Divertimento a tre




Alcuni anni fa, ho avuto l’occasione di sperimentare un piccola deviazione dal normale rapporto sessuale a due, lasciando che venisse coinvolta nel gioco erotico tra me e la mia compagnia una terza donna, non so se coronando una fantasia o semplicemente lasciando che gli eventi guidassero la mia azione verso un esito insolito, inaspettato e sicuramente piacevole.
In generale lascio che le mie fantasie non siano guida delle mie azioni, preferisco restare con i piedi per terra, e affrontare i miei rapporti di sesso o amore ben ancorato alle reali possibilità, che sono quelle della sperimentazione e del cogliere eventualmente l’attimo in cui improvvise accelerazioni si verificano. Questa e’ uno di quei casi, unico e irripetibile, e non solo perché la donna con cui stavo all’epoca mi ha da tempo lasciato per altre avventure, ma anche perché quella situazione, quel luogo e quel momento non si incontreranno mai più: potevano farlo solo allora, l’hanno fatto, e tutto si ha poi seguito un copione che veniva scritto all’istante, anzi, era solo recitato. Nessuna regia, niente premeditazione, tutto improvvisato, eccezionale, e dunque fissato solo in un ricordo che trasmetto perché sicuro che fra pochi anni o decenni, questa memoria sarà così sbiadita da perdere senso, significato e forse anche valore.
All’epoca la mia ragazza si chiamava Alessandra, era una brunetta molto spiritosa e dedita ai piaceri della carne. Ricordo che lei stessa mi sedusse, cercando in me qualcosa per passare il tempo e insieme soddisfare le sue voglie, cosa che facemmo in maniera reciproca, e ripetuta, per tanto, tanto tempo, finche’ soddisfatti (o insoddisfatti di quello che ci davamo, e desiderosi di altro) prendemmo altre strade. Ma finche’ siamo stati insieme, i problemi sono stati dappertutto meno che a letto. Peccato che i nostri gusti fossero piuttosto diversi: a lei piaceva molto la penetrazione completa, in posizioni magari variabili, ma comunque sempre accompagnata da ampie stantuffate, colpi di reni e fatica fisica di cui non sempre ero all’altezza. A me piaceva invece la più rilassante masturbazione, da effettuare magari distesi o comodamente appoggiati su letti o divani, al termine della quale il mio unico desiderio era provvedere una copiosa eiaculazione sul suo corpo, cosa che Alessandra ha sempre detestato, e che non ho motivo di ritenere lei possa apprezzare adesso. Era arrivata l’estate, una stagione appiccicosa, eccitante per la pelle e i corpi che scopriva ma sempre meno adatta alla copula per l’enorme, incredibile temperatura e per la eccezionale umidità che aveva come risultato quello di impedire ogni tipo di abbraccio, carezza o semplice e casto contatto. Io avevo anche cercato e trovato una comoda alternativa ai rapporti fisici, quello di stare nudi, vicinissimi su morbidi cuscini, a guardarsi, a godere lei (spero) della mia vista e io della sua, di quella morbida pelle dall’incarnato bruno, di quei due seni come due pere già cadenti ma imbelliti da un capezzolo roseo e ben fatto, di quel culo enorme, sproporzionato, lubrico e invitante. A dire il vero, spesso terminavo quelle session voyeuristiche con copiose masturbazioni, che inviavano alto il mio sperma nell’aria per poi farlo ricadere proprio su di me, che invece avrei voluto invece spargerlo su di lei, bagnarla di quel liquido, aspergerla col rumore della pioggia nel mattino su un tappeto di aghifoglie. Ma nulla da fare, anzi, quand’anche lei avesse tra le mani il mio cazzo pulsante arrivato alla fine della sua corsa, e io stessi ansimando come un ossesso, leccandomi le labbra, cercando con le mani un momentaneo appagamento nello strizzarle i capezzoli ammorbiditi o le rotondità del culo, proprio quando ogni mio pensiero era solo puntato contro di lei come la mia cappella, vogliosissima di imbrattarla di sperma, allora lei riusciva a percepire l’arrivo dello schizzo, da un ruotare indietro delle orbite, da un brivido di troppo, da un osceno rumore all’interno dei miei visceri, e con il suo polso piccolo e maligno faceva compiere un innaturale curva al mio cazzo, e lo puntava contro me stesso, imbandito per la mia voglia di sudore e frustrazione, finche’ non ricevevo quell’aspersione, un fiotto di seme improduttivo e bollente, che si esauriva tra i miei peli e la mia delusione, essicandosi subito per il caldo e l’inutilità della sua corsa. E dopo questa performance effimera, io, spossato, anche per la temperatura, non potevo esimermi dal ricambiare il gesto, ora che si era eccitata al massimo per aver visto il suo uomo fatto godere da brevi movimenti di un polso scuro, e mentre lei mi forniva le sue cosce aperte e la sua vulva appiccicosa, ecco che mi producevo nella masturbazione seconda, accompagnata magari da rapidi morsetti su quel seno ridotto dall’inturgidirsi dei capezzoli. Ed il finale era scontato, con un suo brivido e un sorriso, mentre io più stanco che mai cercavo nel suo abbraccio il finale sconclusionato di questo rito sterile.
