Come sarebbe stato se




Come sarebbe stato se…

Lui era immobile sulla sua poltroncina da giardino, fissava il tramonto tenendo in mano un bicchiere vuoto.
Lei lo stava guardando seduta ad un tavolo poco distante.
Il mare era calmo, l’aria piena del suo odore.
Lui era arrivato il giorno prima, solo.
Lei l’aveva riconosciuto subito, che ci faceva li da solo? Solo come lei.
Lui si alzò con l’aria stanca. Si avviò verso il salone dell’albergo.
Lei rimase immobile. Pensò a quanti anni erano passati: trenta?
Lui si bloccò davanti a lei, la guardava incredulo: sei proprio tu?
Lei pensò che era incredibile, l’aveva riconosciuta dopo trent’anni.
Lui era in piedi, aspettava un cenno.
– Si, sono io – Lei disse.
– Non sei cambiata…- Sussurro lui stupito.
Non era vero, non aveva più quindici anni. Pensò lei.
– Mi hai mai perdonato? –
– No –
Lui sospirò stanco.
Lei non gli chiese di sedersi.
– Ho passato questi anni nel rimorso –
– Io li ho passati all’inferno –
– Dopo sei mesi sono tornato per chiederti perdono, ma non ti ho più trovata. –
– I miei mi hanno mandata via, poi mio padre ha accettato il trasferimento…-
– Dove sei andata? –
– A Roma – Gli occhi si riempirono di tristezza ricordando quel periodo.
Lui si sedette senza chiedere, era stanco, ma vedeva anche la tristezza negli occhi di lei.
– Cosa hai fatto dopo? –
– Ho finito la scuola e mio padre mi ha trovato un impiego nella ditta dove lavorava.-
Sintetico, aveva riassunto trent’anni di sofferenza in poche parole.
– Io mi sono sposato ma non è andata bene, sono divorziato, niente figli –
Lei sussultò, ma si mantenne calma, non poteva urlare in quel momento, era una vita che tratteneva quell’urlo dentro di se.
Non c’erano più parole solo silenzio e pigre onde del mare.
Lui la guardava ma vedeva quella ragazzina che piangeva disperata per il dolore.
Lei lo guardava ma vedeva quell’uomo, che credeva amico, che la spingeva sul letto, le alzava il vestito, le toglieva le mutandine mentre con l’alta mano le teneva bloccati i polsi. Ricordò la sua potenza, le spalle larghe, le mani grandi, la bocca avida che le succhiava il seno, mentre lei urlava: – Per favore fermati.-
Ma non si era fermato.
Lui riviveva quel momento nella sua testa da trent’anni: aveva violentato una ragazzina vergine. Per trent’anni aveva sentito quel pianto nella sua testa. Neanche il suo matrimonio aveva retto a quel pianto.
Lei ripensò a quelle mani che la toccavano. Ad un certo punto, non sapeva quando, lui le aveva lasciato i polsi ma lei non aveva provato a sfuggirgli. Quelle mani l’accarezzavano lì, dove nessuno l’aveva mai toccata e lei incominciò a sentire qualcosa che non aveva sentito mai.
E quella bocca, che baciava ma allo stesso tempo chiudeva la sua per non farla urlare. Quella bocca che la perseguitava da allora nei suoi sogni e negli incubi.
Lui aveva scolpito nel cervello quel corpo appena sbocciato, quei seni tondi morbidi, i capezzoli turgidi e duri e poi la sua resa. Non aveva più urlato, era immobile e ansimava e lui allora era sceso con la sua bocca, la sua fessura era bagnata, aperta. L’aveva succhiata come fosse un frutto maturo, leccata golosamente.
Ma non bastava…
Ritornò a baciarla sulla bocca e lei non si ribellava e a quel punto sentì impellente il bisogno di farla sua, con forza, il cervello annebbiato da una passione che in quarant’anni non aveva mai sentito.
La penetrò piano ma deciso, non si fermò al suo urlo di dolore, oltrepassò quella barriera ed entrò completamente. Lei piangeva sommessamente. Lui cominciò a muoversi lentamente. Lei ansimava sempre più forte, lui aumentò i colpi .Lei diceva cose senza senso, a lui parvero i suoni più erotici che avesse mai sentito e, quando lei si inarcò verso di lui in un lamento strozzato, venne, dentro di lei.
Poi fu tutta una discesa agli inferi.
