Le mie cugine…e non solo by severo24 [Vietato ai minori]




Le mie cugine…e non solo di severo24 New!

Note:

Questo racconto è di pura fantasia. Personaggi e luoghi sono fittizi.

Questa storia racconterà di come mia zia e le sue figlie verranno schiavizzate e di come diventeranno il mio harem personale.

Note dell’autore:

Come mia cugina divenne mia schiava

Sono un ragazzo di 25 anni, normale, poco appariscente, quasi anonimo: alto circa 1.90m, moro, occhi nocciola, fisico magro e non troppo muscoloso.
Quello che vi sto per raccontare è successo quattro anni fa. Era un freddo pomeriggio di dicembre e stavo tornando a casa dopo aver portato a termine delle commissioni. Visto che non ci andavo da un po’ e che mi trovavo in zona, decisi di passare da mia zia per fare un saluto.
Mi aprii mia cugina Francesca, la maggiore, allora 22enne. Mi salutò frettolosamente e si congedò dicendomi che stava preparando un esame e aveva poco tempo. Tornò quindi in taverna, la sua camera. È spaziosa, arredata con tutti i confort e durante la ristrutturazione aveva anche insistito perché la stanza venisse insonorizzata, con la scusa che non voleva essere disturbata da niente e nessuno.
Decisi di non disturbarla oltre e andai a salutare le sue sorelle più piccole.
Nella loro camera, al secondo piano, non c’era nessuno. Girai sui tacchi diretto verso la porta, pronto ad andarmene, ma in quel momento sentii l’acqua iniziare a scorrere nella doccia. Mi avvicinai, silenziosamente, al bagno. Socchiusi la porta e tramite il riflesso dello specchio riuscii a vederne l’interno, rimanendo celato.
Ciò che vidi mi lasciò senza fiato. La mia cuginetta si stava spogliando, e una volta nuda invece di entrare subito in doccia iniziò a masturbarsi. Non avrei mai immaginato che fosse vogliosa a tal punto da masturbarsi davanti allo specchio e per di più senza nemmeno chiudere a chiave la porta. Anche considerando il fatto che ha un visino pulito, innocente che tra le altre cose le ha sempre permesso di evitare le punizioni scaricando la colpa sugli altri. Mia cugina, che qui chiamerò E., due anni più piccola di me. È una ragazza comunemente definita figa. Alta 1,68m, seno un po’ piccolo, una seconda, ma comunque sodo e proporzionato con il suo fisico minuto. Culo a mandolino, gambe lunghe e affusolate, cosce modellate da anni di pattinaggio artistico. Caratterialmente, invece, è una stronzetta, viziata, un po’ snob e schizzinosa. Una persona che pur di ottenere ciò che vuole, quando la vuole, sarebbe in grado di ribaltare il mondo, ma senza far capire di essere stata lei a farlo.
Mentre guardavo rapito il movimento delle sue dita intorno e dentro la sua giovane figa una potente erezione prese il controllo del mio corpo, riuscii però a mantenere il controllo e a non masturbarmi lì sulla porta. Invece, senza quasi accorgermene, presi il cellulare e le scattai alcune foto. Riuscii anche a fare un video del momento in cui raggiungeva l’orgasmo.
Quando finalmente entrò in doccia, mi ricomposi e mi spostai, avendo cura di richiudere delicatamente la porta dietro di me evitando così che potesse scoprirmi.
Tornai in camera da letto, mi misi comodo e la attesi al “varco”. Dovete, infatti, sapere che la famiglia di mia zia è molto bigotta e puritana per questo la masturbazione, come qualunque altro atto sessuale, in casa loro non è assolutamente permessa e in caso di trasgressione la punizione è molto severa.
Circa 20 minuti dopo che mi fui messo comodo sentii che chiuse il rubinetto e in pochi secondi uscì dal bagno per tornare in camera a vestirsi. La visione del suo corpo con solo il salviettone addosso con le goccioline d’acqua che cadendo dai capelli scivolavano lungo le spalle fino all’incavo del seno era celestiale, sensuale a tal punto da farmi mancare il fiato per alcuni istanti. Ci mise un po’ ad accorgersi della mia presenza e questo mi diede il tempo di riprendere fiato. Appena mi vide si spaventò, caccio un urlo, mollò la salvietta che non più sorretta scivolò sulle sue curve fino a finire a terra. Paonazza in volto cercò di coprirsi come meglio poteva, ma il risultato fu quello di rendersi ancora più appariscente ed eccitante. Quando lo shock iniziale passò vide immediatamente il ghigno soddisfatto che avevo stampato in volto e subito i suoi occhi si spostarono sulla mia erezione ormai pienamente visibile anche attraverso i pantaloni.
Vedermi in quello stato, se possibile, la fece diventare ancora più rossa di quanto fosse prima. Infine, i suoi occhi si posarono di nuovo sul cellulare che tenevo in mano. Ci mise pochi secondi a unire i puntini e appena lo capì scattò violentemente verso di me. Iniziò a colpirmi urlandomi contro frasi come: “Stronzo cosa hai fatto?”.
La “partita” per lei fu breve. Fisicamente la sovrastavo e riuscii presto a neutralizzarla. Le bloccai le braccia dietro la schiena, la coricai sulle mie ginocchia in modo che il culo fosse ben esposto e iniziai a colpirla con il retro della spazzola che poco prima avevo trovato sul suo comodino. Non appena il primo colpo raggiunse la sua chiappa destra E. iniziò a dimenarsi, a singhiozzare, intimandomi di smettere immediatamente altrimenti l’avrei pagata. Ovviamente non mi fermai, anzi continuai con maggiore vigore finché la sua volontà di resistermi scemò e contemporaneamente smise di dimenarsi. Ormai aveva la forza solo per piangere e il suo culo era bordeaux. La adagiai, allora, a terra e attesi qualche minuto che si riprendesse.
Ritrovate le forze si portò le mani alle chiappe e lentamente iniziò a massaggiarsele per cercare di lenire il dolore che si irradiava in tutto il corpo, alla fine il dolore si affievolì a sufficienza da permetterle di guardarmi e di concentrarsi a sufficienza per potermi ascoltare. Quando la sua attenzione fu su di me iniziai il mio discorso:
-G: “Che cosa stai facendo troia?! Ti ribelli al tuo Padrone?! Devi portare rispetto!”
-E: “Tu il mio Padrone? Ma cosa ti sei fumato?…Io non sono schiava di nessuno!”
-G: “Questo può essere ciò che credi, ma presto ti renderai conto che è proprio come dico io. E lo farai appena vedrai ciò che ho qui!”
Mano a mano che il dolore e l’umiliazione delle sculacciate si riducevano riuscì a riacquistare la sua usuale sicurezza e spavalderia.
-E: “E cosa avresti? Sentiamo?”
Le tirai uno schiaffo in pieno viso e le dissi:
-G: “Ti ho già detto che devi essere più rispettosa nei confronti del tuo Padrone.”
Le mostrai così lo schermo del mio cellulare, dove avevo richiamato le foto scattate poco prima, e con una punta di sarcasmo ripresi:
