasutra.

Però di tanto in tanto prendeva l’iniziativa e faceva cose che mi mandavano in orbita.

Come per esempio quando fingeva di essere una mia paziente e si presentava in studio alle sette e mezza, dopo l’ultima cliente, immaginandosi un problema.
– Dottore, la mia vagina è sempre bagnata, sempre! Sto sporcando cinque mutande al giorno! Mi aiuti lei, dottore!
– Mi faccia vedere, signora, qui Il problema è grave e bisogna intervenire subito!

Si metteva sul lettino, nuda, a gambe larghe, con la faccia di quella che ha bisogno urgentemente di aiuto e gli occhi innocenti.

Quante volte l’ho trombata sul lettino ginecologico! Me lo faceva tirare al punto che credevo scoppiasse!

Furono anni di totale felicità di coppia. L’amavo alla follia. Pensavo di aver sposato la donna migliore del mondo.

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Dodici anni prima

Un mercoledì sera, appena finito di cenare (con il mio lavoro di solito facevo molto tardi ed erano le nove passate), Francesca si alzò dal tavolo della cucina e tornò dopo pochi istanti con una gruccia a cui era appeso un completo da tennis nuovo e di marca ed una borsa che conteneva una racchetta da professionisti.
– Sorpresa!
– Sorpresa? Che significa?
– Che ultimamente ti ho visto un po’ pallido e stanco e d’accordo con Giovanna (la moglie del mio amico Enrico, un avvocato – ndr) ho deciso che questo fine settimana te ne vai a Porto Cervo con Enrico e Walter (un altro mio amico dentista, divorziato – ndr) per un corso di tennis esclusivo. Ci sarà Adriano Panatta come istruttore. Non te lo puoi perdere.
– E tu? Che farai a Porto Cervo?
– No, no. Io resto a casa. Sarà una cosa tra maschi, solo voi tre. Te lo meriti ed è giusto che noi ragazze non vi siamo d’impiccio. Giocherete tutto il tempo che vorrete, berrete fiumi di birra, fumerete sigari buttando la cenere per terra, vi racconterete le vostre storie senza preoccuparvi per noi. Una vera vacanza.
– Noi soli?
– Già. Giovanna ed io abbiamo organizzato tutto. Biglietti, prenotazioni, navette, iscrizioni al corso… Tutto insomma, perché vi possiate divertire senza preoccupazioni. Venerdì pomeriggio un taxi vi preleverà tutti e tre e vi porterà alla Malpensa. Da lì con Easyjet a Olbia, dove verrete prelevati e portati all’Hotel Cervo, uno dei migliori, dove rimarrete fino a lunedì mattina. Vedrete, ve la spasserete alla grande!

E, nel dir questo, si chinò a carezzarmi la testa e a darmi un tenero bacio sulla bocca.

Io, veramente, non provavo questo grande entusiasmo per un week end con i miei amici: Walter, soprattutto, si ubriacava al punto di perdere il controllo, si metteva a urlare e a toccare il culo a tutte le donne presenti. Ci faceva fare sempre delle brutte figure. Ed Enrico invece parlava solo di lavoro, di tasse, di soldi… Insomma, lo potevo sopportare per un paio d’ore, ma due giorni mi parevano troppi.

E poi, per dirla tutta, la mia idea di fine settimana perfetto sarebbe stato quello di rimanere tutto il tempo a letto a fare l’amore con mia moglie. Almeno fosse venuta anche lei…

Però d’altra parte non me la sentivo di non dimostrare entusiasmo per quello che mi sembrava un grande regalo da parte sua, estremamente costoso e di cui lei pareva esserne orgogliosissima.
– Ti ringrazio infinitamente per questo meraviglioso pensiero. Sicuramente passeremo un fine settimana splendido e te ne sarò grato in eterno. Mi mancherai moltissimo, comunque, e lunedì sera, al mio ritorno, ti dimostrerò quanto. Ho intenzione di strapazzarti per bene…

Deciso quindi a fare buon viso a cattivo gioco e mi preparai a cercare di divertirmi durante questo lussuoso fine settimana.

Così, quel venerdì pomeriggio preparai la valigia per il mio corso di tennis in Sardegna. Da due anni ormai non giocavo più con continuità ed ero sicuramente molto arrugginito. Ma non ero preoccupato. In fin dei conti si trattava di divertimento e non c’era nulla da vincere.

Anche se non fossi stato all’altezza l’avrei presa sul ridere.

