È finita a botte by esperia [Vietato ai minori]




Me ne stavo sdraiato sulla schiena pensando a quanto rapidamente le cose possano cambiare, quando queste cambiarono ancora.

In ufficio m’avevano detto che avrei dovuto essere a Firenze quel mercoledì sera, ma non mi dispiaceva per niente non esserci andato, adducendo una improvvisa malattia, e invece essere sdraiato a letto con quella bionda sensuale impalata sul mio cazzo. Sarei dovuto arrivare il mercoledì sera in modo da essere presente alle prime riunioni del giovedì mattina. Non mi capita spesso di viaggiare, col lavoro che faccio, e ne sono contento. Passare le notti in quegli squallidi hotel che la compagnia ci prenota (sono gli unici che può permettersi) è deprimente, e poi non mi piace la solitudine. Il seminario a cui avrei dovuto partecipare, inoltre, non era di nessun interesse per me.

Invece me la stavo proprio godendo ad avere le grosse tette della bionda nelle mie mani e ammiravo i turgidi capezzoli, così sensibili al mio tocco. Glieli toccavo e la sentivo mugolare. Poi glieli ritoccavo e mugolava di nuovo. Era come un telecomando.

La sua passera intorno al cazzo mi dava sensazioni squisite. Il calore, il bagnato, il leggero pulsare…
Mi assaporavo ogni momento di quanto stavo vivendo, pensando a quanto peggio avrei potuto stare in una camera di un alberghetto sporco e rumoroso, seduto sul letto a guardare la partita del Borussia Dortmund contro il Legia Varsavia, di cui non mi fregava niente. Da quando il Milan non riusciva a qualificarsi infatti non mi importava più nulla di tutta la maledetta Champions League. Avevo persino cancellato l’abbonamento a Mediaset Premium.

Invece avevo capito da tempo che quando il mio uccello era felice, lo era anche tutto il resto di me, corpo e anima compresi. E in quel momento ero in uno stato di vera e propria euforia pre orgasmica.

Ma tutto cambiò in un attimo e piuttosto radicalmente.

Improvvisamente infatti sentii una voce maschile gridare. Aprii gli occhi e vidi un tizio biondo, paonazzo, grosso, alto e sovrappeso afferrare la mia partner per i capelli, obbligandola a sfilarsi dal mio cazzo, e gridando:
– Miserabile puttana! Torno un giorno prima dal mio viaggio per stare con te e vedo che hai già trovato un sostituto!

In quel momento pensai che avrei dovuto intervenire e dire la mia, ma non riuscii a profferir parola. La mia erezione era già scomparsa. Non sapevo cosa fare, ero stato colto completamente di sorpresa, del tutto impreparato. Guardavo la scena surreale davanti ai miei occhi, paralizzato.
– Troia! Puttana! Traditrice! – gridava l’energumeno senza lasciare i capelli della donna. – Ti faccio vedere io!
E, nel pronunciare quelle parole, le mollò un manrovescio sulla faccia. La donna atterrò sul letto con un rumore sordo ma senza emettere nessun suono, come se avesse perso conoscenza.

Ecco, avevo sempre pensato che prima di affidarsi all’eroismo è sempre più saggio provare con la prudenza, così ragionai che sarebbe stato meglio per me essere da qualche altra parte e che la mia presenza in quella stanza avrebbe potuto essere dannosa per la mia salute.

Mi misi seduto sul letto con l’intenzione di togliere al più presto il disturbo, quando avvertii una botta all’altezza dell’occhio sinistro. La forza del colpo mi ribaltò e mi ritrovai per terra dall’altra parte del letto, vicino alla finestra.

Mi parve chiaro che l’intruso non fosse appagato dalle sue azioni fino a quel momento e volesse terminare di cambiarmi i connotati perché cercò di raggiungermi girando attorno al letto.

Non ci pensai due volte e mi gettai fuori dalla finestra. La tapparella era abbassata a metà e mi procurai abrasioni alla pancia, alle gambe e alle palle, nudo, com’ero, ma il mio occhio destro parve riconoscente per non aver fatto al fine di quello sinistro. Fortunatamente eravamo al pianterreno e riuscii ad atterrare senza gravi danni. Rotolai sulla schiena e mi rimisi in piedi.

Fino a quel momento avevo agito solo guidato dall’istinto di sopravvivenza, ma ora ero in piedi e in grado di pensare. Visto che era ormai buio, pensai bene di togliermi dalla luce che usciva dall’androne dell’entrata. Incazzato com’era, quello psicopatico avrebbe potuto benissimo venire a cercarmi.

