Esultanza e gioia nel danno




Conoscerla, essere in relazione e in seguito frequentarla, per me fu certamente un caso, per l’origine d’un incidente d’auto di poco conto. Civilmente ed educatamente discutemmo della dinamica e delle colpe di ciascuno di noi, in ultimo ci scambiammo i numeri di telefono per accordarci sulle denunce e sulle segnalazioni da compiere. Due giorni dopo c’incontrammo presso la sua assicurazione per definire la questione e per risolvere tutto. Fu un incontro molto compassato e formale, oserei dire più distante e più freddo della sera dell’incidente, in ultimo conclusi gli incartamenti da produrre, ci accomiatammo con l’intento di rivederci, intanto che la sua espressione costante e incancellabile si poggiava nei miei occhi.

Alcuni giorni dopo io rimuginavo ancora di lei, a quello sguardo intenso e prolungato dell’ultima volta. Era come se quegli occhi mi colpissero più al presente che quel giorno prima, perché si trattava d’un effetto ritardato che s’insinuava lentamente, però dolcemente e inevitabilmente. Lei era bella, emanava anche un certo fascino che s’introduceva lentamente tra i miei pensieri, io cercavo di capire che cosa m’avesse colpito e impressionato come tipo donna, ma non lo afferrai.

L’indomani, mentre ripercorrevo la stessa strada dell’incidente, mi ritrovai a cercarla in ogni angolo della piazza, in ogni auto in transito e perfino parcheggiata. Cominciai ad avere l’idea e la sensazione che ci fosse in lei qualcosa d’intrigante, d’irresistibile e altresì di fascinoso. Di lei non conoscevo nulla tranne il nome e il cognome, oltre che il suo numero di cellulare. Già, il suo cellulare, dovevo capire che cos’era quest’ossessione, in un attimo decisi di chiamarla.

“Buongiorno, sono Vittorio, si ricorda di me?”.

“Buongiorno Vittorio, certo che mi ricordo, come potrei non richiamarlo alla memoria?”.

“Io vorrei farmi perdonare per l’accaduto. Le andrebbe d’uscire per cena una di queste sere?”.

“Certo che lei è davvero un bel tipo, sa? Prima mi scassa mezza macchina e adesso m’invita addirittura a cena”.

“Allora, è un sì o un no?”.

“Va bene, si va a cena e paga chi ha torto, giusto?”.

“Che paghi io è una condizione, un patto”.

“Allora alle nove di stasera”.

“Va bene, alle nove”.

Io cercavo di convincermi d’andare a quel ritrovo oltre a intuire e a scoprire che cosa c’era realmente in lei che mi colpiva e che s’insinuava in me come un tarlo, piuttosto che per provarci. Arrivai al ristorante dieci minuti prima delle nove, mentre lei stava parcheggiando proprio in quel momento.

“Salve, possiamo darci del tu? Io mi chiamo Vittorio”.

“Io sono Alice”.

Ci accomodammo a un tavolo in disparte, durante la cena discutemmo dei fatti del giorno, di noi e del nostro lavoro, in ultimo scoprii che lei era ammogliata e che il coniuge era sempre fuori per motivi di lavoro. Lei aveva quarantaquattro anni d’età, era affascinante con un corpo tonico e dai modi raffinati, con un viso da brava bambina e dallo sguardo intenso e profondo. Lei mi fissava per pochi secondi, eppure era uno sguardo netto, totale. In quei pochi secondi mi esaminava e mi scrutava dentro, mi possedeva e mi spogliava, in quanto era carico di libidine e di passione. Ecco, che cosa c’era nel suo sguardo che mi colpiva e che si era insinuato con quell’effetto ritardato e che mi portava nel pensarla di continuo, adesso avevo finalmente capito.