Francesca mi guardava con sguardo materno e con un sorriso indulgente.
– Giovanna ed io passeremo il fine settimana rilassandoci. Faremo insieme un po’ di shopping e c’è questa ipotesi di un trattamento di bellezza in una spa di cui lei è entusiasta. Ma non abbiamo ancora prenotato nulla quindi non so cosa decideremo alla fine. Di sicuro non ci annoieremo: abbiamo così tanti pettegolezzi da scambiarci…
– Va bene. Divertitevi. Oh, pare che il taxi sia arrivato. Vieni qua, fatti baciare che devo andare.
– Divertiti e non preoccuparti per me. Quando tornerai ci rifaremo del tempo perduto, te lo prometto. Ora vai. E ricordati che ti voglio bene.

Dieci minuti dopo, sul taxi, cominciavo a perdere interesse ai discorsi di Walter, su come avesse conosciuto Adriano Panatta e di quanto fossero diventati amici. Sapevo benissimo che si trattava di clamorose esagerazioni se non di vere e proprie balle. Così mentre Walter non smetteva di vantarsi, cominciai a spuntare mentalmente la lista delle cose che avevo portato con me per essere sicuro di non aver dimenticato nulla.

– Caspita! Le medicine! Ferma!

Avevo avuto un piccolo problema alle vie respiratorie e il medico mi aveva prescritto degli antibiotici per dieci giorni. Ormai non avevo più alcun fastidio, ma avrei dovuto continuare il trattamento antibiotico ancora per un paio di giorni per evitare pericolose ricadute.

Dopo una breve discussione convinsi i miei amici a riaccompagnarmi a casa e il taxi fece inversione. Eravamo prudenzialmente in anticipo per il volo e avevamo solo il bagaglio a mano. Non avremmo perso l’aereo.

Arrivato a casa cercai di fare meno rumore possibile. Avrei preso il blister con le pastiglie che stava in bagno e avrei cercato di non farmi scoprire da mia moglie, per non fare la figura dell’imbecille smemorato.

Quando però mi avvicinai al bagno la sentii parlare nella camera da letto, dietro la porta socchiusa. Era al telefono con qualcuno. Incuriosito, mi avvicinai per ascoltare.

E mi si gelò il sangue.

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Prima telefonata

– Avevi davvero ragione, Giovanna! Farsi trombare da un cazzo di quelle dimensioni è davvero incredibile!

Non ci potevo credere. Dovevo aver capito male. Cercai di avvicinarmi ancora un po’, ma naturalmente ascoltavo solo la voce di Francesca e non quella della sua interlocutrice Giovanna.