Cercai di rifugiarmi sul retro del palazzo dove c’era ancora meno luce ma, nudo e quindi anche senza scarpe, nel buio non vidi un secchio con uno spazzolone abbandonato dalla portinaia e ci inciampai con gran fragore, procurandomi un dolore lancinante.
Vidi le stelle, ma poi mi resi conto che non erano le stelle a illuminare la notte, ma la luce che la signora Cesira, la mia anziana vicina, aveva acceso nella sua sala. Affacciata al davanzale mi guardava con incredulità, sconcerto e meraviglia.
Le rivolsi un debole sorriso. Lei lanciò uno strillo.

Ritengo che non fosse entusiasta di avere un uomo nudo sotto la sua finestra che oltretutto prendeva a calci dei secchi provocando rumori assordanti, in piena notte.

Cercai di raggiungere l’unico angolo ancora buio rimasto nel cortile. E in quel momento quasi me la feci sotto sentendo la voce del folle che si avvicinava a grandi passi.
Feci appena in tempo a rannicchiarmi nel buio quando apparve, illuminato dalla luce della finestra della Cesira.

Mi rendo conto, ora, che avrei dovuto fare attenzione a dove sarei andato a finire, invece di voltarmi a controllare il biondo violento. Dolorosamente mi ritrovai in un roseto nel quale ero entrato a tutta velocità.
Sebbene sentissi la carne lacerarsi sulle gambe sulla parte bassa del torso e soprattutto sulla zona genitale, mi guardai bene dal muovermi, mordendomi la lingua per non gridare.

Cercai di accomodarmi in modo da evitare il più possibile le spine e finalmente trovai una posizione acquattata da cui poter osservare il mio rivale.

Lo vidi aggirarsi per il giardino condominiale osservando bene gli angoli. Notai che brandiva minacciosamente il bastone da passeggio con impugnatura d’argento raffigurante una testa di levriero, appartenuto a mio nonno. Un ricordo che tenevo nel portaombrelli vicino alla porta d’entrata a cui ero affezionatissimo.

Con quello cominciò a colpire i cespugli intorno, sospettando, non senza ragione, che avrei potuto nascondermi in uno di essi. Menava terrificanti botte nella speranza di cogliere nel segno.

Mi parve di notare un certo metodo nella sua azione: si avvicinava ad un cespuglio, lo colpiva cinque volte (e sempre solo cinque volte) controllando con attenzione che non saltassi fuori.
Calcolai che se fossi scappato al primo colpo del prossimo cespuglio la cui posizione lo costringeva a volgermi le spalle, il rumore avrebbe coperto i miei movimenti e sarei riuscito a prendere il largo in strada, dove avrei avuto campo libero.

Essendo nudo, non avevo tasche e quindi neanche le chiavi della macchina. Ma chissà perché mi venne il dubbio di non averla chiusa e quindi di portermici rifugiare dentro.

La vidi parcheggiata nel mio solito posto macchina, bloccata da una Kia (quella del pazzo?) che, per lo meno a un’occhiata superficiale, non era molto diversa dalla mia Audi pur costando la metà. Mi fu chiara la ragione dei tanti problemi dei produttori europei di autovetture.

Mi avvicinai per rendermi conto che invece l’avevo chiusa. Cercai di valutare la mia situazione con obiettività. Ero nudo, sanguinavo da innumerevoli ferite come un maiale sgozzato, ero senza fiato e senza nulla con cui difendermi. Accucciato dietro la mia macchina mi chiesi per quanto tempo ancora sarei riuscito a non farmi ammazzare da quel pazzo furioso. Il quale nel frattempo mi aveva inseguito.

Dovevo fare qualcosa. Subito.

Si abbassò a controllare sotto la sua auto. Pensai che quella fosse la mia occasione e lo caricai. Mi vide un istante prima che lo raggiungessi e sollevò il bastone, ma gli fui addosso prima che riuscisse a picchiarmelo in testa.

Cademmo insieme e rotolammo per terra. Io con le mani intorno al suo collo e lui che cercava di darmi ginocchiate nelle palle.

C’è qualcosa di speciale, quando fai a botte nudo. Qualcosa che ti spinge, non so, a impegnarti di più, a dare il meglio di te stesso, a non lasciare nulla di intentato.

Riuscii a salirgli sopra e a colpirlo con un pugno in piena faccia. Avvertii un dolore lancinante alla mano, ma in qualche modo mi sentii meglio, al punto che glie ne mollai un altro. E un altro ancora, fino a ridurgli il grugno a un ammasso spugnoso sanguinante.