Non crediate che in questi atti fossero da me considerati noiosi, o in alcun modo motivo di problemi con Alessandra: anzi, mi piacevano perché rilassati, impegnati nella cura l’uno dell’altro, simboli di un rapporto forse non molto profondo, certo non dedito alla comunione, quanto piuttosto alla ricerca di un piacere proprio, individuale, egoista come siamo stati tutti e due in quella relazione poi finita. E comunque, questo era il modo con cui quell’estate ci permetteva di sbollire le nostre voglie, e dunque la perseguivamo, cercando magari di aggiungere piccoli, impercettibili stimoli nuovi ogni volta.
Fu proprio sul finire dell’estate, quando già qualche acquazzone l’aveva rinfrescata e rovinata, secondo i punti di vista, che Alessandra ricevette a casa sua la visita di una cugina, Flavia. Io non l’avevo mai conosciuta, da sempre avevo evitato i contatti con la famiglia di lei sicuro che prima o poi, giunta la nostra storia al capolinea, questa rapporti sarebbero stati dei noiosi legami da recidere a loro volta, o peggio da evitare, lasciandoli magari marcire in qualche angolo di coscienza sporca o rimpianto. Ecco che questa volta capitò per caso l’incontro con la parente, che stava prendendo un tè con Alessandra proprio quando io, sempre piuttosto voglioso verso le cinque, mi presentavo nella casa dei suoi genitori col mio carico di libidine, sudore e foga. La prima cosa da notare in Flavia era la differenza con Alessandra, che mentre mi salutava agitava quei suoi capelli neri, spessi, sempre mal pettinati. Flavia era invece bionda, con una massa anch’essa grande di capelli, ma non certo sformati, anzi, ricadenti in volute che erano ricci tentati, talvolta pieghe riuscite. La pelle era candida, gli occhi a dire il vero erano gli stessi per il taglio leggermente a mandorla, ma per quanto fossero castani quelli di Alessandra, quelli di Flavia riportavano il colore del mare d’inverno, grigio sotto le nuvole e persino spumoso. Alessandra aveva il volto allungato, e spigoloso verso l’alto e il basso, mentre Flavia esibiva un bel tondo, forse anche troppo schiacciato, quasi a millantare qualche ascendenza mongola, o comunque levantina. I due corpi si opponevano in una varietà che non potrei non sottolineare: Alessandra aveva un corpo talvolta avaro, con l’unica eccezione del culo infine troppo grosso; Flavia esibiva seni grandi e già caduti, spalle ben formate, braccia forti, un bacino di tutto rispetto e perfettamente integrato al concetto robusto ma bello che metteva in mostra, per di più con una camicetta aperta sul seno, di cui apprezzavo la sfioritura.
Non chiedetemi perché mi abbiano sempre interessato i seni ormai inflacciditi, i capezzoli molli, le papille oblungate di natura o, chissà, per il trascorrere inesorabile del tempo. In un’epoca di ricerca del simmetrico, del puro, del perfetto, la mia aspirazione e’ stata invece verso il contaminato, lo sfatto, ciò che era già stato solcato se non dall’età, quantomeno dall’imperfezione, dalla quotidiana noia di ripetere il proprio immutabile corpo a sé ed agli altri. Forse proprio questo cercavo: la singolarità del normale, l’eccezionale banalità di un corpo ordinario, appena difettato, ma non troppo, altrimenti sarebbe anche esso straordinario e fuori luogo, e dunque via libera al corpo senza eccessi, fatto di sbagli, imperfezioni e pigrizia dei tessuti come della volontà. Magari dove la pelleimpreziosito da un neo, da una macchia, da una serie di lentiggini. Ed ecco che le lentiggini sul naso sorgevano su Flavia, come uno spruzzo di malizia, mentre abbassava la tazza di thè e notavo che un goccia era rimasta sul suo labbro superiore.
Alessandra mi salutò con il solito calore un po’ affettato, a cui risposi più o meno nella stessa maniera. Fu poi la volta delle presentazioni.
“Questa e’ Flavia, la mia cugina di Napoli. Te ne avevo parlato ricordi?”