– Saranno almeno almeno ventotto centimetri, da non credere! E grosso come una lattina di Coca Cola!
– Certo, appena l’ho visto non credevo ai miei occhi. Non ho potuto fare a meno di toccarlo, di prenderlo in mano… Non capita certo tutti i giorni una cosa simile.
– No, non era finto. Era tutto vero, tiepido e pulsante, con le vene in rilievo e tutto il resto!
– No, hai ragione. Carlos non ha idea di come leccare una passera, non ha certo l’abilità di mio marito Simone. Però è stato sufficiente per lubrificarmela al punto di poter accogliere il suo mostro.
– Cos’ho provato, vuoi sapere? – Qui fece una pausa e tirò un sospiro. – Al principio ho sentito un male cane. Devo avergli chiesto almeno dieci volte di smettere nei primi minuti. Era come se mi stesse aprendo in due. Però poi è cominciato anche il piacere. Sai bene di cosa parlo, no? Piacere intenso, che vorresti non finisse mai, anche se sapevo che mi aveva lacerata e che stavo sanguinando un poco. E poi quella voglia di averlo ancora, e ancora…
– Sì, adesso lo so, ma allora non lo sapevo ancora. Finché ho avvertito le sue palle che sbattevano contro le mie chiappe. Fino a quel punto avevo tenuto gli occhi chiusi, come una verginella, cercando di resistere al dolore. Poi quando ho sentito il suo bacino sbattere contro il mio ho aperto gli occhi e l’ho guardato. È stato allora che mi ha lanciato quel suo mezzo sorrisetto e mi ha detto qualcosa come “lo sapeva che voi fica blanca potete prendere toda mi pinca”.
– Ma di dov’è? Colombia? Nero com’è! Forse Uruguay. Chissà. So solo che a un certo punto ho cominciato a chiedergli di scoparmi, di non smettere. Verso la fine devo aver perso la testa e lo supplicavo di scoparmi così per sempre, per tutto il resto della mia vita.
– Orgasmi? Ti giuro, ho perso il conto. Decine di sicuro. Non ho mai provato niente del genere, nemmeno lontanamente. So solo che avrei fatto qualsiasi cosa, qualsiasi cosa perché non smettesse di muovere quella sua mazza dentro di me.
– Per fortuna sei intervenuta tu, altrimenti sarei ancora lì col suo cazzo dentro di me. Ho fatto appena in tempo a tornare a casa prima di Simone.
– No, no, non sospetta niente. Per carità! Per lui sarebbe un colpo mortale, da cui non si riprenderebbe più. E poi, geloso com’è, mi ammazzerebbe!
– È stato un colpo di fortuna. Proprio quella sera Simone è tornato a casa con un principio di bronchite, aveva anche qualche linea di febbre e non se la sentiva di fare sesso. E anche per i due o tre giorni successivi non era in forma, così, quando abbiamo ricominciato non ero più sfondata come prima e non s’è accorto di niente. Ci sono voluti tre giorni perché tornassi normale qua sotto…
– No, neanche per sogno.
– Giovanna, Simone è l’amore della mia vita, non lo lascerei mai. Se dovessi scegliere tra una vita piena di orgasmi, ma senza di lui e una con lui, ma senza orgasmi, non avrei nessuna esitazione: sceglierei lui e rinuncerei agli orgasmi.
– No, non sto scherzando. Dico sul serio.
– Lo sai bene perché l’ho fatto! È colpa tua! Se non mi avessi riempito la testa durante gli ultimi sei mesi con tutte quelle minuziose descrizioni di Carlos, di quanto enorme fosse il suo cazzo e del diritto di noi donne di sperimentare qualcosa del genere almeno una volta nella vita, non mi sarebbe mai venuta la curiosità di provare!
– Se io sono troia allora tu cosa sei?
– Io? solo per curiosità?
– E tu come lo sai?
– Che pettegolo! Avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa! Non sarai gelosa?
– Sì, è vero, comunque. Ho appuntamento con lui questa sera. Ho programmato di passarci la notte insieme.
– Sì, tutta la notte. Sì, perché sarà l’ultima volta e voglio godermela fino in fondo, senza fretta e senza preoccupazioni.
– L’ultima volta, sì. Mi tolgo questo capriccio e poi tornerò con i piedi per terra. Non voglio certo mettere a rischio il mio matrimonio!
– Simone è al corso di tennis con tuo marito e l’ultimo dei suoi pensieri è che lo possa tradire.
– Se succede come l’altra volta ci vorranno tre giorni prima che possa riprendere a fare sesso con lui. Vorrà dire che lunedì sera inventerò una scusa, che so, un qualche mal di testa o di stomaco. Per martedì dovrei essere a posto.
– Ma dimmi una cosa: non c’è la possibilità che la mia passera rimanga così slabbrata per sempre? Che non ritorni mai più come prima?
– Sei sicura?
– Quindi Enrico non si è mai accorto di niente?
Beh, mi stai tranquillizzando. Sai, sono un po’ preoccupata…
Va bene. Allora ti chiamerò domattina, quando Carlos se sarà andato e ti farò un resoconto dettagliato. Sei curiosa come una scimmia.
Va bene. Ciao. A domani.

