Nel mezzo ci sono io by Dulcinea [Vietato ai minori]




Ognuno ha il proprio modo di espiare i propri peccati.

C’è chi si affida all’anestetico caldo e sicuro della religione, demandando a un Dio che non vede e che non sente, la remissione delle proprie colpe o del proprio senso di colpa e dei propri dolori.

In fondo non ha ragione John Lennon quando dice che

 

“God is a concept
By which we measure
Our pain”

 

Ma non è una domanda.

Non vi è punto interrogativo ad elemosinare conferme nelle altrui solitudini.

Non è una domanda, ribadisco.

E’ un assunto.

E’ un asserzione.

 

C’è invece chi intraprende la strada del proprio privato “cammino di Santiago” e si affida alle cure redentrici di un seguace di Freud.

Lunghe ed estenuanti sedute, finalizzate ad estirpare una sorta di male oscuro o semplicemente a portare alla luce un personalissimo e troppo spesso incompreso e inascoltato L.O.L. (lato oscuro della luna).

 

Su Dio non posso dire niente.

Non lo conosco abbastanza per poterne parlare.

 

Sulla scoperta del L.O.L., potrei dire, forse poco di più.

Potrei dire quanto è dolorosa la strada che corta alla scoperta del sé.

Potrei dire quanto è faticosa.

Potrei dire che alle volte si ha sensazione di lottare contro i mulini a vento (non avrete mica creduto che mi sia chiamata Dulcinea solo perchè in un Musical degli anni ’70, la donzella in questione , veniva designata come una puttana capace di ispirare grandi imprese in un nobile “sbrindellato e scalzo” come il fu compianto Don Chisciotte? Nel libro di Cervantes in realtà costei era solo una contadina povera ed ignorante…altro che cortigiana di alto bordo!).

Ma poco di più, potrei dire, che non sia già stato detto.

 

Quindi…

Non vi dirò niente di tutto ciò.

Non è questo il momento e non è questo il tempo.

 

Vi racconterò semplicemente una storia.

La MIA storia.

Vi racconterò la storia di una delle tante Dulcinea che hanno abitato la mia pelle.

E ve la racconterò con lo spirito sornione di un folletto oppure con la leggiadra malinconia di una fata.

Con il candore di una novizia e con la lascivia di una cortigiana.

 

Vi racconterò quello che è stato e che non è stato.

Vi racconterò verità soavi come bugie.

E narrerò di menzogne incoercibili come confessioni.

 

Vi narrerò la mia storia con voce tremate ed occhi affogati di pianto.

E ve la racconterò con il sorriso beffardo ed insolente di un fauno o di un satiro.

 

Non parlerò di sesso.

Non solo di sesso almeno.

 

Ma il sesso c’entra.

Come sempre.

Il sesso è l’inizio e la fine di molte storie.

Nel sesso mettiamo noi stessi.

Mettiamo il nostro corpo.

Mettiamo la nostra anima e le nostre abilità.

Qualche volta mettiamo anche il nostro cuore.

Troppo spesso dimenticando di scriverci sopra la parola “fragile”.

E troppo spesso, con forza uguale, ma in direzione contraria, scrivendoci sopra a caratteri cubitali “vuoto a perdere”

E poi…

E poi mettiamo le nostre fantasie.

Le nostre perversioni.

I nostri inganni.

 

Il sesso è l’alpha e l’omega di questa storia.

Nel mezzo, ci sono io.

 

 

 

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Ferragosto by Ronin Terzo [Vietato ai minori]