Stavo per dargli il colpo di grazia, quando mi sentii afferrare il polso, torcermelo dietro la schiena, sollevarmi da terra e ammanettarmi.
– Sei in arresto, pervertito del cazzo. – mi sibilò all’orecchio il carabiniere che m’aveva afferrato, dandomi un colpo nel costato.
Intanto, lo psicopatico si stava alzando da terra, pulendosi il sangue sulla faccia col dorso della mano.
– Stia fermo lì. A questo ci penso io. Ho tutto sotto controllo. – gli disse il carabiniere.
– Anch’io ho tutto sotto controllo adesso, non preoccuparti. – Gli rispose la bestia mentre si avvicinava minaccioso.
Compresi subito le sue intenzioni, ma, ammanettato com’ero, non avevo modo di difendermi. Così mi colpì come un martello sull’occhio buono.

Un male cane.

La violenza del colpo mi scaraventò addosso alla gazzella del carabiniere che non avevo sentito arrivare. A quel punto però avvertii sotto le mani dietro la schiena l’appoggio del finestrino aperto. Mi ci aggrappai e facendo leva riuscii a sferrare un doppio calcio in avanti a piedi uniti con tutta la mia forza, quasi senza guardare perché i miei occhi ormai erano semichiusi.

Lo colpii per mia fortuna in pieno petto e volò per un paio di metri atterrando malamente sull’asfalto. La sua testa produsse un rumore sordo quando colpì il marciapiede.
– Cazzo! Me lo stai ammazzando! – gridò il carabiniere, estraendo la pistola e puntandomela alla testa.

A quel punto arrivò un’altra gazzella, ne scesero un paio di carabinieri mentre me ne stavo, nudo, ammanettato e sanguinate, seduto sul bordo del marciapiede.

Confabularono tra loro per un tempo che mi parve infinito. Cominciavo ad avere freddo. Non capivo cosa dicesse la gente intorno a me, sentivo solo un rombo indistinto.

Finalmente mi caricarono su una macchina e partimmo. L’ultima cosa che scorsi dal finestrino fu il pazzo che si stava sollevando lentamente da terra, aiutato da un infermiere di una ambulanza che non avevo visto arrivare. Bene, era vivo. Non avrei dovuto affrontare un’accusa di omicidio.

Le ore successive furono un vero incubo. Mi schiaffarono in una cella al comando dei carabinieri e l’unica cosa che mi diedero per coprirmi fu una coperta, che mi avvolsi attorno al corpo. Chiesi di chiamare un avvocato e mi fu permesso. Così chiamai un tale dello studio che seguiva la mia azienda, il primo penalista che mi passarono dal centralino.

Mi rassegnai a passare la giornata in cella. Non avevo documenti, soldi, niente. I carabinieri mi guardavano male, pensando che fossi un pervertito.

Quando l’avvocato arrivò, che era ormai mattina, i miei occhi avevano preso ormai tutti i colori dell’arcobaleno, dal rosso al violetto, e avevo l’aspetto di un pesce lesso.

– Galbiati Felice? È lei?
– Già
– Piacere. Io sono l’avvocato Pennetti. Mi manda lo studio Germani per gestire la sua… situazione. Lei è d’accordo che io sia il suo avvocato?
– Avvocato, lei è davvero perspicace. Perché altrimenti saremmo qui a parlare? In queste condizioni?

Nel dir questo mi resi conto che stavo dandomi la zappa sui piedi. Trattare l’unica persona che avrebbe potuto tirarmi fuori dai guai con sarcasmo era qualcosa che avrei fatto bene a evitare. Ma ero esasperato: sanguinavo, avevo freddo, non avevo dormito, mi faceva male dappertutto e i miei occhi erano quasi completamente chiusi. Ma non era certo colpa sua.

– Mi scusi, avvocato. Ho appena vissuto una bruttissima esperienza e tendo ad essere un tantino sulla difensiva. Sì, ho bisogno che lei gestisca al meglio questa “situazione”, come l’ha chiamata lei, e già che c’è anche il mio divorzio. Infatti non so come potrei rimanere sposato con mia moglie dopo quanto è successo.

Fu una mia impressione o gli occhi dell’avvocato si illuminarono davvero a quella mia richiesta?

Comunque ci misi solo pochi minuti a raccontargli tutto. Gli ci volle molto di più per convincere i carabinieri a lasciarmi andare.

Erano quasi ormai le due del pomeriggio quando finalmente riuscii a lasciare il comando, dopo che l’avvocato aveva riempito tonnellate di scartoffie e mi aveva procurato una delle sue tute da ginnastica perché non dovessi andarmene in giro nudo.