Che dire? Non avrei potuto essere più tramortito di così, nemmeno se qualcuno mi avesse dato una martellata in testa.
Tutta la conversazione non era durata più di tre o quattro minuti, ma aveva cambiato per sempre la mia vita. È strano come uno non sia mai preparato per situazioni come queste quando si presentano. E si presentano sempre, prima o poi.
Quei tre – quattro minuti, quando ci ripenso e li rivivo nella mia testa, mi sembrano un’ora o più. Forse perché ciò che mia moglie stava pianificando con leggerezza per me invece era la fine del mondo, per lo meno del mio.
La realtà della situazione mi aveva preso a sberle costringendomi a prendere coscienza della verità.
Mia moglie mi aveva tradito e si preparava a farlo di nuovo, con un altro uomo. Sentii distintamente il mio cuore spezzarsi.
Constatai che era pronta a togliersi le mutande per un altro solo perché il suo cazzo era più grosso del mio.
La crepa che sentivo nel cuore si propagava rapidamente nel cervello e in tutto il corpo, diramandosi in crepe più piccole.
Persi la fiducia nel futuro.
Avrei sempre potuto diventare più colto, più attivo, più esperto, più attento. Avrei sempre potuto cercare di essereun uomo o un marito migliore. Ma non avrei mai potuto farmi crescere il cazzo come quello di Carlos.
Lui (e anche Giovanna) avrebbe sempre saputo che Francesca preferiva il suo cazzo al mio. Mi sentii avvampare per la rabbia e l’umiliazione. E un pensiero mi colpì. Francesca aveva organizzato questa due giorni di tennis full immersion non già perché preoccupata della mia salute o del mio stato di stress, ma perché mi voleva fuori dalla balle per essere libera di spassarsela con la mazza di Carlos! Nel nostro letto!
Nel MIO letto!
Mi sentii esplodere dentro. Tutto ciò che consideravo prezioso, sacro persino, nel nostro rapporto, si stava dimostrando nient’altro che spazzatura. Chi ero io, quindi? E chi era mia moglie? La donna affettuosa e innamorata, la compagna leale e affidabile, la colonna portante della nostra famiglia, come avevo sempre creduto o la sgualdrina superficiale e bugiarda che mi aveva fatto credere di volermi bene quando in realtà stava maturando insoddisfazione nei miei confronti e fantasticando su cazzi enormi?
Sentivo l’anima strapparsi dal mio corpo, il cuore andare in frantumi come un cristallo caduto per terra. Un grido mi risuonava all’interno della mia testa:
Com’è possibile che una persona che amo così tanto possa denigrarmi e umiliarmi tanto?! Perché!?

Poi i miei pensieri furono interrotti.
Brrrrpppp… Brrrrrppp.
Il suono del telefono della camera da letto.

Seconda telefonata

Ciao Carlos.
Mi scusi signore, non succederà più. Lo prometto.
No, signore. Come lei ha ordinato, mio marito non è stato nella mia bocca, nella mia fica né nel mio culo da quando lei mi ha fatto diventare la sua troia, signore.
Sì signore. Abbiamo la casa tutta per noi, tutta la notte.
Sì signore. Ci saranno delle lenzuola nuove, certo signore.
No, non ancora, signore. Ho pianificato di radermi la passera subito prima del suo arrivo, in modo che lei possa trovarla più liscia e morbida possibile.
Sì, signore. Lei sa benissimo che la sua troia non prende la pillola.
Sì, da oggi e per i prossimi quattro giorni è il periodo più fertile per me. Signore, per favore, usi un preservativo. Amo molto mio marito e non vorrei umiliarlo così, con una gravidanza di un bambino non suo…
Sì signore. Se lei vorrà farmi il dono del suo seme e di un figlio la sua troia le sarà per sempre grata e riconoscente.
Sì signore. Ho comprato il lubrificante. La sua troia la prega di usarne molto se deciderà di prendersi cura del suo culo questa volta, signore.
Sì, signore. Farò tre clisteri prima del suo arrivo, signore, secondo le sue direttive, in modo da essere preparata per esaudire i suoi desideri.
Sì, signore. La sua troia ora si affretterà a prepararsi per il suo arrivo e la prega di usarla come meglio crede per il suo piacere.
A tra poco, signore.

Sentii la cornetta del telefono riattaccata con violenza e mia moglie che borbottava:
Che stronzo arrogante! – Poi rumore di cassetti che si aprivano e chiudevano. Di nuovo Francesca:
Vuoi mettermi incinta? Stai fresco. Caro Carlos, avrai anche l’uccello più grosso della terra, ed è per questo che recito il ruolo della troia sottomessa con te, ma ricordati che è tutta una finzione, un gioco delle parti. E che non c’è niente di vero. Guarda te che cosa deve fare una povera donna per un pezzo di cazzo!
Poi, finalmente, il rumore dell’acqua della doccia. Tirai un sospiro di sollievo. Avevo temuto di essere scoperto.

Se non mi fossi appoggiato al muro sono sicuro che sarei caduto al suolo. “Diomio, cosa sta succedendo alla mia vita? Com’è potuto accadere? Come avevo potuto essere così stupido, così cieco da non capire chi avessi accanto?Come avevo potuto riporre la mia fiducia in lei? In una tale troia?”
Cercai di calmarmi con lunghi e profondi respiri, come mi avevano insegnato al corso di training autogeno, ma senza risultati apprezzabili. Invece la voce nella mia testa divenne un tuono: “Maledetta puttana, troia infedele. Quello che ha detto dopo la telefonata non significa un cazzo. Quello che conta è come ha agito al telefono da volonterosa schiava sottomessa per un altro uomo! Che razza di donna si rifiuta di stare con il proprio marito per essere fresca per il proprio amante? Che razza di donna supplicherebbe il proprio amante di metterla incinta proprio nel letto che condivide col marito?