Ferragosto

Ferragosto. Caldo. Afa. Si suda a stare immobili, all’ombra; figuriamoci al sole.
Tutti in giro, tutti in vacanza, al mare o a fare picnic in luoghi più freschi e isolati. Peccato che tutti abbiano avuto la stessa idea nello stesso giorno e così ti ritrovi il vicino di casa che stende la tovaglia proprio accanto a te, a meno di un metro, e vi ritrovate stretti stretti. Ed invece di un giorno di vacanza, ti ritrovi come se fossi nel salotto di casa tua. L’unica differenza il cielo a vista e mille ospiti non desiderati.
Ieri sera giù al mare a passarsi la serata con gli amici. Due birre, due cazzate, buona musica, la sabbia sotto i piedi… e si finisce per tornare a casa che sono le cinque del mattino mentre la luce del sole inizia a rischiarare il mattino.
Il sole è alto nel cielo quando i miei occhi si aprono. Sbadiglio e mi stiracchio pigramente, arrotolandomi nel lenzuolo. Non ho impegni, non ho nulla in programma e non ho voglia di fare alcun ché. Dedicherò questa giornata all’inedia ed alla totale nullafacenza, al punto da conquistarmi l’ennesimo girone infernale. È un gesto lento, pigro, svogliato, quello con cui afferro il telefono dal comodino allungando un braccio.
Le undici e un quarto.
Sbadiglio. Resto ancora un po’ a rigirarmi nel letto, forse mi addormento persino una seconda volta. Fin quando il mio povero ventre non si lamenta e reclama cibo. Forse è giunta l’ora di alzarsi ed uscire nella savana urbana a cercare nutrimento.
Come metto piede fuori dal portone di casa, un muro di caldo mi colpisce in pieno alla bocca dello stomaco, quasi mi manca il fiato. Mi pento di non aver fatto la spesa ieri, con calma, al fresco del supermercato, senza dover mettere piedi per strada oggi. Sospiro. Il caldo e l’afa, sono atroci.
Le vie sono deserte. Non incontro nessuno, non c’è anima viva per le strade. E questo, unito all’assenza di rumori tipicamente urbani (non si sente una sola televisione accesa o lo sfrecciare di un’auto o di una moto o le urla dei bambini o le voci cristalline delle ragazze) rende l’atmosfera surreale e inquietante. Non posso fare a meno di chiedermi se non stia ancora sognando.
In piazza lo spettacolo non cambia. Il parcheggio in cui, in qualsiasi altro giorno dell’anno, è impossibile trovare uno spazio vuoto, è il deserto più totale e assoluto. Sul mio volto compare un sorriso soddisfatto: a volte, anche una festa inutile e antipatica come il ferragosto mostra il suo lato positivo.
Per mia fortuna, il kebabbaro è aperto. Il kebab, una delle più grandi invenzioni di questo secolo. Quando entro non c’è nessuno. Sembra non ci sia nemmeno il turco dietro al banco. Il deserto pure qui. Comincio a pensare sia un sogno davvero.
E mentre aspetto che qualcuno si presenti a prepararmi un panino entra lei. Capelli neri come la notte, leggermente mossi, occhi celati dagli occhiali da sole. Viso pulito, semplice, delicato. Più bassa di me di una decina di centimetri, indossa una maglietta bianca slavata che le cade da un lato e le lascia scoperta una spalla con Alice in Wonderland di Tim Burton che si esibisce un gentile, sorridente inchino. Ok, sono in un sogno. Non vi possono essere alternative.
La osservo, pulita e semplice nei gesti, entrare, guardarsi intorno e mentre una ciocca di capelli ribelle la cade sul viso. Intuisco il suo sguardo su di me sotto quegli occhiali scuri.
«Ma… non c’è nessuno?!»
«Credo che ci sia qualcuno… sperduto da qualche parte…»
«Pensi che ci faranno da mangiare?»
Alzo le spalle.
«Prima o poi spero ben di si… o mi toccherà scavalcare il banco e improvvisarmi kebabbaro!»
Lei sorride, divertita mentre aggiusta la ciocca nera.
«Beh, nel caso ne farai uno in più per me!»
Attirato dal rumore delle nostri voci, probabilmente le uniche in tutta la città, l’uomo dalla pelle caffellatte appare da dietro la tendina della cucina. Lui ci guarda con fare interrogativo. Faccio un gesto con la mano lasciando la precedenza alla ragazza e lei mi risponde con un sorriso e un piccolo inchino, proprio come quella della sua maglietta.
Quando, poco dopo, lei esce dal negozietto, io ed il kebabbaro ci guardiamo, sorridendo. Panino, Coca Cola, saldo il conto ed torno ad immergermi nell’afa urbana. L’unico rumore che sento è quello delle mie infradito mentre passeggio nell’arsura estiva con il mio kebab in mano.
