BLU, BLU… QUASI VIOLA by silverdawn [Vietato ai minori]




BLU, BLU… QUASI VIOLA di silverdawn New!

Raggiunsero la villa che stava appena per imbrunire; in fondo al viale, serrato fra due file di pini marittimi, si apriva un largo spiazzo su cui troneggiava, con una mollezza quasi sensuale, il grande edificio tardo rinascimentale, con la sua scalinata centrale e simmetrica. Quel suo sapore antico, ed il gusto fresco delle vernici e dei fiori, dava all’insieme un affascinante impatto. Sulla ghiaia del piazzale, impeccabilmente lucida e sfavillante di cromature, si stagliava, nella sua livrea amaranto e nera, la Rolls Royce Silver Cloud di Albioni. Lui era lì, in piedi, in cima alla scalinata e, mollemente, li salutava. Matteo fermò l’auto e, distogliendo gli occhi da tutta quella opulenza, si volse a incrociare lo sguardo di Monica, che sorrideva, beata.
Poi lo fece scivolare casualmente sui suoi seni, nascosti appena da quella camicetta leggera e morbida, da cui si potevano leggere tutte le carezze che quei seni avevano già ricevuto; e subito se lo ritrovò sulle cosce, quello sguardo, sulle sue cosce quasi del tutto nude.
Erano lì per lavorare, è vero, lo sapeva anche Monica, lo sapeva anche Matteo; ma avrebbero trovato del tempo anche
per gustarsi un poco di vacanza; vacanza da trascorrere in un
posto straordinario, non solito, carico di strani accenti, che entrambi percepirono fin dal cancello di quella villa.
Quel giorno, quando Albioni gli aveva detto :
“Venga da me, un fine settimana, che devo arredare qualche
stanza…” e glielo aveva detto, allungandogli il suo biglietto da
visita con sotto un bel pacco di banconote da centomila, senza giustificarsi troppo, come suo solito; ma certo, aveva dato uno sguardo anche al sorriso di Monica, seduta sul divano e già in euforia per quel soggiorno da passare là, in una casa di cui aveva sentito parlare, di cui conosceva qualche scorcio fotografico, quel tanto da rendergliela particolarmente appetibile. Lui, Matteo, aveva subito preso
l’agenda e aveva segnato il giorno, verso la fine di giugno, proprio seguendo, come ne avesse potuto capire tutto l’intrico interiore, quel sorriso della sua Monica, quel suo stemperarsi in un gioco sottile, fra la voluttà della complicità e l’arcano sapore di quella villa piena di storia e di memoria. Era stato quel sorriso, il sorriso di Monica a farlo muovere così velocemente, non i soldi dell’Albioni; e quando l’Albioni stesso, gli disse di portarla, naturalmente, con sé, Matteo aveva già capito quanto sarebbe stato necessario, portarla in quella casa.
Lui la guardò scendere dall’auto, seguendo con lo sguardo rapito quelle gambe che si scoprivano e si irrigidivano di muscoli tesi, quasi gli fossero nuove, quasi non le conoscesse abbastanza, quasi non le avesse mai toccate o mai viste prima; poi aprì la porta e scese.
All’interno, nella luce soffusa di quel crepuscolo, aiutata da qualche lampada bassa e soffice, dopo esser passati attraverso un ingresso, Albioni li fece entrare in un vasto salotto, dove li attendeva, seduta compostamente su un discreto sofà, una ragazza dallo sguardo dolcissimo e intenso e con lunghi capelli color del rame che, al loro arrivare, si alzò in piedi e, allungando la mano per stringere quella di Matteo, disse: “Io sono Alice, la moglie di Albioni.”
Quel gesto, quell’allungare la mano verso Matteo, fece in modo che la sua tunica, lunga e nera, di seta finissima, si fendesse in un lungo spacco sul lato della coscia, tanto che entrambi, sia Matteo sia Monica, si convinsero, pur non potendo veder quasi nulla, che ella doveva, sotto la seta leggera, aver poco o quasi nulla che ne coprisse il corpo.
Ma Monica, Monica, non se ne stupiva più di tanto, si stupì di più, a pensare che lui, Albioni, coi suoi cinquanta e passa anni, avesse una moglie così giovane e così bella, più bella e più giovane di lei stessa. Un uomo affascinante, l’Albioni; tanto affascinante e tanto ricco, ma non abbastanza, per una donna così, pensava lei.
Ma furono distolti dall’arrivo di una ragazza, circa vent’anni, socievole e cordiale, che, presi i bagagli, li condusse verso la camera che era stata riservata al loro soggiorno; la cameriera, nell’attraversare le sale ed i corridoi, gli fece da giuda mostrandogli buona parte di quel che c’era da vedere, quasi come fosse abituata, quasi come fosse roba sua. Non tanto lui, ma Monica la scrutava come se ne intuisse il carico frenetico dei sensi, come se potesse, quella ragazza, ostacolarla, interporsi, confondere la sua intimità con Matteo… e solo lei, sapeva di non capire il perché di tanto turbamento.
Matteo era più interessato a guardarsi attorno, a rubare immagini che poi si sarebbe conservato per sempre; il turbamento di sua moglie, non riusciva a percepirlo.
Nella camera, Simona gli mostrò, oltre ai quadri e alle sculture, anche gli armadi e il bagno, i comandi del climatizzatore e quelli delle luci poi, sempre sorridendo, ma un po’ più maliziosamente, avrebbe detto Monica, li salutò dall’antro della porta e se ne andò.
Rimasti soli, in quella camera così piena di sapori mistici, Matteo s’accostò a Monica e, baciandola sul collo, prese, lentamente, a spogliarla. Ma Monica lo respinse, titubante :
“No… non ora; mi sembra che qualcuno ci stia spiando!”
