Diario di un ragazzo normale by notteinbianco [Vietato ai minori]




Diario di un ragazzo normale di notteinbianco New!

Note:

Il racconto affronta vari generi. Non c’è da stupirsi o arrabbiarsi se ogni capitolo non tratta i generi indicati, che sono per l’appunto indicativi. Tutto arriverà a tempo debito, seguendo l’evoluzione, naturale, a volte lenta, del protagonista.

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Note dell’autore:

Il protagonista inizia a raccontare di se, della sua vita, dei sui problemi e delle sue prime esperienze

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– Io sono un ragazzo normale – questo è quello che mamma papà mi hanno sempre detto, e non solo i miei genitori. Ora anche la dottoressa Crepaldi lo afferma di continuo, ma io non so se creder loro.
La dottoressa Crepaldi è molto brava con me, anche se ogni tanto mi sento osservato da lei e un po’ in imbarazzo, poi quando le racconto le mie cose, quelle cose che non dico nemmeno a mamma, è come se mi frugasse dentro, questo mi infastidisce, ma devo dire che quando esco dopo un’ora di visita mi sento decisamente meglio.
E’ proprio la dottoressa Crepaldi ad avermi detto “ Matteo vorrei che da stasera tu tenessi un diario”
“ma io non ho mai scritto un diario..non so come si fa..”
“Beh proprio perchè non hai mai scritto un diario dovresti iniziare..non è difficile..vorrei che tu ti ritagliassi un po’ di tempo per te stesso, mezz’ora al giorno, magari la sera prima di andare a dormire, raccontassi la tua vita così come te la senti tu, descrivessi la tua giornata. cosa ti è piaciuto, cosa ti ha fatto arrabbiare, chi hai incontrato e che sensazioni hai provato..vedrai che sarà divertente”.
Questa è la prima pagina e francamente non ci trovo nulla di divertente, continuo perchè sono fatto così. Mi fido della dottoressa Crepaldi e non voglio deluderla, anche perchè se lei fosse delusa sarebbero delusi anche mamma e papà e io non voglio deluderli. Non gli ho mai delusi. Mai. Anche se ho sempre il sospetto che io non sia il figlio che mamma, ma anche papà, avrebbe voluto.
Il fatto che sia nero, ma nero nero, non marroncino, mulatto, caffelatte, no! proprio nero! è una cosa che non riesco proprio a capire. Non sono stupido, la capisco da un punto di vista biologico , sono stato adottato. I miei genitori naturali non li conosco ma so che la mamma, quella che mi ha partorito, era una giovane che veniva da un paese chiamato Nigeria, aveva diciott’anni, mio padre era un connazionale, ma di lui non si sa nemmeno l’età. La mia mamma biologica è arrivata all’ospedale San Matteo di Milano dilatata di 7 centimetri, ancora qualche minuto e mi avrebbe partorito in circonvallazione. Visto che ero nato al San Matteo e visto che mia madre non aveva nessuna intenzione di tenermi con se, il personale ospedaliero mi chiamò Matteo. Fui affidato ai servizi sociali e passai, in attesa, i miei primi 40 giorni, nella nursery, curato e allattato artificialmente dalle ostetriche. Intorno a me si susseguivano i bambini, nascevano, stavano tre giorni e se ne andavano. Io stavo lì, a mangiare e a crescere, tanto che dopo 15 giorni, chi guardava dal vetro del reparto maternità, non faceva altro che indicarmi e sorridere. Era impossibile non notare quel fagotto molto più grande degli altri e per di più nero come il carbone.
Dopo 40 giorni comunque arrivarono mamma e papà, quelli veri. Mamma era bionda, lo è ancora in realtà, giovane, aveva 32 anni, e bellissima. Piangeva come una fontana mentre mi cullava. Papà brizzolato di qualche anno più vecchio, la stringeva e continuava a ripetere “E’ bellissimo” I servizi sociali avevano scelto questa coppia e devo dire che non mi posso lamentare della selezione che avevano effettuato.
Una bella casa, un conto in banca più che dignitoso, tanto affetto e tanto amore, oltre che una rete di amicizie e parentele che non mi facevano mai mancare il poter vedere facce nuove e giocare con altri bambini della mia età.
La scuola materna trascorse serena, anche le scuole elementari, alle medie iniziarono i primi problemi, niente di che, questo lo capisco anche io, solo qualche presa in giro dai compagni di classe meno inclini alla pace. Mi apostrofavano ora “Tartufon” ora “Ringo Boys”. Tornavo a casa piangendo come una femminuccia e la mamma mi abbracciava forte e mi diceva “Matteo sei un bambino normale”.
Poi arrivò il Liceo. Sono stato sempre uno studente disciplinato, le professoresse mi adoravano per la mia intelligenza ed educazione. Feci amicizia con molti compagni e compagne e con altri ovviamente nacquero delle rivalità che di tanto in tanto sfociavano in insulti sul colore della mia pelle o sulle mie labbra carnose o sui miei capelli ricci. Non piangevo più ma tornavo a casa scosso, incazzato. Papà mi prendeva da parte e mi diceva che ero un ragazzo normale.