Attraverso il porticato, affacciandomi sulla piazza principale. Vuota e assolata. Ed eccola lì, la fanciulla di Alice in Wonderland. seduta su una panchina con il sedere sullo schienale e una la lattina di Fanta tra i piedi, intenta a mangiare il su4o panino. Mi vede, mi saluta con un cenno della mano. Pochi passi e mi siedo accanto a lei.
«Anche tu qui?»
Addenta il panino e per un attimo pare ignorarmi. Ancora il suo sguardo celato da quei suoi occhiali scuri.
«Non avevo voglia di andar a casa… puoi sederti se vuoi.»
Sarcastica la ragazza. Apro la latta rossa e ne bevo un bel sorso.
«Molto gentile da parte tua. E dimmi… come mai non vuoi andare a casa?»
«I miei. Sono sempre dietro a urlarsi addosso. Quando non ne posso più esco e resto fuori fin quando non hanno finito di scannarsi.»
La osservo addentare il suo panino. Nessuna traccia di sorriso.
«E come fai a sapere quando rientrare?»
«Solitamente mi chiama mia madre in lacrime.»
«Mi spiace, non è piacevole.»
«No, non lo è. Ma c’è di peggio.»
«Non sembra esserci molta gente in giro oggi. Potrei tenerti compagnia fino alla chiamata a rapporto.»
Il festival delle ovvietà, il mio. Ma almeno lei sorride e non dice di no.
Da lì a poco, dopo aver centrato il cestino con le carte che avvolgevano i panini, ci ritroviamo a passeggiare per la città deserta. I discorsi seri lasciano presto spazio a tutto ciò che è spensierato. Il caldo ci costringe a sudare e spostarci da un’ombra all’altra. Siamo soli, io e lei, in una città che sembra abbandonata. Mai si toglie quelle lenti scure dagli occhi, nemmeno per un istante. Se sulle prima la fanciulla, si dimostra chiusa e seria, lentamente si lascia andare e mi racconta qualche squarcio della sua vita. Così come la vedo: semplice. Riusciamo a ridere di tutto, scherziamo e arriviamo a stuzzicarci e a farci dispetti come due cretini. Che, però, sembrano conoscersi da tanto.
È pieno pomeriggio quando arriviamo davanti ai cancelli del parco pubblico. Lei si gira e mi guarda.
«Giro al parco?»
«Solo ad una condizione…»
Mette la testa di traverso e mi fissa.
«E quale sarebbe?»
«Devi toglierti gli occhiali.»
Lei rimane un attimo in silenzio. In queste due, tre ore trascorse insieme, è la prima richiesta esplicita che le faccio. Nessuno dei due è scemo. Sappiamo che c’è intesa tra noi e che, in qualche modo, ancora superficiale, c’è interesse. Gira la testa dall’altro lato, portando lo sguardo chissà dove. Io la osservo con espressione da finto duro.
«E se io non li togliessi?»
Non allontano gli occhi da lei. Non si sente il minimo rumore. Credo che nel deserto ci sia più gente. Rispondo lapidario.
«Niente giro al parco.»
Martina torna con lo sguardo su di me ed accenna un sorriso provocatorio.
«Potresti togliermeli tu.»
Questa volta tocca a me sorridere. Ci siamo. Compiere quel gesto implica un contatto, una vicinanza che oltrepassa quanto vissuto fino ad ora. E lo sappiamo entrambi. Cala un silenzio di inequivocabile tensione. Faccio un passo avanti, avvicinandomi a lei, immobile, in atteggiamento provocatorio. Allungo le mani e con la punta della dita afferro le stanghette degli occhiali.
«Se te li tolgo io, li terrò in ostaggio e non li darò più.»
Ora siamo entrambi seri. Entrambi vicini. Troppo.
«Allora non è ostaggio. È un furto.»
«Dovrai pagare per riaverli.»
«Ahhhh… manderò le mie squadre speciali a liberarli.»
«Troveranno pane per i loro denti.»
«Vedremo.»
«Vedremo.»
Mette le mani suoi fianchi, in gesto di sfida. Non mi faccio intimidire. Lentamente, quasi fosse un rituale sacro, inizio a sfilarle gli occhiali da sole.
L’attimo più lungo. Lentamente i suoi occhi si rivelano. Scopro le sopracciglia, lunghe, delicate, sottili, scure. E poi i suoi occhi, che sono lì a guardarmi. Neri. Profondi. Magnetici. Senza distogliere lo sguardo, piego le stanghette degli occhiali e li infilo nel colletto della mia t-shirt. Lei non si muove, resta lì, immobile, a fissarmi.
Sento il profumo della sua pelle. Sa di caldo, di sudore, di sole.
Un attimo dopo le nostre bocche si avvicinano, le labbra si sfiorano, esitano. Le mie mani le cingono la schiena, la stringono in un abbraccio e le nostre bocche si toccano, si cercano, ci incrociano in un unico, lungo, assolato bacio.
Faccio un passo indietro e mi allontano da lei.
«Adesso è meglio se facciamo questo giro al parco…»