A questa affermazione, Matteo scoppiò a ridere ma lei, lei continuava a non volersi spogliare, continuava a sentirsi spiata, guardata e questa sensazione, questo sentirsi osservata, la metteva in un imbarazzo totale, un imbarazzo che non aveva mai provato prima. Cominciò ad aprire le ante degli armadi, le persiane della finestra, la porta del bagno, guardare dietro gli specchi e sotto il letto, ma tutto senza trovare risposta a quelle sue domande; e senza trovare
neppure pace; le rimaneva, quella sensazione addosso, come se un occhio indiscreto le pesasse addosso.
Poi cominciò a rendersi conto, della stupidità della cosa, ci ragionò sopra, cominciò a dirsi che non era possibile e, anche se fosse stato vero, anche se qualcuno la spiava davvero… beh, che male ne avrebbe mai potuto soffrire ? Matteo se la rideva, forse aveva capito che lei lo stava prendendo in giro, pensava che fosse tutto un gioco, non capiva affatto, quel che stava succedendo alla sua Monica, non capiva ma ci si divertiva. Ed anche lei, riflessa in tutti quei pensieri, non immaginava che quella certezza, quella sicurezza che le sorgeva dentro, quell’occhio indiscreto che la seguiva, le stavano dando una sensazione nuova, una voglia straordinaria e mai provata prima, di essere veramente spiata.
Qualcosa che non aveva mai sentito, qualcosa di straordinariamente forte ed insolente, si stava facendo strada dentro di lei, fino a concentrarsi direttamente nel suo più intimo intimo, fino a raggiungerla, come un fiotto di immenso calore, come un morso di bestia feroce, proprio lì, sul suo pube. Sentiva come una mano, ma più fredda nei gesti, forte e sicura, che l’aveva ghermita e non la mollava più; si abbandonò alle carezze dolci del marito, e si lasciò spogliare lentamente, mentre lui la baciava e la leccava, gustandosi quella sensazione di assoluta passività, come non mai, nella sua vita. Preda assoluta, rispondeva solo ai suoi baci, senza muovere un dito; unico suo obiettivo, era restare pienamente nell’inquadratura di quell’occhio che sentiva su di lei, quell’occhio che sentiva vibrare a pochi centimetri dal suo ventre e che, nel momento stesso in cui, dopo che Matteo le ebbe sfilato gli slippini, poté godere dell’offerta che ella gli faceva, concedendosi a quell’occhio invisibile nella pienezza del suo aprirsi. Allora, in un gesto convulso e offuscato dalla tensione, corse a scostare la mano di Matteo, quella mano conosciuta e amica, che risalendo l’interno delle sue cosce, era corsa a sentirla pulsare, nell’attimo in cui, come lui aveva già intuito, lei sarebbe sprofondata nell’immenso universo, quel suo universo in cui tutto diventava blu, sempre più blu, mentre lei s’avvicinava alla resa dei sensi. E, mentre s’avvicinava a quel suo profondissimo universo blu, al culmine delle sue fatiche, s’accorse che l’occhio, il suo occhio indiscreto, prendeva ad essere contornato da un viso, un viso che riconobbe solo un attimo prima di svenire, stroncata dal
proprio profondissimo orgasmo; era il viso di quel signore, quell’Albioni, sorridente e pacato.
Quando si riprese, Matteo era chino sul suo grembo e baciava delicatamente le sue labbra socchiuse; lei gli carezzò la schiena e lui cominciò a risalire, lambendo la sua pelle col solo labbro, lungo tutto il suo corpo, fino a giungere in vetta ad un suo seno, per poi ridiscenderne per avvicinarsi alla clavicola e all’ascella, fermandosi a baciare, con la solita delicatezza, quell’escrescenza di carne, fra il braccio e l’attaccatura del seno, che tanto gli piaceva, che tanto tempo rimirava con desiderio, quando restava nuda e indifesa; quel triangolino di ciccia, quel piccolo pube senza fenditure e senza vello, quella struttura misteriosa che, come il retro del ginocchio, portava via l’attenzione di Matteo, da sempre, per poco.
Mentre lui la baciava, standole quasi steso sopra, lei cercò di voltarsi su un lato; allora Matteo capì, capì che lo voleva dietro la sua schiena, per prenderla come a lei piaceva di più; scivolò accanto a lei e poi dentro di lei, con una facilità tale che, quasi se ne stupì. Ma non era ancora soddisfatta, Monica; allora, prese a sollevare la gamba che stava sopra squartandosi il ventre, puntando la punta del piede vicino all’altro ginocchio ed ancora, fra l’incoscienza e la conoscenza, offrì il suo sesso, la sua vulva, non solo nuda, non solo spalancata ma anche trafitta a quell’occhio e a quel viso che le avevano permesso d’abbandonarsi in quel profondo lago blu del suo perdersi.
Con pochi colpi di reni, lunghi e delicati, carezzando con una mano un seno e con l’altra la nuca di lei, Matteo la sentì nuovamente inondata di quel suo blu, mentre i suoi sospiri e le sue grida si facevano sempre più fitti ed acuti.
Altre tre volte, Monica, affogò nel suo stesso orgasmo e sempre offrendo sfacciatamente il sesso all’occhio di colui che, a questo punto, doveva guardarla per forza. Poi, esanime, sorridendo a Matteo, lo costrinse a fermarsi, per poterle far riprender fiato; ma non fu una pausa lunga, dopo pochi appassionati baci, ella da sola, col solo muoversi dolcissimo dei muscoli interni, lo costrinse a spandersi in lei, fino quasi a svenire lui stesso.

Note finali:

Silverdawn è raggiungibile alla sua email silverdawn@email.it

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