-G: “Hai visto che belle foto che fa questo cellulare?” … “adesso però parliamo di cose serie, tu d’ora in avanti farai quello che ti dico se no queste foto finiscono direttamente su internet e poi in mano ai tuoi genitori.”
La sua risposta non si fece attendere, e sprezzante come al solito disse:
-E: “Sei un lurido bastardo…sei mio cugino come puoi farmi questo??”
-G: “Io non sono più tuo cugino d’ora in poi sono il tuo unico Signore e Padrone e così devi chiamarmi è chiaro??”
-E: “Sì.”
-G: “Sì e poi?”, pronunciai queste parole mentre alzavo la mano preparandomi a colpirla nuovamente.
-E: “Sì Padrone.”
-G: “Bene, così va già meglio troia che non sei altro.”
Sorprendendola le infilai una mano tra le gambe, le accarezzai le grandi labbra. Labbra che trovai già umide. Quindi le infilai subito due dita nella figa. Come pensavo appena dentro le mie dita trovarono un impedimento:
-G: “Vedo che abbiamo qui una verginella. Vorrà dire che mi divertirò di più. E dimmi anche il culetto è vergine??”
-E: “Sì Padrone.”
-G: “Bene bene, vedo che impari in fretta come ci si comporta. Ora ecco le regole di base che dovrai sempre seguire:
1) Quando siamo in privato devi chiamarmi Padrone o Signore e darmi del Lei, quando invece siamo in pubblico puoi darmi del tu, ma comunque devi portare rispetto.
2) Il tuo pube dovrà essere sempre perfettamente glabro come quello di una bambina.
3) D’ora in poi non indosserai più nessun tipo di intimo a meno che io ti dica altrimenti.
4) Dovrai essere pronta a soddisfare ogni mio desiderio 24/7 per questo ti fornirò un nuovo numero di cellulare che non dovrai dare a nessuno e al quale dovrai essere sempre reperibile.
5) Dovrai sempre eseguire i miei ordini alla lettera e nel minor tempo possibile.
6) Non potrai masturbarti né avere orgasmi né avere rapporti sessuali senza il mio permesso.
7) Domani prenderai subito appuntamento dalla ginecologa per farti prescrivere la pillola. Non mi piace indossare il preservativo.”
-G: “Hai compreso tutto??”
-E: “Sì Signore.”
-G: “Ti porterò comunque una copia cartacea delle regole e ti farò firmare un contratto di appartenenza.”
-E: “Grazie Padrone per la sua gentilezza.”
-G: “Eventuali mancanze nell’obbedienza a una qualsiasi di queste regole o a un mio ordine porterà ad una punizione che deciderò di volta in volta.” E continuai “per avere un maggiore controllo su di te anche quando non ci sarò, farò istallare un sistema di sorveglianza audio-video in tutta la casa.”
Sfilai le dita dalla sua figa e poi proseguii:
-G: “Ok ora vediamo la mercanzia. Fai un giro su te stessa.” Totalmente annichilita dalla situazione iniziò a girare lentamente su sé stessa… “uhm per ora vai bene così, valuterò poi eventuali modifiche da apportare al tuo corpo.” Feci una breve pausa e aggiunsi “cagna sei felice che apprezzi il tuo lurido corpo?”
-E: “Sì Padrone, grazie.”
-G: “Ora andiamo a depilarti il pube, che quei pelacci non si possono vedere.”
-E: “Sì Signore.”
La accompagnai in bagno. Una volta entrati le ordinai di prendere gli strumenti per depilarsi. Raggiunse un cassetto ed estrasse rasoio e crema depilatoria. Appoggiai le mani sulle sue spalle e la spinsi a terra. Le feci allargare le gambe forzandole con il piede e le ordinai di iniziare il suo compito. Fece per spalmarsi la crema sui peli, ma la fermai e le ordinai di farlo a secco.
-E: “Ma così mi farà male Signore.”
-G: “Esatto…così impari a mancarmi di rispetto troia.”
Cercò nuovamente di protestare, ma la zittii dicendole che se non la smetteva subito non le avrei permesso neanche di usare la crema lenitiva subito dopo. proseguì allora nel suo compito sopportando in silenzio.
Quando annunciò di aver finito controllai la qualità del lavoro. Purtroppo per lei costatai che la zona vicino all’ano non era stata depilata perfettamente e ovviamente lo feci presente.
-G: “Troia spiegami dove hai imparato a depilarti?”
Riuscì ad abbozzare una risposta prima che la zittissi:
-E: “Ma Signore è la prima…” le strappai il rasoio dalle mani e completai io stesso il lavoro, ma non prima di averle dato un paio di schiaffi sulla figa ancora rossa e irritata. Schiaffi che la fecero urlare per il dolore.
-G: “Per questa volta non ti punirò, ma devi comunque imparare a eseguire gli ordini alla lettera e soprattutto secondo i miei standard.” e dopo una pausa aggiunsi “ora spalmati quella cazzo di crema sul pube e poi vieni a salutarmi.”
Andai in camera sua ad aspettarla, dopo un paio di minuti d’attesa le urlai di sbrigarsi.
-G: “Allora troia ti muovi?” e ancora “tu non devi pensare più al tuo benessere ma solo al mio.”
Quando finalmente entrò in camera, ero nudo dalla cintola in giù. Avevo un’erezione poderosa che stava iniziando a diventare dolorosa.
-G: “Troia mettiti in ginocchio e inizia a succhiare.”
Si avvicinò con riluttanza. Con un’espressione di disgusto dipinta sul volto. Aspettai qualche secondo e poi dissi:
-G: “Allora cosa stai aspettando? Muoviti non ho mica tutto il giorno!”
Dicendo questo la afferrai per le spalle e la spinsi verso il basso fino a che non fu in ginocchio con la faccia a pochi centimetri da mio cazzo. La presi per i capelli e forzandole la bocca iniziai a scoparle la bocca con un ritmo crescente, ad ogni spinta andavo sempre più a fondo fino ad infilarle il cazzo in gola, questo le causò diversi conati di vomito. Non ci feci caso e proseguii fino al limite. A quel punto dissi:
-G: “Troia sto per venirti in bocca, vedi di ingoiare tutto se no te la faccio pagare cara.”
Dopo pochi secondi le sparai in bocca 4 o 5 abbondanti fiotti di sborra calda.
Aspettai di sentire che la sua lingua spingesse il mio liquido caldo in gola e poi le ordinai di ripulirmi.
Infine mi congedai da lei:
-G: “Bene, per oggi è tutto.”
Dicendo questo, mi chinai, le presi il clitoride e lo schiacciai tra le unghie fino a farla urlare di dolore.
Mollai la presa e percorsi lo spacco della figa e, come avevo previsto, la trovai fradicia. Mi ricomposi. Le ricordai che le era proibito masturbarsi e mi diressi verso la porta. La mia nuova schiava diligentemente mi accompagnò a capo chino fino alla porta. Prima di uscire mi girai e le dissi:
-G: “Ah un’ultima cosa voglio che tu scatti delle foto compromettenti a tutti i membri della tua famiglia, chiaro?”
-E: “Sì mio Signore come desidera. Ma perché le servono?”
-G: “Questi non sono affari tuoi. Tu fai solo quello che ti viene ordinato, chiaro?”
-E: “Sì Signore, mi scusi.”