 

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Silvietta by Dandy Rotten [Vietato ai minori]




SILVIETTA

Due erano le cose che la gente notava in me: lo sguardo da cerbiatta con cui posavo gli occhi sulla gente, e le mie splendide tette! Ho un seno da fare invidia, lo posso dire… le mie tette sono perfette: tonde, sode, grosse e ben levigate… tutti gli uomini che avevo avuto fino ad allora si erano divertiti parecchio con le mie protuberanze… e con quelle armi sapevo che avrei conquistato Lui! Alberto (questo era il suo nome) mi aveva ispirato sesso fin dal primo momento… poi arrivò il resto.

Nel momento in cui lo vidi entrare al bar in cui lavoravo, decisi che me lo sarei scopato.
In quel giorno di settembre in cui la padrona del locale se n’era andata a casa, lasciandomi in gestione la sala perché c’era poca clientela (e raccomandandosi di chiudere se entro un’ora la mossa non fosse aumentata), lo vidi arrivare e fermarsi davanti al bar. Lo salutai e gli feci cenno di entrare, ma lui rispose con una smorfia, che stava aspettando la sua fidanzata.
Un morso di gelosia mi aggredì allo stomaco e alla psiche… fidanzata?!
Quando detta fidanzata arrivò, non seppi se gridare all’ingiustizia o se sentirmi sollevata… si trattava di Frisbee… a dire il vero il suo nome era Samantha, ma la chiamavano Frisbee per la sua forma fisica… bassa e larga, con viso inespressivo e aria stupida… in somma un pallone era reputato più intelligente, perciò “palla” come nome era troppo generoso… meglio un disco piatto che volava solo se lanciato… così in tutto il quartiere era chiamata Frisbee! Aveva lavorato al bar prima che io arrivassi, e da quando l’avevo sostituita le vendite erano raddoppiate… secondo alcuni il merito era proprio delle mie zinne!
Naturalmente me ne guardavo bene dal chiamarla così, e anzi, per dirla tutta, prima di sapere che era fidanzata dell’uomo per cui sbavavo da un paio di settimane, mi era pure simpatica! Ovvio che tutta la simpatia si era esaurita in un colpo quando avevo scoperto di averla come rivale… poteva la sottoscritta, con le bocce e lo sguardo che si ritrovava, cedere le armi di fronte a un cesso del genere? A proposito, io mi chiamo Silvia, per gli amici Silvietta. Non sono né bassa di statura, né giovane… si vede però che ho l’aria di una “silvietta”…