“Certo” risposi “tu sei quella che fa l’avvocato….”
“Beh, diciamo che per adesso faccio pratica presso uno studio…”
“Ah si, che bello… Si tratta di una cosa interessante?”
“Beh, e’ quello per cui ho studiato. L’avvocato mi affida alcuni casi da studiare, e devo presentare a lui delle relazioni, dei riassunti…”
Aveva un modo di parlare affascinante, totalmente irriguardoso del contenuto delle frasi. Prorompeva il seno verso l’interlocutore e lo faceva ondeggiare insieme alle pause e agli accenti delle parole, puntando gli occhi direttamente su chi l’ascoltava, ferendolo con lo sguardo e costringendolo al difficilissimo esercizio di non distrarsi guardando il petto oppure le cosce, che venivano esibite in quel momento da una corta minigonna. Devo confessare che mi sentivo a disagio, costretto a fissarla mentre avrei ben voluto voltare lo sguardo da un’altra parte, un po’ come stava facendo Alessandra, che invece mi stava squadrando, e al solito aveva già capito ciò che mi interessava, e forse anche ciò che volevo. Restammo un po’ su quella conversazione, che a me serviva solo per cercare di capire meglio come Flavia la pensasse e come si disponesse riguardo ai temi classici della vita. Mi sembrò una persona spigliata, disponibile alle novità ed animata da curiosità ed ambizione. Proprio come sua cugina Alessandra, del resto.
Le chiesi se fosse fidanzata.
“Si, il mio ragazzo studia ancora Scienze Politiche all’Università, ma dovrebbe laurearsi presto.”
“Che professione vorrebbe intraprendere?”
“Mah, ancora non ha le idee molto chiare, per adesso… si concentra molto sullo studio…”
“Spero che abbia tempo per incontrarti..”
“Beh, certo, di tempo ne ha molto. Anche se per adesso non siamo certo sempre insieme…
” Come mai?”
“Mah, mi piace anche uscire un po’ con altre persone, stare con le amiche, salire a Roma ogni tanto, per conto mio…”
Alessandra si intromise:
“E non ti andrebbe di venire a Roma con lui?”
“Beh, tanto poi non potremmo dormire insieme e lui dovrebbe tornare indietro o stare in albergo.”
“E perché?”
“Dai, non stiamo insieme che da un anno… Non si parla certo di dormire insieme…”
“Non che dobbiate dormire insieme, ovviamente…” la battuta, piuttosto grossolana, nacque svogliata, e un po’ meschina.
“Cioè?”
“Beh, quando si è in un letto, a tutto si pensa meno che a dormire…”
Alessia mi guardava vagamente sospettosa.
“Voi due non dormite dunque…”
“Beh, solo dopo aver trovato il modo migliore per addormentarsi…”
“Che sarebbe ovviamente…”
“Ovviamente…” e a quel punto, con una mossa che sinceramente non le avrei attribuito, Alessandra mi carezzò la coscia. Prima all’esterno, poi, con un volteggio improvviso della fantasia e del polso, toccò all’interno della coscia. Il sangue mi salì dovunque potesse. La guardai, allungai il dorso della mano, e le carezzai la guancia. Alessandra mi sorrise. In pochi secondi, già lei provvedeva a sbottonarsi la camicetta, mentre io mi toglievo la maglietta e passavo poi ad aprirmi i pantaloni. Tutto questo con naturalezza, senza timori, riguardi o imbarazzo riguardo a Flaviana, che non si muoveva più, eccetto che per il petto, che si alzava ed abbassava mosso da un affannoso respiro. E in quell’alzarsi, si notava talvolta occhieggiare il seno tra le aperture di una camicetta forse troppo stretta. Ma certo non si poneva ancora il problema di una sua attività: fummo io ed Alessandra a continuare il gioco, tra noi due, ma consapevoli, pienamente convinti che nel nostro atto, sia pure con il suo solo sguardo e il suo ansimare, iniziava ad essere coinvolta una terza persona. Il mio cazzo era rosso e duro, e non appena Alessandra lo ebbe liberato dai boxer, lo vidi svettare nella sua caratteristica forma a mezzaluna, puntando naturalmente verso il volto di Alessandra. La cappella era tesissima, lucida e brillante per la lampada accesa. E quel riflesso richiamò Alessandra verso il foro già umido, e la sua bocca protesa venne a orlare la cappella con le labbra e a succhiare con lingua e palato il cazzo. Intanto, con manine esperte, le sue dita cominciavano a titillarmi le palle, che si muovevano di vita propria sotto la potente spinta dei vasi sanguigni e della portata di sperma che si preparava nel loro interno. Una di quelle dita, quella adornata da uno splendido neo scuro, piccolo ed impertinente, solleticò lo spazio