Lei aveva scolpiti nella mente tutti gli attimi di quell’amplesso.
Quando la lingua di lui era arrivata in quel cuore che pulsava fino a farle male aveva sentito tutti i suoi muscoli farsi liquidi, il suo corpo non si muoveva, solo lì, in mezzo alle sue gambe c’era tutta la sua vita. Il calore si irradiava fino al cervello come una mostruosa piovra.
Poi lui era risalito a baciarle la bocca e lei sentì quella durezza entrare in lei, piano, ma implacabile.
Il dolore era stato pari allo stupore. Urlò.
Poi incominciò quella danza dentro di lei, le pareti strette sentivano ogni vibrazione, ogni movimento. Più lui si muoveva più un liquido caldo avvolgeva quella durezza, più si bagnava più lui aumentava il ritmo, più lei godeva, fino ad arrivare ad una dimensione senza tempo dove niente esisteva all’infuori del suo piacere.
Poi fu tutta una discesa agli inferi.
– Lo hai detto ai tuoi genitori? –
– Si lo hanno saputo –
– Hai avuto delle relazioni …dopo? Ti sei sposata? –
– No, non ho avuto relazioni né mi sono sposata –
– Mio Dio ti ho rovinato la vita…-
Lui piangeva, senza vergogna, la testa tra le mani grandi, ancora forti, mani di scultore.
Lei lo guardava e il ghiaccio che da trent’anni le ibernava il cuore si sciolse. Guardò quelle grandi mani e le risentì sul suo corpo e come d’incanto in lei si risvegliò il desiderio, il desiderio di lui.
Lui glielo doveva, le doveva trent’anni di vita senza amore, senza sesso, senza matrimonio.
Alzò gli occhi fiera, si sentiva forte, lui avrebbe pagato per il resto della sua vita.
Lui aveva smesso di piangere e la guardava meravigliato. Sulla faccia di lei passavano mille espressioni, finché i suoi occhi si alzarono su di lui con una luce fiera e determinata.
– Andiamo in camera tua – Disse lei.
– Perché? – Chiese lui meravigliato.
– Perché mi devi trent’anni di vita e voglio che paghi con tutta la vita che ti resta – Disse lei.
Lui si alzò, e la precedette. Che importava se lei voleva ucciderlo? Lo avrebbe solamente liberato dalla sua solitudine.
Lui aprì la porta rassegnato.
Lei gli impedì di accendere la luce. Nella fioco chiarore che entrava dalla portafinestra vide il letto e lo spinse sopra.
Lui non capiva, si trovò sdraiato sul letto, paralizzato dall’emozione.
Lei lo spogliò lentamente, aveva pochi indumenti. Lo intravedeva appena ma lo sentiva vibrare. Al tocco la pelle era morbida e calda, forse i suoi muscoli erano un po’ meno evidenti di come li ricordava, forse il suo girovita era più pieno.
Mosse le sue mani dappertutto su quel corpo che aveva visto nudo una sola volta ma del quale ricordava ogni millimetro. Lo annusò, il suo odore non era cambiato.
Mosse la mano verso il suo sesso, era morbido ma anche così ancora grosso.
Lo massaggiò piano, con delicatezza, altro non sapeva fare, perché lei aveva ancora quindici anni e non aveva ancora conosciuto l’amore.
Lui si sentiva straniato. Se voleva ucciderlo perché gli faceva questo? Perché quelle mani lo accarezzavano dappertutto, dolci e inesperte fino a fermarsi sul suo sesso? Erano anni che non aveva una donna, e alla sua età non sperava certo in un’erezione. Ma quella dolce carezza insisteva e poi una bocca delicata si posò sulla sua e una lingua timida gli assaggiava la bocca.
Era ancora lì, quella ragazzina di quindici anni, pudica e curiosa, senza esperienza ma piena di calore.
E allora mosse le mani per toccarla, era ancora vestita. Le tolse con delicatezza il leggero vestito, sganciò il reggiseno e lo fece scivolare giù. Toccò lievemente il seno ed era esattamente come allora, piccolo e morbido.
Scese le mani lungo il suo stomaco e trovò le mutandine. Si era meravigliosamente arrotondata, le curve piene, gliele accarezzò facendole scendere le mutandine.
Si staccò dalla sua bocca, con riluttanza, la fece stendere sulle fresche lenzuola e cercò i suoi seni.
Cominciò a leccarli, piano, girando la lingua sui capezzoli che si inturgidivano e diventavano sempre più duri.