Di ritorno, nel giardino vidi il mio bastone da passeggio, che spuntava da un cespuglio. Tutta la vegetazione devastata. “Che figlio di troia” pensai. La Kia non c’era più. Fortunatamente il bastone pareva ancora in condizioni accettabili. Sì, qualche graffio, ma niente a cui non potessi rimediare con una buona lucidata.

Suonai il campanello. La bionda mi aprì e rimase a guardarmi attonita.

– Ciao Elisabetta. Come stai?
La osservai mentre e le rivolgevo la domanda. Il suo occhio sinistro era conciato quasi peggio dei miei e la sua guancia era tutta graffiata.

– Vieni dentro, Felice, che ne parliamo in privato.

Si scostò per farmi entrare.
– Vedo che sei conciato anche peggio di me. Ma cos’è successo? Io stamattina mi sono ritrovata per terra in camera e non c’era nessuno. Dove sei stato?
– Credo che tu ricordi benissimo ciò che è accaduto, almeno fino al momento in cui sei finita a terra.
– Sto cercando, Felice, ma è tutto così confuso. Mi ricordo con chiarezza che stavamo facendo l’amore e che era fantastico. Poi, ad un tratto, più nulla.
– Va bene, Elisabetta. Cercherò di rinfrescarti la memoria. Solo, fermami quando cominci a ricordare qualcosa, ok? – le risposi con freddezza.
Continuai senza aspettare la sua risposta.
– Stavamo scopando che era una bellezza, quando questo scimmione è entrato urlando. T’ha insultata chiamandoti “puttana” e t’ha tirato una sberla terrificante, t’ha chiamata per nome e m’è sembrato davvero irritato per essere tornato da un viaggio un giorno prima e di averti trovata a letto con me.

Vidi un’ombra di preoccupazione, anzi di vera e propria paura passarle sul volto, per quel poco che se ne poteva capire, dato il suo occhio nero.
– Io e lui abbiamo avuto un piccolo disaccordo e questo spiega i miei occhi neri e le mie numerosissime ferite, ma anche lui non credo sia messo molto bene. Ma che ne so, in fondo? Non sono un dottore.

Elisabetta si coprì il volto con le mani e spalancò tanto d’occhi, spaventata.

– Mi credi se ti dico che non ho idea di chi sia questo tizio, come sia riuscito a entrare e che cosa volesse da me?
– No. Neanche per un minuto. Tu lo conosci e sospetto che tu lo conosca molto, molto bene.
– Felice, è tutto un terribile errore. Niente del genere sarebbe dovuto accadere. Tu avresti dovuto essere a Firenze e Gianni aveva un appuntamento a Trieste lo stesso giorno. Dev’essere tornato prima e, come sapeva che tu saresti stato a Firenze, deve aver pensato che io me la facessi con qualche altro amante. Non ti conosceva e non t’aveva mai visto. Perdonami Felice, è stata solo un’avventuretta senza importanza, sono sicura che potremo dimenticarla in fretta, stai tranquillo, mi occuperò io di Gianni.
– Vedi Elisabetta, forse il problema sta proprio lì. Pare proprio che tu di Gianni te ne sia già occupata fin troppo. Anch’io mi sono “occupato” di lui stanotte, anche se ne sono uscito ammaccato. Ma a mia difesa devo ammettere che sono stato colto assolutamente di sorpresa. E tu? Tu non solo sei una moglie infedele, ma sei anche colpevole di esserti scelto un amante completamente pazzo, psicopatico e fuori di testa. Forse un serial killer. Sono sorpreso dalla tua mancanza di giudizio. Ora, con l’avvocato sto cercando di ottenere un ordine restrittivo contro di lui. Ti do un’ora per raccogliere i tuoi stracci e andartene fuori dalle palle. Come ti “occuperai” di lui non è più un mio problema. Sappi solo che mi darà ancora fastidio lo aspetta la galera. E in ogni caso non mi troverà più impreparato.
– Felice! Siamo stati insieme ventiquattro anni! Non vorrai buttare via tutto così?!
– No, cara, non sono io che butto via tutto sei tu che l’hai fatto. Quando t’ha colpita avrei voluto distruggerlo, ma poi, poco a poco mi sono reso conto di quanto stava succedendo e adesso non m’importa più di te. Quasi mi son fatto ammazzare per la tua stupidaggine, il tuo egoismo e la tua leggerezza! Mi pare una ragione sufficiente per dare per terminato il nostro matrimonio e per dimenticarmi di te. Questo Gianni deve solo ringraziare il cielo per non avermi rotto il bastone, altrimenti a questo punto sarei in giro a cercarlo con un coltello. E adesso, sloggia.

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