“Devo fare qualcosa” pensai, cercando ancora invano di calmarmi con le tecniche respiratorie.
Spinsi con cautela la porta della camera e non vidi nessuno. Mia moglie era nel bagno padronale, accessibile solo dalla camera e si sentiva l’acqua scorrere.
Guardai l’orologio. Dal momento in cui ero rientrato in casa erano passati meno di dieci minuti. Solo dieci minuti erano stati sufficienti per distruggere completamente la mia vita per sempre.
Penso che a quel punto non stessi più pensando con chiarezza. L’umiliazione, l’amarezza, la rabbia, la sorpresa… Ricordo solo che mi trovai a considerare che io non ero certo un vile o un pauroso: mi ero sempre preso le mie responsabilità e non avevo paura di nessuno. Cosa avevo fatto per meritarmi di essere trattato a quel modo? Con un tale disprezzo? Ah, ma non avrei potuto certo accettarlo! Avrei ribattuto colpo su colpo! Glie l’avrei fatta pagare! Sicuro! A tutt’e due!
Mi guardai in giro per la stanza. Vidi subito un diaframma sul comodino e una crema spermicida a testimonianza che Francesca non aveva certo intenzione di rimanere incinta. Oltre a me, stava prendendo per il culo anche lui. Poi vidi un grosso flacone di gel lubrificante intimo. Anche se Francesca non voleva rimanere incinta, di certo invece non vedeva l’ora di prendere il cazzo di Carlos nel culo.
Improvvisamente seppi cosa fare.
Presi la mia borsa da dottore da sotto il letto e ne estrassi un paio di guanti di latex. Nella borsa trovai anche un flacone di soluzione fisiologica quasi vuoto. Lo svuotai del tutto in un vaso di fiori alla finestra e ci versai dentro tre quarti del gel lubrificante che avevo trovato sul comodino.
Poi vuotai anche il mezzo tubetto di crema spermicida.
Recuperai dalla mia borsa da ginecologo un flacone di Lidocaina, un gel lubrificante che agisce anche come anestetico e ce lo versai nel flacone del lubrificante di mia moglie e con una siringa anche nel tubetto di pomata spermicida.
Poi trovai un flacone di acido acetico glaciale, cioè puro, non diluito. Lo usavo (diluendolo con acqua) per la rimozione di verruche e altre escrescenze vaginali. Ma puro è estremamente corrosivo.
Con una siringa riempii il tubetto di spermicida e lo richiusi e con la stessa siringa trasferii l’acido nel flacone del lubrificante.
Pulii tutto meglio che potei, mentre la sentivo accennare una canzone a bocca chiusa sotto la doccia.
“Preparati, preparati bene, morbida e liscia per il tuo amante. Vedrai come ti divertirai oggi”.

Tornai al taxi dove i miei compari già cominciavano a spazientirsi. Il viaggio fino a Porto Cervo però non presentò altri problemi.
L’hotel era fantastico, lussuosissimo, in un posto meravglioso. Cenammo, bevemmo un ottimo Vermentino di Gallura e dopo aver cazzeggiato un po’ ce ne andammo a dormire. Non ricordo quasi nulla di quella sera, perso com’ero nei miei pensieri.
La mattina successiva, però, mi stupii nel non vedere nessun carabiniere che venisse a cercarmi.
Poi il corso, molto impegnativo, ci assorbì per tutto il giorno, ma la sera nessun poliziotto o carabiniere si fece vivo. Pensai che il mio piano non avesse funzionato e non sapevo se esserne contento o dispiaciuto. Io contavo che l’anestetico agisse in modo da permettere all’acido di attaccare i tessuti senza che per qualche istante se ne rendessero conto. Ma appena l’effetto del gel si fosse esaurito avrebbero potuto avvertire gli effetti dell’acido in tutta la sua forza.
Comunque in qualche modo mi tranquillizzai e il secondo giorno il corso per me fu molto più produttivo del primo. Stanchissimo, dormii perfettamente anche la notte tra domenica e lunedì.