Sentiva il suo respiro farsi più veloce, allora scese piano piano con la lingua fino a quella parte di lei che aveva violentato.
Le aprì le gambe con delicatezza, infilò le sue mani sotto i glutei pieni, vi affondò le dita provando un’emozione profonda e finalmente la sua bocca poté baciare la sua parte più intima.
Leccò con calma, dal basso verso l’alto, prima una e poi l’altra delle sue grandi labbra e poi trovò il clitoride con il quale cominciò a giocare con la punta della lingua, infilandola dentro.
Lei ansimava, gemeva, con le mani stringeva le lenzuola , si, era così, come allora, quel piacere che non aveva mai più ritrovato, ma che non aveva voluto da nessun’altro uomo.
SI…SI…Per favore continua così, ancora, per poi esplodere con la luce di un fuoco artificiale.
Lui si ritrasse lentamente, come in un sogno e sentì il suo membro duro e pronto, il desiderio acceso come da tempo non sentiva.
Ma aveva paura: lei lo avrebbe accettato dopo quello che le aveva fatto ?
Si stese vicino a lei, le prese il viso tra le mani e glielo chiese, timidamente, perché era lei che doveva volerlo.
Lei non era completamente tornata da quell’orgasmo che l’aveva spossata quando sentì le mani calde di lui circondarle il viso. E quelle parole, quella richiesta, quella domanda, quella preghiera.
Il fuoco le ardeva dentro, solo lui poteva placarlo, e disse “SI”.
Lui si mosse su di lei lentamente fino a trovare la giusta posizione in mezzo alle sue gambe, aiutò il suo membro a trovare la strada e poi entrò piano. Scivolò dentro senza fatica, lei era bagnata.
Non era più stanco, un vigore che da lungo tempo non ricordava gli aveva riacceso la passione e il sesso diventò ancora più duro.
Cominciò una danza antica, un po’ più lenta, un po’ più veloce, ascoltando lei che ansimava sempre più forte finché lei non cominciò a gemere così forte da fagli temere che da fuori li avessero sentiti.
Appoggiò allora la sua bocca alla bocca di lei e la chiuse in un bacio.
Lei sentiva il suo membro che entrava e una sensazione meravigliosa la avvolse come una calda coperta. Era tornato, il suo unico amore era tornato dentro di lei, dopo tanti anni, tanta sofferenza.
Lo sentiva muoversi con un ardore crescente, con una dolcezza struggente e allora sentì un fuoco accendersi, era suo, quell’uomo era suo, sarebbe stato sempre suo e cominciò a gemere sempre più forte finché la bocca di lui chiuse la sua con un bacio imperioso. Come allora.
Il suo orgasmo arrivò all’improvviso, senza lasciarle il tempo di capire e lei urlò nella bocca di lui e lui nella sua venendo dentro di lei. Come allora.
E allora lei capì che lo doveva fare, anche se la sua vita sarebbe completamente cambiata, non sarebbe più stata la stessa.
Lui sentì una grande pace, non sentiva più i morsi del rimorso, una grande pace era scesa in lui, adesso poteva anche morire, lei lo aveva perdonato.
– Amore? – Disse lei in un sussurro.
– Si? – Rispose lui ancora intontito.
– Tu ce l’hai un figlio… –
Lui pianse tutte le sue lacrime ascoltando il racconto di lei.
Quel bambino nato quando aveva solo sedici anni, l’unica gioia in una vita di lavoro e sacrifici.
Era cresciuto bene, si era laureato, aveva un lavoro, una fidanzata.
Ma non aveva mai avuto un padre…
Lei parlava, raccontava quello che a nessuno aveva mai detto.
Con la testa appoggiata al suo torace, avvolta dalle sue braccia calde, sentiva che finalmente era libera dal rancore, il suo cuore era leggero, gli anni bui solo un ricordo.
Lui le accarezzava la schiena dal collo alle natiche e incredulo ascoltò risorgere il suo desiderio, sentì che anche lei se ne era accorta, dal suo respiro, dal cuore che batteva forte.
Sapeva che questo dono non era per lui.
Era per Lei.
Perché il tempo che gli restava, ogni goccia del suo sangue, dovevano risarcirla per il male che le aveva fatto.
E poi doveva conoscere suo figlio. Era tardi per fare il padre ma forse gli avrebbe permesso di fare il nonno…
Face book: Giovanni Valentina

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