Note finali:

Per commenti o critiche (preferibilmente sensati/e e costruttivi/e) iosevero24@gmail.com.

Vi ringrazio per le mail che mi avete mandato e mi scuso per non aver risposto a tutti, purtroppo ho avuto problemi con la mail.

 

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Tenerezze mancate by Idraulico1999 [Sentimentale]




ui la guardava, le parlava con la voce calda, cordiale e invitante, le teneva la mano scivolando l’indice sul dorso della sua, lei di rimando lo squadrava in modo estasiato, a volte i suoi occhi si socchiudevano esprimendo e simboleggiando interamente il sottile piacere che si prova quando si sta vivendo un sogno. Quello là era il mio assillo, il mio incubo perenne, dato che io rimanevo lì in silenzio nel tavolino in fondo alla saletta di quel tranquillo ristorante turco, nascosta dietro il profumo d’un bicchiere di vino, dal momento che i miei occhi si chiudevano assieme a quelli di lei, frugando, cercando di raccattare lo stesso piacere, lo stesso sogno. Io vivevo la collera e l’indignazione di vederlo ancora una volta con quella donna, io ero sottomessa da un tenue torpore provocato da quella tenera visione. Come avrei voluto essere al suo posto, come avrei voluto che guardasse me, sentire la sua mano sulla mia, ascoltare le sue parole, dato che erano due mesi che lo assillavo in ogni luogo e nei momenti liberi, però stava sempre lì con quella. Ecco, in questo momento si sono alzati, mi passano vicini, io mi nascondo dietro il bicchiere, escono dal locale, mentre io rimango lì aggrappata e pietrificata a quel vetro che svuoto golosamente.