Intanto avevo iniziato a giocare a basket, ero molto alto per la mia età ed ero schierato sempre nella squadra titolare. Il problema nasceva negli spogliatoi dove i miei compagni di squadra mi prendevano in giro. Mi chiamavano Pitone. A casa di questa cosa però non dicevo nulla, mi rinchiudevo in camera incazzato, ma allo stesso imbarazzato non dicevo niente ne a mamma ne a papà.
A diciassette anni mi fidanzai con una compagna di classe – Clara – una biondina molto simpatica. Spesso il pomeriggio andavo a casa sua a studiare, almeno ci andavo quando suo padre non era in casa. Era un uomo che aveva già sessant’anni e non mi sembrava di fargli una gran simpatia.
Ci ritrovavamo il più delle volte a limonare, io cercavo di allungare le mani furtivamente sul suo seno, una seconda soda e sul suo sedere tonico, lei ansimava e si strofinava sulla mia erezione.
Ecco sentivo crescere il mio pisello dentro le mutande fin quando non fuoriusciva dall’elastico, allora mi imbarazzavo e con una scusa tornavo a studiare oppure scappavo a casa, mi rinchiudevo in camera e mi masturbavo. Mamma accorreva per vedere se stessi bene e io le gridavo di lasciarmi stare. I miei iniziarono a preoccuparsi dei miei repentini sbalzi di umore.
Un giorno mentre eravamo stesi sul divano, io sopra Clara mi strusciavo tra le sue gambe mentre lei ad occhi chiusi mi porgeva la lingua. Quando la mia erezione tocco vette spaventose mi ritrassi come mio solito, ma Clara mi bloccò e mi chiede cosa ci fosse che non andava. Dietro sue insistenze fui costretto a confessare il mio segreto e il mio imbarazzo. Fu peggio. Lei si incuriosì mi disse che ormai stavamo insieme da tre mesi e che potevamo prenderci anche qualche libertà in più. Insomma nonostante la mia desistenza, mi sbottonò i pantaloni e tirò fuori il mio pene che si erse in tutta la sua lunghezza per poi accasciarsi barzotto sulla mia pancia. Clara non disse niente, osservò il mio pisello e aprì la bocca stupita. Era eccitata. “Matteo hai un bellissimo cazzo ma è normale, sei un ragazzo normale” anche lei mi disse quella frase, e io nel mio profondo imbarazzo quasi mi convinsi che per lei non fosse un problema il mio stato. “posso toccarlo” mi chiese mentre già allungava la mano. Iniziò a impugnarlo, era una sensazione bellissima. Aveva una mano così delicata, inizialmente aveva paura di farmi male ma la sua presa si fece via via più decisa e il suo ritmo più cadenzato. Guardava il mio cosa crescere nella sua mano e nei suoi occhi potevo vedere una curiosità e un desiderio che mai prima d’ora avevo osservato in nessuno che avesse avuto a che fare con me. Questo mi fece rilassare mia abbandonai sul divano ma presto fui sopraffatto dall’orgasmo. Schizzai tre getti mi finirono sulla maglietta. Lei fece un “ops” di sorpresa e iniziò a ridere ma non cessò il ritmo della sega fin quando il mio pene finì gli spasmi. Purtroppo il suo risolino stampato sulla faccia non cessò quando riaprii gli occhi, sprofondai ancora nell’imbarazzo e bofonchia delle scuse. “ma no, è stato fantastico” disse Clara “meno male che non abbiamo sporcato il divano”.
L’accaduto si ripetè altre volte nei due mesi successivi, ma non andammo mai oltre ad una semplice sega, io ero realmente troppo impacciato per prendere l’iniziativa e lei sembrava sempre molto soddisfatta dal tenere in mano il mio pisello.
Intanto in classe la voce della nostra relazione si era ovviamente sparsa. A farne le spese fu ovviamente Clara che divenne bersaglio di sfottò e dicerie per il fatto che stava con me. Fino al giorno in cui il più balordo di tutti, Stefano C. vedendola in classe zoppicante per via di una botta al ginocchio che aveva rimediato il pomeriggio prima durante il suo corso di ginnastica artistica non pensò bene di dire ad alta voce “Oh Clara finalmente gliela hai data a Matteo!! ahaha!!” e dietro di lui Alessando M., suo bastardo sodale “Eh si guarda come cammina, mi sa che non riesce nemmeno a sedersi, ahah”. Purtroppo il resto della classe rise sguaiatamente e fece scoppiare a piangere Clara.
Passarono un paio di settimane e Clara chiuse la storia con me dicendomi che non se la sentiva di andare avanti, e che tanto non avremmo mai fatto l’amore.
Mi chiusi in camera e questa volta piansi, dissi a mia madre che Clara mi aveva mollato, tralasciando il perchè, e lei ovviamente mi disse che ero “un ragazzo normale, queste cose capitano a tutti!”.

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Note finali:

Per commenti, critiche (sempre ben accette) o altro potete scrivermi a notteinbianco2015@libero.it

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