Era uno sguardo da cacciatrice, da femmina in calore, da predatrice, perché sembrava volesse azzannarti da un momento all’altro, sì, era lo sguardo di una belva felina. Da quel momento io la guardai sotto un’altra veste, visto che mi resi conto che era una donna piacente, provocante e sensuale. In quell’occasione cominciai a scrutarla con un altro occhio, le guardavo il collo, la zona dove si attacca l’orecchio, dove i suoi capelli biondi diventavano dei peli talmente sottili da essere quasi invisibili. Una zona da dove avrei iniziato a leccarla e baciarla. Già, era proprio così.

In quel preciso istante mi riscoprii a guardarla e a fantasticare su di lei, visto che mentre lei conversava io continuavo a scoperchiare la sua femminilità. Mi ero soffermato a osservare le protuberanze dei seni, dato che potevano essere tra la seconda e la terza misura, cosicché fintanto che lei parlava, io mi vedevo con la bocca sulle sue tette, perché le stavo già pregustando.

“Vittorio, tu non mi stai prestando attenzione, vero? A che cosa pensi?” – esordì lei in modo improvvisato.

“Scusa Alice, mi sono distratto un istante”. Che comportamento e che figura: io ero diventato tutto rosso, giacché notai la mia istintiva e spontanea erezione, un’eccitazione dolorante.

In quel momento mi resi conto di desiderarla notevolmente attratto da un impulso animalesco, irragionevole e quasi brutale. Lei sembrava aver pienamente decifrato e indovinato i miei pensieri. Il suo sguardo era di piena e di pura soddisfazione, la sua bocca esprimeva quasi un ghigno d’approvazione e di piacere. Lei continuò a parlare, mentre io la vedevo già sotto le mie grinfie, però la stavo scopando solamente con la mia immaginazione, la stavo possedendo. In quel momento fui però interrotto dal suo sguardo interrogativo, poiché non stava più parlando, adesso lei mi guardava in silenzio e basta, in quell’attimo mi sentii come un bambino sorpreso con le mani dentro il barattolo della marmellata.

“Vittorio non fantasticare su di me, io sono vera e per giunta sono qui davanti a te” – mi disse punzecchiandomi abilmente sottovoce.

La mia eccitazione era diventata talmente forte che il mio pene e i miei testicoli sembravano stritolarsi nelle mutande. Non mi curai più d’essere educato e gentile, io non ero più un uomo con il proprio contegno, in quel preciso momento mi sentii un vero animale.

“Alice decidi tu, da me oppure a casa tua?” – le dissi immediatamente, senza rendermi conto di quello che stavo facendo o dicendo.

Lei mi guardò per un tempo lunghissimo senza dire una parola, mi fissò in modo quasi austero e inflessibile, poi si passò la lingua tra le labbra e con un filo di voce m’annunciò:

“Vieni da me, nel mio alloggio. Sta’ accorto però, perché questo non è un gioco”.

Io non ebbi il tempo di considerare né di riflettere su quest’ultima frase, perché lei si era già alzata per andare. Fuori dal locale le agguantai il viso tra le mani e la baciai con passione, ficcandole la lingua fino in gola. In macchina Alice mi saltò addosso con impeto, la sua lingua era come quella d’un serpente che mi penetrava la bocca, mentre con una mano saggiava e verificava la consistenza del mio sesso. Lo strinse forte frignando e mugolando di piacere, dopo non so veramente come arrivammo a casa sua.

Una volta chiusa la porta Alice si era trasformata in un animale da combattimento. Io mi sono ritrovato con i pantaloni abbassati e il sesso di fuori. Alice in ginocchio tra le mie gambe accarezzava il mio sesso in tutta la sua lunghezza comprese le palle, poi fulmineamente lo prese tutto in bocca. La sua bocca era avvolgente, calda e vellutata. Saliva e scendeva sulla mia asta con le labbra serrate, fino sulla punta, io sentivo unicamente le sue labbra coprire e scoprire il mio glande mentre le tempie mi pulsavano forte.