Io l’incontrai casualmente tempo addietro in un locale che vendeva mobili d’antiquariato, parlava con decisione ed esprimeva benissimo ciò che voleva far capire, riuscii a sapere dove abitava e dove abita tutt’ora, poiché lo tenni costantemente d’occhio, aspettando a tal punto un momento favorevole per vincere la mia timidezza e tentare un altro incontro, in seguito scoprii che aveva una donna ed era ben visibile quanto si volevano bene. Da quel giorno, non sono più riuscita a cacciarlo dalla mente neanche per un solo istante, perché è come se mi fossi innamorata perdutamente, come se m’avesse rapito e stregato trafiggendomi il buonsenso, eppure talvolta si sa che al cuore non si comanda. Ho trascorso le sere sotto la loro camera ad aspettare che se ne andasse, che ritornasse a casa, che sfuggisse alle braccia di lei, poi esausta me ne tornavo a casa avvilita, delusa e per di più sfibrata. Può l’amore rendere bietolona, mammalucca e sciocca una donna? Certamente sì. Io sto trascurando i miei interessi, il mio lavoro, la mia vita, per quanto so d’essere stupida, eppure non riesco ad allontanarne il pensiero, giacché è troppo forte, viceversa io sono troppo debole, se soltanto non ci fosse lei ripeto costantemente verso me stessa. Tre giorni dopo la serata al ristorante mi trovavo in ufficio e nel tempo in cui sbrigavo le mie pratiche il direttore mi manda a chiamare, perché come segretaria addetta del personale del direttore mi spetta essere sempre disponibile e lasciare tutto quello che ho da fare, per andare da lui e farlo sentire capo, in fondo lui mi paga bene e il lavoro non è noioso. Talvolta mi chiede di portargli la pratica d’una nuova ditta che si sta affermando nel settore ottico, un nuovo cliente, in quanto il titolare è qui per i dettagli di un’ordinazione. Il superiore ci tiene a far vedere che nella sua azienda vi sono belle donne, lui che quando può si reca in Brasile o in Indonesia per sfogare le sue repressioni accumulata, poi appena può ne approfitta per mostrare le sue donne, quindi in ufficio siamo tutte sempre tirate anche quando ci capita d’essere in giornata no, poiché dobbiamo essere sempre impeccabili. In quel frangente aprii la porta dello studio molto chiaro per via della grande finestra alle spalle della scrivania, il direttore e il cliente erano seduti l’uno di fronte all’altro, m’avvicinai alla scrivania e appoggiai il prospetto dell’ordine su di essa, con spontanea naturalezza lo aprii, poi come un copione già visto mi spostai sulla sinistra e guardando il capo attesi che mi presentasse:

“Questa è Maddalena, la mia assistente. Tenga presente di qualsiasi cosa avesse bisogno lo chieda pure a lei, perché qua dentro è la migliore”.

A quel punto, con un sorriso mi voltai verso il signore per la stretta di mano di rito, la mia mente sennonché vacillò, avevo la voce tremolante, a un tratto non sapevo che cosa dovevo o potevo fare, lui mi salutò con la sua calorosa voce che udii spesso di nascosto da dietro il telefono, quando lo chiamavo e poi non rispondevo. In quell’istante mi sentii svenire e per togliermi dall’imbarazzo feci finta d’avere un attacco di tosse e corsi in bagno scusandomi con un gesto della mano. Suppongo che il direttore non abbia ben accolto il gesto, però l’unica cosa che m’impediva di crollare era la fuga, in tal modo mi sedetti nel bagno, mi lavai il viso, perché non potevo continuare così, alla fine mi calmai un poco e dopo essermi rifatta il trucco ritornai da loro. Non so come ho fatto a stare mezz’ora in quell’ufficio senza rischiare di saltargli addosso, a dire il vero non sono riuscita a capire bene quegli apprezzamenti che lui faceva nei miei confronti, spinto dalla millanteria e dalla spavalderia del boss, che neanche tanto di nascosto aizzava il poveretto di turno nel guardare le curve della sua assistente, ogni qual volta che io m’alzavo e prendevo un fascicolo nello scaffale.