Quando li vidi entrare li lasciai accomodare dai divanetti e chiesi loro cosa ordinavano. Lei un decaffeinato, lui un succo di frutta… mi arrivò in un attimo l’illuminazione… aprii il cassetto dove la padrona che soffriva di stitichezza teneva il Guttalax… e ne rovesciai ben 30 gocce nel decaffeinato di Frisbee… li servii e l’effetto fu quasi immediato. Frisbee si alzò con un urlo!
-Oddìo… devo andare al bagno! Non ce la faccio ad arrivare a casa!!!
-Vai pure è aperto- le gridai e senza nemmeno attendere il permesso si rinchiuse nel bagno…
…in quel momento abbassai un poco le luci e abbassai la serranda del bar a metà, poi presi le chiavi del bagno e la chiusi dentro… poi accesi il cd con la musica più adatta che conoscessi e improvvisai uno striptease… prima mi sfilai i jeans,poi fu la volta della maglietta, e infine quando anche gli intimi volarono oltre il bancone, mi avvicinai e mi accorsi che i suoi pantaloni stavano per esplodere…
-Wow!- esclamai- …chissà se mantieni le promesse…
Poi gli sbottonai i pantaloni e gli abbassai i boxer, da sotto emerse un coso duro e voglioso che avrebbe fatto invidia ai divi del porno, iniziai a leccarlo e succhiarlo con foga e delicatezza, concentrandomi sul bastone, poi guardai verso l’alto, vidi che si stava togliendo la camicia e la canottiera, quindi gli abbassai ulteriormente i pantaloni cercando di aiutarlo a toglierli, e quando fu anch’egli completamente nudo ricominciammo. Si gettò a capofitto sui miei seni e iniziò e succhiarne i capezzoli, a strizzarli e a leccarli.
-Voglio giocare con queste meravigliose tette!- disse- che tette fantastiche!
Dal bagno ogni tanto, lievemente coperto dalle musiche del CD, proveniva qualche gemito di dolore, Frisbee stava male… e non sarebbe uscita molto presto!
Così continuammo il nostro lavoro imperterriti.
Alberto mi sollevò e mi fece adagiare sul divanetto, da quella posizione mi penetrò.
Un rumore dal bagno per un attimo mi turbò: Frisbee aveva terminato il suo travaglio, ma non riusciva ad uscire… sfido, era chiusa dentro dall’esterno!
Senza badarvi continuammo, senza nemmeno curarci dell’allarme che aveva fatto partire tirando un’apposita cordicella situata sopra lo sciacquone.
L’uccello di Alberto stantuffava cadenzato con passo di danza moderna, io godevo come mai avevo goduto prima di allora… ma a un tratto la voce stridula di Frisbee ci allontanò dal sogno.
-Ma che cazzo state facendo?!!!
Avevo dimenticato che al terzo tentativo di allarme, la porta del bagno si apriva automaticamente…
Lo spettacolo che si ritrovò davanti non era certo quello che avrebbe voluto: il suo uomo, completamente nudo, in una posizione più che esplicita con la barista del bar in cui un tempo aveva lavorato…
Ci voltammo sbalorditi… ma non sapendo cosa dire, io restai in silenzio, mentre Alberto rispose prontamente:
-Mi sembra ovvio, no?
Mi aspettavo che l’orgoglio di Frisbee si riversasse in odio e rabbia nei confronti della sottoscritta, e già i miei muscoli si erano tesi, pronti ad ingaggiare una lotta con quel cesso… ma tutto ciò che fece fu scoppiare in un ridicolo pianto sonoro che l’accompagnò mentre usciva abbassandosi per passare sotto la serranda e si allontanava lungo il piazzale…

Da quel pomeriggio sono passati otto anni… ho aperto un locale tutto mio, e da qualche tempo posso pure lavorarci poco lasciando spazio ai dipendenti… Alberto mi ha sposato quattro anni fa, forse arriveranno dei figli… Frisbee invece ci ha tolto il saluto, e so che da qualche tempo se la passa piuttosto male, ma quando Alberto ed io le abbiamo offerto il nostro aiuto, ci ha fatto capire che preferirebbe morire che avere a che fare con noi due… non posso darle torto.
Ciò che è rimasto come allora sono gli orgasmi che Alberto mi procura… dal desiderio di quel pomeriggio, in fretta passammo al sentimento… ora tutt’altro che sopito.

 

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