Io l’afferrai di colpo e l’adagiai sul canapè con il bacino posizionato verso l’alto, dato che sollevarle la gonna e strapparle le mutandine ci vollero unicamente pochi secondi. Affondai il mio cazzo nella sua fica, lei sussultò ed emise un urlo, visto che naufragai dentro una fica profumata e stracolma di succhi. Il suo urlo mi eccitò come un animale, giacché non ebbi un briciolo di delicatezza, tenuto conto che me la scopavo selvaggiamente. Mi tenevo con le mani aggrappate alle sue spalle e affondavo come un pazzo dentro di lei, avvertivo i colpi del mio bacino contro il suo, infine incontrollati e sfrenati venimmo insieme. L’orgasmo però non ci placò, perché Alice era irriconoscibile. In seguito mi fece sdraiare sul canapè e cominciò a cavalcarmi rabbiosamente, finché un altro orgasmo non esplose dentro di noi.

“Vittorio, te lo avevo dichiarato apertamente che questo non era uno spasso per te”. Appena divulgato ciò m’agguantò il cazzo e se lo infilò in bocca.

“Tu sei davvero un’angelica e un’amabile furia” – le annunciai io, infervorato più che mai.

“Il mio uomo mi riferisce che io sono una belva feroce, un giaguaro”.

Io ero di nuovo pronto, perché avevo voglia di scardinare e di sconvolgere interamente questa donna. L’eccitazione mi dava alla testa, a quel punto le aprii le gambe con forza e cominciai a leccarla. Leccavo e la penetravo con la lingua, dal momento che l’odore della sua fica e dei suoi fluidi misti ai miei fungevano da stimolante per la mia eccitazione. La stavo penetrando di nuovo quando lei mi disse con la voce roca:

“Su Vittorio, ora pigliami il didietro”.

Io la trombai appieno con gusto senza ritegno, la sentivo strillare, ma non capii una parola. Ero alla mia terza prestazione nel giro di poco tempo e cominciavo ad accusare la stanchezza, però non mi fermavo, dato che continuavo a martellare quel suo piccolo sedere. Lei, appoggiata alla spalliera del divano, faceva leva sulle braccia per venirmi incontro con il bacino. I colpi erano molto energici e vigorosi, godevo tantissimo, tuttavia non venivo, mentre lei continuava a dire che stava venendo ed era vero, perché io me ne accorgevo dalle vibrazioni del suo corpo. Non so per quanto tempo continuammo a scopare così, lei nella posizione della pecorina e io che martellavo il suo culetto. Dopo un tempo lunghissimo io ero stremato, ma pure lei:

“Vittorio, tu mi hai fatto godere tante volte, pensa che ho perso il conto. Era da parecchio tempo che non mi capitava”.

“Tu invece mi hai distrutto, io sono ancora eccitato e non riesco a venire”.

“Lo vedo, sta’ rilassato. Adesso ti farò sborrare io come si deve, preparati caro mio” – mi rivelò lei maliziosamente.

Lei mi proferì di distendermi per terra sopra quel scendiletto variopinto, m’allargò le gambe e si mise in mezzo, lo afferrò in mano e cominciò a masturbarmi con dolcezza, molto piano. La sua mano lo stringeva con forza, lei andava su e scendeva lentamente senza fermarsi mai. Con l’altra mano piena dei fluidi della fica cominciò a massaggiarmi il buco del sedere. Io non avevo più la forza, perché ero percorso da brividi intensi di piacere, pian piano mi penetrò con un dito e nel frattempo continuò a masturbarmi sempre più forte.

Cominciai a godere, a sborrare e a vibrare come mai mi era accaduto prima di allora. Lei accelerò la masturbazione con il dito dentro l’ano, dato che mi procurava sensazioni da svenimento, in ultimo lo afferrò in bocca e finì con il più delizioso e gustoso ingoio.

Chi l’ha detto che un incidente è soltanto un danno?

{Idraulico anno 1999}

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