A casa ci sono arrivata svigorita con la testa pesante, con il cuore impazzito e la pelle arricciata, perché la prima cosa che mi è venuta in mente di fare è stata quella di lasciarmi andare a quel pensiero che mi tormentava e sdraiata nel letto mi sono accarezzata per interminabili minuti, fin quando la pelle non ritornò morbida e la mente finalmente priva di forze. Il mattino seguente mi sono svegliata con un pensiero fisso in testa, il solito, però più forte, dato che in quel pensiero c’era anche lei, quella donna che riempiva le sue serate, perché penso che a volte per poter raggiungere un obiettivo si è in grado di compiere qualsiasi cosa, soffrire, tradire e anche uccidere. Se lei morisse, io avrei la strada libera, pensai, in fondo non è complicato, lei abita in periferia e utilizza sempre l’autobus per andare o per tornare a casa. Un incidente stradale, uno stupro o cose simili. Io m’accorgo a quel punto che la questione mi passa per la testa con decisione e con naturalezza, m’alzo, faccio la doccia e quel pensiero rimane lì, fisso e indelebile, tentare un sacrificio per raggiungere un uomo irresistibile. Guardo frattanto l’orologio appeso al muro, sono le dieci e quaranta, in quanto lei esce di casa di solito alle undici e utilizza l’autobus alla fermata di fronte a casa sua dall’altra parte della strada in una zona poco trafficata. Lei è puntuale, indossa una minigonna e un giubbotto rosso, chiude la porta di casa, poi s’avvicina al marciapiede, lo supera, la mia auto è in moto, la marcia è inserita, nessuno in vista e quando lei attraversa affondo il piede sull’acceleratore. In un attimo sono lì, davanti a lei che stravolge gli occhi e si blocca in mezzo alla carreggiata, io chiudo gli occhi, aspetto soltanto di udire il rumore sordo di lei sul cofano. Il piede destro, immediatamente e istintivamente frena, pigia il pedale più forte che può, la corsa termina in uno stridio di gomma bruciata, io apro gli occhi, lei è lì davanti a me che mi osserva, pure io la guardo. No, non esiste, non può valer la pena di compiere un’azione così per un uomo, non ci sarebbe più posto per l’amore, soltanto l’afflizione, il rimpianto e il rincrescimento. In quell’istante esco dall’autovettura, balbetto qualcosa, qualche scusa, lei s’accascia sul ciglio della strada con le gambe tremanti per lo spavento, io l’invito a salire in macchina, facciamo qualche chilometro prima che iniziamo a parlare, perché la paura è stata consistente:

“Non t’avevo vista attraversare, scusami ancora”. Lei acconsente, poi mi guarda e si mette a ridere:

“Pensa tu se dovevo morire oggi, dal momento che devo annunciare al mio uomo che sono incinta di tre mesi”.

Incinta di tre mesi? Io stavo per commettere il più grande errore e la più gigantesca malefatta della mia vita, per il fatto che non sarei mai riuscita a sopravvivere né a perdonarmelo. Parliamo pochissimo ed evito attentamente di dialogare di lui mentre l’accompagno in centro, in mente mi cadono addosso tutte le paure, i rancori e i risentimenti s’infrangono nell’intelletto, giacché non posso rubare il papà d’un figlio che ancora deve vedere la luce, non sarebbe giusto né opportuno, sarebbe un peccato mortale. E’ già un po’ che non rincorro il signor Jones, eppure la mente è ancora lì con lui, ma il corpo si dedica alla vita, al lavoro e alle serate in compagnia di qualche amica. Ogni volta che le pratiche della ditta mi capitano tra le mani ho un tuffo al cuore, tuttavia tengo duro cercando di resistere. E’ già estate e sulla spiaggia si sta volentieri al calore del sole, una nuova vita, una nuova ispirazione, con il vento caldo che spazza via i ricordi, perché ci si tuffa nella nuova acqua e mentre sono lì beatamente sdraiata una mano mi tocca la spalla:

“Maddalena” – io mi volto e c’è Giuliana con in mano il neonato, una piccola bimba di appena due mesi, bellissima, una delizia, mentre cerco di distinguere in lei i tratti del padre:

“Su vieni, che ti presento il mio uomo”.

A quelle parole il pensiero ritorna indietro di parecchi anni luce in quanto non avrei voluto, però non potevo rifiutarmi. Lui è seduto, è moro con i capelli lunghi, infine si volta:

“Piacere, sono Tiziano”.

Tutti i sensi d’ansia, di gioia, di liberazione, di sgomento e di stupore in quell’attimo s’accavallano a vicenda scompigliandomi, perché la caccia adesso può riprendere. Ciononostante se penso a quello che stavo per compiere mi vengono i brividi. L’indomani tento di rintracciarlo, ma nel suo ufficio non risponde nessuno, allora mi reco presso la sua dimora e trovo la vettura posteggiata lì davanti, mi tremano le gambe, m’avvicino al cancelletto e allungo la mano verso il campanello e suono. Prontamente s’affaccia una donna anziana, in quanto mi spiega che Tiziano è in Spagna per lavoro da tre mesi e non sa quando rientrerà. Io sono persa nei miei pensieri, mi sto distruggendo, poiché in ogni momento sento la sua voce, guardo i suoi occhi e non posso farne a meno. Decido sennonché di recarmi a Siviglia, ho il suo indirizzo e pure il suo telefono, devo farlo, altrimenti ne esco pazza, per poco lo sono. Per telefono non riesco a dirgli nulla, mi fingo una cliente e ci diamo appuntamento al Caffè del Museo, perché questo bellissimo bar è uno dei più antichi della città, molto famoso, per il fatto che gli interni originali dell’epoca lo rendono un luogo molto romantico e sembra di tornare indietro nel tempo. Io entro, lui è lì, appoggiato al bancone di un’antica fattura, il cameriere mi guarda poi si rivolge a Tiziano che si gira verso di me, il suo sguardo scivola sulla mia pelle, poi lui fissa i miei occhi, mi sento travolgere, però m’avvicino decisa:

“Maddalena?”.