Tornando a casa

Quando il taxi mi lasciò davanti a casa e salii al pianerottolo con l’ascensore e vidi la porta di casa sigillata col nastro adesivo dei carabinieri. Il mio vicino di casa Alberto uscì sul pianerottolo.
Simone, dove diavolo eri!? Ti cercano tutti da almeno un paio di giorni!
Ma cos’è successo? Dov’è Francesca? Le è successo qualcosa? Sta bene?
Non lo so. Non ho capito. So solo che venerdì notte l’ambulanza l’ha prelevata in barella che urlava di dolore e l’ha portata al pronto soccorso dell’ospedale di Niguarda. Vieni andiamo insieme, ti ci porto io.
Lungo la strada cominciai a fare domande, ma lo trovai piuttosto reticente. Finché sbottò:
Simone, ci conosciamo da tanti anni e ho sempre avuto la massima stima e il massimo rispetto per te. E credo che tu voglia bene a Francesca, no?
Ma certo! Ovvio!
Ti ripeto: non so di preciso cosa sia successo, ma devo proprio farti partecipe di alcuni dettagli che sono sicuro non ti faranno piacere.
Cosa? Cosa vuoi dirmi!? Basta con i giri di parole! Dimmi quello che mi devi dire e facciamola finita!
Il fatto è che quando l’ambulanza ha prelevato Francesca, c’era anche un uomo con lei. Magari lo conosci. Si chiama Carlos.
Certo che conosco Carlo. Carlo Stucchi, l’elettricista. Eravamo a scuola insieme.
No, Non lui. Carlos, non Carlo. Uno di colore. Quando l’ambulanza l’ha portato via era nudo come un verme, come tua moglie, del resto.
Il resto del tragitto lo passammo in silenzio. La macchina si fermò al posteggio del pronto soccorso, ma io non feci nessun tentativo per scendere.
Simone, fatti forza, andiamo. Devi vedere come sta Francesca. Dài, vengo con te.
Non fu facile trovare il reparto. Dovemmo chiedere a diverse persone, alcune delle quali anche sgarbate. Alla fine trovammo il reparto di rianimazione e mia moglie a letto, in una stanza super tecnologica, monitorata e incoscente.
Dio, che impressione! Mi resi conto d’amarla. E di odiarla insieme. Era la gioia e la felicità della mia vita. Come aveva potuto farmi questo?! Però, al vederla così, la compassione ebbe il sopravvento ed un pianto mi salì alla gola.
Un dottore ci raggiunse. Mi prese da parte e mi guidò nel corridoio. Mi fece un resoconto di quanto era successo. Il 118 era stato chiamato verso l’una e mezza della notte tra venerdì e sabato. Erano stati i carabinieri a chiamare, che a loro volta erano stati chiamati da dei vicini per via delle urla disumane che provenivano dall’appartamento e che aveva fatto loro pensare che si trattasse di un caso grave di violenza domestica. Invece, le forze dell’ordine trovarono i due amanti privi di conoscenza, con il pene di lui piantato a fondo nella vagina di lei.
I medici del pronto soccorso ci misero più di un’ora a separare i due partner, una volta arrivati.
Il dottore mi spiegò che si era trattato di un difficilissimo intervento: le carni dei due erano quasi fuse insieme per via di una strana reazione chimica e che non avevano potuto far altro che recidere il pene di lui.
Per quanto riguardava Francesca, l’acido aveva corroso le pareti interne della vagina ed aveva attaccato anche altri organi vitali.
Chiesi al dottore quale fosse la prognosi.
Non crediamo che possa superare la notte. – Mi rispose con tristezza.
Aveva ragione. Un paio d’ore dopo, mentre le tenevo la mano, smise di respirare e se ne andò. Portando con sé anche la mia speranza di felicità.

Sbattendo le palpebre, tornai al presente, dodici anni dopo quella mattina.
Ancora mi chiedo come mai nessuno mi fece domande, mi accusò di qualcosa. Forse i carabinieri ebbero compassione del povero cornuto e non vollero infierire. Forse videro una sorta di giustizia divina… Il fatto è che nessun atto giudiziario venne stilato nei miei confronti.
Mi girai verso mia moglie Gabriella, che mi rivolse un sorriso e mi informò che il branzino era in tavola. Ormai ero in pensione e mi ero trasferito al sud,nella casa di famiglia della mia nuova moglie, Gabriella.
Quella notte avemmo una energica sessione di sesso, molto intensa e piacevole, che ci lasciò senza fiato.
E mentre scivolavamo nel sonno, tenendoci ancora per mano mi trovai a pensare a quanto bene stessi in quella casa con quella donna.
Certo, la felicità è un’altra cosa. Io lo so, l’ho provata.

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