che dalle palle arriva fino allo sfintere. Cercai per quanto potevo di assecondare quel movimento, spingendo in avanti il bacino. Benché quell’atto mi avesse ormai coinvolto, non potei evitare di lanciare uno sguardo curioso a Flavia. Giaceva ormai quasi supina con la schiena, usando il muro come spalliera per sollevare un poco la testa. Le gambe erano ben divaricate, e spostate le mutandine, le sue mani erano intente ad una possente masturbazione, che dolcemente accompagnava l’aprirsi e il socchiudersi delle labbra, facendo fuoriuscire a tratti alcune gocce di una saliva calda e profumata. Sentivo un nuovo odore di fica, diverso da quello di Alessandra, mescolarsi ai nostri consueti umori. Ormai il trio, almeno in spirito, si era completato. Una rinnovata eccitazione mi prese quando il dito di Alessandra mi penetrò il culo. Lasciai che l’eccitazione giungesse al punto di costringermi a frenarmi per non irrorare subito la gola di Alessandra di sbroda, poi la afferrai sotto le ascelle, e non senza una certa rudezza, la sollevai dal suo pasteggiare e la gettai, tette al vento, sul letto. Brandendo il cazzo, che sentivo sempre più duro, andai a fottere Alessandra che aveva prontamente allargato la fica per ricevere il suo piacere. Fu allora, in quella posizione per ogni altro verso tradizionale, quasi canonica, che sperimentai per la prima volta il contatto contemporaneo con due donne in un atto sessuale. La mia mano infatti, mentre l’altra si impegnava a pastrugnare le tette flosce di Alessandra, capitava quasi per caso tra le cosce caldissime di Flavia, e cominciava a sfiorarle con voluttà, cercando come in una corsa di raggiungere quella fonte vulcanica che si era preparata nella fica masturbata della bionda. Eccitato, volli guardarla. E notai allora che anche la sua camicia era aperta, e che una mammella era stato tirata fuori dalla coppa del reggiseno e adesso veniva ampiamente strizzata, e spremuta sul capezzolo proprio da Flavia, preda di una eccitazione spropositata e sguaiata. Sentivo Alessandra un po’ reticente nel suo godimento, e me ne dolsi, in quanto avvertivo di non avere più molta capacità di resistere in quella situazione, e già cercavo nella mia fantasia una possibile conclusione a quella scena perversa. Scesi dunque con le dita a sfiorare il clitoride di Alessandra, per accelerarne l’orgasmo. Ma ormai ero così eccitato da aver perso ogni capacità di controllarmi ed organizzare la mia attività, e dunque quello sfregamento nella migliore delle ipotesi causò ad Alessandra nient’altro che una certa irritazione. Io invece ero ormai al limite, e l’arcuarsi totale di Flavia. tormentando il suo mammellone grinzoso, mi faceva capire che anche lei era nei paraggi dell’apice. Lasciai che il suo urlo strozzato si alzasse, e poi anch’io decisi di spruzzare il mio piacere.
“Voglio godere addosso a Flavia! Fammi uscire, troia!” urlai senza certo intendere nessuna offesa, consapevole anzi del condimento di lussuria che tali oscenità aggiungevano al mezzo godimento di Alessandra, purtroppo destinata a fermarsi così a mezz’aria, e non senza una mia intenzionale cattiveria. Uscii da lei quasi con stizza, visto che al mio cazzo, dopo un trattamento decoroso, era però stato negato il meritorio finale, e reggendo il membro con mano tenace, andai ad appoggiare la cappella proprio dove il mammellone di Flavia debordava fuori dal tessuto, producendosi in grinze e rughe degne di una maitresse esperta ed invecchiata, gridando: “Eccolo, ecco tutta la mia sbroda! Beccatela sulle tette, pronta!!”
E là, poggiando la mano libera sulla fica di Alessandra per dare al mio godimento la piena realizzazione di essere raggiunto per mezzo di due donne, esplosi. Non posso usare nessun altra espressione. Gridai forsennatamente, emettendo grugniti e qualche bestemmia sommessa. Lo sperma uscì a fiotti enormi, copiosi e incredibili, untuoso e fluido, spandendosi su quella pelle e penetrandone nelle grinze, nelle rughe, negli anfratti più reconditi andando a inzuppare persino il tessuto spugnoso delle coppe del reggiseno. E fu così che, spossato, raggiunto il mio scopo, e ignorante di ogni conseguenza o presupposto di quell’azione divertente, mi gettai tra i corpi sudati delle mie due amanti, trovando in breve il sonno.

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