Lui si ricorda di me, dato che quest’aspetto è già un segno positivo, credo. Senza permettergli di parlare io gli riverso addosso tutti i miei sentimenti, gli dico che lo amo che voglio essere la sua donna, che mi sono innamorata la prima volta che l’ho visto, che ho atteso questo momento per un anno e che non riesco più a passare una serata senza pensarlo. Mi scappano delle lacrime e lui con il suo fazzoletto le asciuga, mentre richiama il cameriere che nel frattempo si era fissato ad ascoltarmi sbalordito, dopo m’afferra per mano e mi fa sedere accanto a un piccolo tavolino, ordina due bicchieri di Sherry e mi stringe forte le mani, mentre mi lascio andare a un leggero singhiozzo:

“Perdonami, però non ce la facevo più a trattenermi, dovevo farlo, dovevo dirtelo”.

Lui incredulo, ma sicuro di se m’invita a bere, poi mi conduce verso l’ascensore che s’innalza sopra il centro di Siviglia, lassù passiamo parecchio tempo senza parlare, finalmente riesco a sentire il suo sguardo seducente su di me, perché tocca a lui la prossima mossa, mentre io attendo con ansia d’ascoltare la sua voce e le sue parole. Lui si è voltato verso la città sottostante e con risolutezza mi spiega che non potremo mai avere un rapporto profondo, perché mi dice che non c’è possibilità, dato che farei meglio a ritornare subito in Italia. Io mi sentivo offesa, di nuovo abbattuta e umiliata nell’intimo, non riuscivo però a comprendere, perché lui non spiegava null’altro. Non poteva rifiutarmi così, senza motivo apparente, dopo tutto quel tempo, perché io gli chiesi delle spiegazioni, però invano, in quanto i suoi modi determinati, netti e virili m’avevano nuovamente bloccato. Lui si voltò e scomparve senza dire altro, io rimasi lì di nuovo da sola senza indicazioni né spiegazioni. L’ascensore è molto alto, sotto di me appare un’intera città, sopra c’è il vuoto, poiché penso che sia arrivata l’ora di finirla, tuttavia il mio atteggiamento insospettisce prontamente un ragazzo, che m’agguanta per un braccio e mi chiede se mi sento bene.

In ufficio la solita abitudine, i quotidiani, i cataloghi, lo stesso computer, le identiche facce, trascorro quelle vuote giornate, eppure io non sono più la stessa, mi confido di frequente con Gianna la mia collega, che già sapeva delle mie angosce, in questo modo ci rifugiamo nel suo ufficio, la sezione per i rapporti con i clienti. Lei ha tutte le informazioni dei nostri clienti, agguanta la cartella della ditta, mi fa notare che da parecchi mesi non lavora più lì nella sua azienda, allora contatta una sua amica che lavora in quella succursale e riesce a ottenere dei particolari, però nulla di preciso, solamente che Tiziano ha dei problemi di salute, critici e gravi problemi, malgrado ciò lui m’abbia respinto in malo modo io non riesco a scacciarlo dalle mie notti. Io rintraccio nuovamente Giuliana, la sua ex amante, chiedo come sta, però è visibilmente abbattuta e triste, perché la sua bambina è in coma per mezzo dell’immunodeficienza virale, in parole semplice l’AIDS. Tiziano, suo marito l’ha trasmesso a lei e la piccola l’ha contratta dalla mamma quando ancora doveva venire alla luce. In quel terribile frangente il pensiero corre all’istante verso Carlo, perché se avesse contratto questa malattia la sua vita sarebbe diventata un inferno. Io gli telefono istintivamente, ma alla sua risposta non so più che cosa dire, se lui non lo sa ancora o non vorrebbe che io lo sapessi né quale sarebbe la sua istintiva reazione, chiudo la comunicazione, un minuto dopo il telefono squilla, è di nuovo lui:

“Maddalena, sei tu?”. Io rispondo di sì.

“Guarda, che sono di nuovo a Roma. Se ti fa piacere possiamo vederci, perché volevo scusarmi con te, per come t’ho trattato quel giorno”.

Tutti e due c’incontriamo a Piazza Venezia, quando arrivo lui è già lì, di nuovo vorrei corrergli addosso, abbracciarlo, però non è questo il momento adatto, alla fine passeggiamo per un poco, sia lui che io cerchiamo il momento conveniente e le parole da dirci:

“Mi spiace Maddalena, veramente”.

“Carlo, so tutto”.

Io gli rubo la parola spiegandogli tutto quello che so, perché se dev’esserci un rapporto tra due persone, amore o amicizia che sia, io credo nella lealtà e nella sincerità radicale, anche se a volte può essere cruda, inclemente e spiacevole, lui si ferma e mi guarda:

“Non è come credi, la faccenda è bizzarra. Giuliana è la mia sorellastra e quando ha scoperto d’essere sieropositiva ha chiesto il mio aiuto. Io però sono malato di cancro, dato che mi resta poco da vivere e lei l’ha capito, attualmente devo pensare anche a me, perché siamo spacciati entrambi”.

Io lo abbraccio, le mie lacrime cadono sulla sua giacca chiara rigandogliela.

“Io voglio stare vicina a te sino alla fine, ho atteso tanto e neanche l’AIDS m’avrebbe tenuto lontano da te. Vorrei soltanto, se tu lo desiderassi, che tu mi permetta di prendermi cura dell’uomo che amo”.

I suoi caldi abbracci nelle nostre notti d’amore sono durati unicamente tre mesi, dopo di che le sue ossa hanno iniziato a vacillare e a crollare. Nel periodo più brutto ci siamo ritrovati di nuovo, il suo amico medico mi promette di darmi agevolmente una mano per non farlo penare né soffrire ulteriormente, perché vederlo in quelle condizioni trafigge e squarcia irrimediabilmente la mia mente in maniera scioccante amareggiandomi e tormentandomi. Una sera l’ho salutato per l’ultima volta, prima che s’addormentasse per sempre lasciando quest’amaro e infausto mondo.

Alla cerimonia del funerale non ci sono né Giuliana né la sua piccola, morte qualche mese prima, solamente un piccolo corteo di amici. Indiscutibile e innegabile esprimere ed esternare che sono morta anch’io con lui e con la sua anima.

{Idraulico anno 1999}

 

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Ricerche Frequenti:

Una moglie puttana. by Stephan Zanzi [Vietato ai minori]




Una moglie puttana. di Stephan Zanzi New!

Note:

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Note dell’autore:

Ero solo un gioco.

Ricevetti un sms da Stefano. Mi chiedeva se mi ricordavo di quando eravamo fidanzati, e per divertirci ci eravamo inventati il gioco dei ruoli, cioè avevamo fatto finta di non conoscerci, e lui era venuto al centro commerciale e aveva cercato di rimorchiarmi. Era stato solo un gioco, tutto qui. Molto divertente, se devo dirla tutta, e anche molto eccitante. Fu molto bello essere rimorchiata, anche se ricordo che gliela feci sudare molto, povero Stefano. Però alla fine gli diedi ciò che voleva. Non ricordo se gli diedi anche il buco del culo, ma di sicuro la fighetta sì. E mi feci fottere praticamente da un estraneo, perché in quel momento Stefano stava fingendo di essere uno che si era invaghito di me e che voleva avermi a tutti i costi. Erano passati molti anni ormai.
Gli risposi con un sms di sì, e allora lui continuò chiedendomi se mi andava di rifarlo. Caspita, certo che mi andava di rifarlo. Già mi stavo bagnando al solo pensiero. Gli chiesi quando avremmo cominciato, e lui mi rispose che era una sorpresa, che il gioco sarebbe potuto cominciare in qualsiasi momento. Gli chiesi nel frattempo come avrei dovuto comportarmi, e lui mi rispose (sempre tramite sms) di comportarmi come se nulla fosse. Quindi il gioco poteva cominciare tra un’ora come tra una settimana. L’attesa rendeva le cose ancora più eccitanti. Che marito porco che avevo!
Gli mandai un sms dicendogli di vederci in via nazionale a tale ora e a tale posto.
La via nazionale era conosciuta per essere meta di prostitute e uomini in cerca di avventure. Un vero mercato del sesso. La mia idea era quella di fingermi appunto una puttana, e di essere abbordata da mio marito. Così quella sera cercai nel mio armadio i vestiti più osceni che avevo; misi degli hot pants neri di pelle, e sopra un top rosa a fascia da cui le tette mi scivolavano sempre fuori e io ero costretta a rimetterle dentro, e infine i tacchi a spillo e una borsetta. Ero pronta per farmi rimorchiare da mio marito.
Raggiunsi la via nazionale in macchina. Parcheggiai non molto distante e poi mi misi sulla strada. Le altre prostitute, la maggior parte moldave e nigeriane, mi guardarono stupite. Non mi avevano mai vista, ai loro occhi ero una nuova. C’era anche qualche trans; notai che gli uomini preferivano quelle. In effetti erano piazzate proprio bene, però comunque non riuscivo a capire. Perché preferire una trans ad una moldava bionda di diciotto anni? Per saperlo sarei dovuta entrare nella testa di un uomo e farmici un giro. D’altronde anche Stefano una volta aveva avuto una bella sbandata per una trans, cioè Tiffany. Ricordate? Tiffany era diventata la mia rivale in amore. Avevo avuto anche la sensazione che preferisse lei a me. Ma non riuscivo a capirne il motivo.
In ogni modo mi misi a passeggiare sulla via in attesa che venisse mio marito, ovvero il mio cliente. Nel frattempo venni fermata varie volte da altri uomini. La maggior parte erano uomini con la fede al dito. Uno di loro si fermò accanto a me e mi disse: “chissà che belle spagnole che fai con quelle” riferendosi alle mie tette che erano scivolate di nuovo fuori dal top a fascia che indossavo. “E secondo me fai anche dei gran pompini”. Non riuscivo a capire se il tizio voleva solo dirmi porcate oppure era effettivamente interessato ad avermi. In ogni caso dovevo fare in modo di farlo andare via, perché mio marito sarebbe potuto venire da un momento all’altro. Mi guardai intorno ma ancora non lo vedevo. Era in ritardo lo stronzo. Davvero voleva lasciarmi lì a passeggiare su via nazionale come una puttana?
“Quanto sei maiala” mi disse il tizio che mi si era accostato.
“Lo sa tua moglie che vai con le zoccole?” gli chiesi in tono severo. Ma cosa mi prendeva? Perché mi stavo mettendo a fare la morale a quello lì? Forse perché guardandolo negli occhi avevo avuto una visione, avevo visto la sua vita mediocre, la sua moglie annoiata e stanca, il suo lavoro d’ufficio snervante e ripetitivo. Avevo visto un uomo che si era arreso alla vita, e che trovava appagamento soltanto andando sui viali, in cerca di zoccole da scoparsi in auto. “Non c’è niente di peggio per una donna che avere un marito che va con le puttane”.
“Ma che cazzo dici?” mi disse. “Avresti proprio bisogno che qualcuno ti tappasse quella bocca con un bel cazzone duro”.
Decisi di smetterla, perché non sapevo con precisione a dove mi avrebbe portata quella discussione. Certamente a niente di buono. Quindi gli dissi il mio prezzo, e gli sparai una cifra assurda, in modo da farlo andare via. Gli dissi che per la bocca soltanto volevo cinquecento euro. Per tutto il resto invece ne volevo mille.
“Ma chi ti credi di essere? Pamela Anderson? Stronza di una puttana” e a quel punto partì sgommando alla ricerca di qualcosa di più economico.
Finalmente in lontananza vidi la macchina di Stefano. Mi vide anche lui e allora mise la freccia per accostarsi a me. Mi feci avanti ancheggiando e mi abbassai verso il finestrino. Le tette mi erano di nuovo scivolate fuori dal top, ma questa volta non feci niente per rimetterle a posto. Ma quando guardai dentro la macchina notai che mio marito non era solo, e allora diventai di pietra e non riuscivo neppure a parlare. Con lui c’era un uomo, aveva all’incirca la nostra età. Non lo avevo mai visto prima. Cosa c’entrava lui nel nostro gioco di ruoli?
“Perché ti sei fermato?” gli chiese.
“Che ne dici di farci una bella doppietta con questa zoccola?” gli domandò mio marito.
L’amico di Stefano, di cui ancora non conoscevo nulla, mi guardò da capo a piedi per valutarmi. Poi disse a mio marito che non ero niente male.
“Guarda che tette” disse Stefano. “Scommetto che muori dalla voglia di farti fare una spagnola”.
“In effetti non mi dispiacerebbe”.
Adesso cominciavo a capire. Stefano aveva deciso di coinvolgere un uomo nel nostro gioco, per renderlo ancora più eccitante. L’idea non mi dispiaceva affatto. Poi sentii mio marito che diceva al suo amico che montarmi sarebbe stato proprio quello che ci voleva per festeggiare il loro rapporto di collaborazione. Ma di cosa parlava? Perché quell’uomo avrebbe dovuto collaborare con Stefano?
“Quanto vuoi?” mi chiese Stefano.
“Cento per la bocca. Duecento tutto il resto” risposi.
“Mmh” rispose il suo amico, “economica, la zoccola”.
“Ok, monta su”.
L’amico di Stefano, che si chiamava Xavier, scese dalla macchina e mi aprì lo sportello di dietro e mi fece salire, poi salì anche lui, mettendosi accanto a me. Era chiaro che voleva fare con me un po’ di petting prima di giungere a destinazione. Non sapevo bene dov’è che mi avrebbero portata per montarmi. Una cosa era certa, io ero terribilmente disorientata. Non mi immaginavo che sarebbe andata così. Credevo che si sarebbe presentato mio marito e basta, e che avremmo fatto finta di essere una prostituta e il suo cliente. Questo nuovo scenario mi aveva letteralmente spiazzata.
Comunque Stefano fece partire la macchina e Xavier non perse tempo a mettermi le mani sulle tette, spremendomele una contro l’altra e succhiandomi i capezzoli.
“Ehi Stè, guarda che tette divine!” disse. “Sembrano fatte apposta per le spagnole”.
“Sì, proprio una bella gnocca. Come ti chiami?” mi chiese.
“Sabrina” risposi senza un filo di fantasia. Avrei potuto inventarmi un altro nome, e invece ero così spaesata che non riuscii neppure a mentire. E Stefano mi guardò dallo specchietto retrovisore, mentre Xavier mi succhiava i capezzoli, e mi sorrise. Era divertito dal fatto che non mi ero neppure presa la premura di inventarmi un nome.
“Sabrina” disse Xavier, “che nome da maiala”.
“È un nome come un altro” risposi.
“Dio, quanto sei porca” Xavier era affamato, mi voleva ardentemente, e allora avvicinò la sua bocca alla mia e mi infilò la sua lingua dentro, e nel frattempo mi accarezzava le gambe e me le palpava. Si stava letteralmente impossessando di me, e Stefano di tanto in tanto ci guardava dallo specchietto retrovisore, e io guardavo lui, quasi come a chiedergli: “ma cos’è questa storia?”.
“Ehi Xavier!” disse. “Vacci piano, non vorrai mica scopartela in auto?”.
Non avevo la più pallida idea di dove mi stavano portando e di dove avevano in mente di montarmi, ma a breve l’avrei scoperto.

(Continua…)

Link al racconto:
http://paradisodisteesabri.blogspot.it/2016/12/il-mercato-del-sesso.html

Note finali:

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