Asta by scaaty [Vietato ai minori]




ASTA

Mi avvicinai con cautela.
Era la prima volta che andavo in un posto del genere.
Cioè, ne conoscevo l’esistenza, avevo anche visto dei programmi in televisione, certo, ma non avevo mai voluto averci niente a che fare.
Non era nel mio stile, non era compatibile con la mia cultura, la mia etica, i miei valori.
Insomma, era la prima volta che andavo ad un’asta di schiavi.

Chissà cosa mi aspettavo, ma alla fine mi trovai all’ingresso di un edificio anonimo, grigio, con una porta a vetri scuri.
Un citofono, con la targhetta “auctions”, aste.
Mi fermai, esitando, senza schiacciare il pulsante.
All’improvviso qualcuno si avvicinò da dietro, mi disse “scusi”, schiacciò il pulsante e guardò fisso nella telecamera.
Dopo un secondo, con un “clack” la porta si aprì.
La persona che aveva suonato aprì la porta, entrò e si girò verso di me, tenendo la porta aperta – entra? – mi chiese

Io rimasi fermo un momento, poi sorrisi e mossi un passo, entrando – sì, grazie. Molto gentile –

Mentre la porta si chiudeva dietro di me, mi guardai attorno.
Un ingresso ampio, illuminato da lampade sul soffitto alto.
In terra pietre chiare, lucide, e su un lato un bancone con dietro tre o quattro persone vestite con una specie di divisa.

Mi avvicinai, e sorrisi.
– posso aiutarla? – mi chiese cortese una signora sui cinquanta, con una giacca blu scuro, una camicetta bianca e un foulard al collo, la stessa divisa che indossavano le tre persone accanto a lei dietro al bancone.
Sul taschino della giacca, il simbolo del Ministero.

– sì, grazie…. Ecco… non so bene dove… –
– è la prima volta? – mi chiese lei, senza alzare gli occhi dallo schermo del computer
– sì, infatti –
– si è già registrato on line, giusto? –
– sì, e ho stampato il pass… – dissi tirando fuori dalla tasca il documento che avevo stampato a casa dopo aver completato la procedura di registrazione
– mi faccia vedere… – disse lei, e prese il mio pass, scannerizzando il codice a barre stampato sul pass, su cui non compariva né il mio nome né altri dati.
– sì… – disse lei, leggendo qualcosa sullo schermo – sì… è tutto a posto… ha accettato le condizioni di asta… il Ministero le ha conferito il diritto di acquistare e possedere un numero di schiavi non superiore a cinque… non ha ancora l’autorizzazione a rivenderli privatamente… quindi se volesse rivenderli lo sa, no? Deve riportali qui da noi –

– sì… – sussurrai imbarazzato, arrossendo, temendo che qualcuno ascoltasse la nostra conversazione – sì ma tanto… cioè… –
– qui c’è l’elenco delle aste di oggi – mi interruppe lei, consegnandomi una specie di rivista – di là – indicò una porta – c’è la sala delle aste, mentre al piano di sopra c’è il bar – aggiunse indicando una scala
– se comprasse qualcosa – “qualcuno”, stavo per correggerla, ma mi morsi la lingua in tempo – – le consegneranno dei documenti… li porti qui, da me o da una mia collega subito dopo aver firmato, e procederemo alle formalità… mi raccomando, venga subito dopo ogni acquisto, che se aspetta la fine delle aste si trova davanti una coda e noi alle sei chiudiamo, e se non ha fatto in tempo deve tornare domani –
– no no, certo… grazie – dissi, e mi allontanai

Guardai la porta scura, che dava alla sala delle aste.
Mentre parlavo con la signora, la sala si era affollata: almeno trenta o quaranta persone erano entrate alla spicciolata, molti formavano dei piccoli gruppi e chiacchieravano tranquilli.
Sembravano tutti normali uomini d’affari.
Non c’era nessun pazzo, violento, tatuato e selvaggio, con la bava alla bocca o con lo sguardo assassino, come normalmente venivano dipinti coloro che partecipavano alle aste di schiavi dai media progressisti e dagli attivisti dei diritti civili.

Ciononostante, tenni la testa bassa, cercando di non essere notato da nessuno.
Salii le scale e arrivai al bar, ordinai un caffè americano, trovai un tavolino e mi sedetti dando le spalle alla sala.
Finalmente mi rilassai, e presi in mano il giornaletto che mi aveva dato la signora alla reception.

Era grande più o meno come una rivista, con la copertina spessa.
In alto, dopo il simbolo del Ministero, una scritta in caratteri giallo oro riportava la data di oggi e “Asta di schiavi e schiave”, su sfondo nero, senza nessuna foto.

Appena aperto il catalogo, la prima pagina riportava, scritto fitto e in caratteri molto piccoli, tutto il testo di quella che ormai era conosciuta come la “Legge Schiavi”, che aveva reintrodotto alcuni anni prima la schiavitù nel paese.
In poche parole, chi non riusciva a mantenersi, o aveva debiti troppi ingenti, poteva essere venduto come schiavo: con le somme pagate per l’acquisto dello schiavo, il Ministero pagava i debiti dello schiavo.
Dopo le prima proteste, la maggior parte della popolazione si era convinta che il sistema aveva molti lati positivi.
Gli schiavi, invece di finire in galera venivano venduti, e chi li comprava si faceva carico delle spese del loro mantenimento.
Col tempo, addirittura, alcune persone decisero di “vendersi” di propria volontà, magari per un periodo di tempo limitato a qualche anno, mettendo da parte i soldi incassati con la vendita, per iniziare una nuova vita dopo la fine del periodo di schiavitù.

E la legge era anche molto precisa nel definire diritti e doveri sia dello schiavo, sia del “titolare”: in poche parole, lo schiavo è tenuto a obbedire a tutti gli ordini del titolare, che a sua volta è obbligato a mantenere in salute lo schiavo.
Il titolare può anche punire lo schiavo che non ubbidisce, ma anche in questo caso ci sono limiti precisi, cioè senza che la punizione causi traumi o conseguenze irrimediabili, o metta a rischio la vita o la salute dello schiavo.

Scorsi molto velocemente il testo della legge, che avevo già letto e riletto molte volte, nelle scorse settimane, preparandomi a questa giornata.
Avevo anche studiato decine di articoli di giornale, e insomma ero praticamente diventato un esperto sulla Legge Schiavi, la sua applicazione e le sue criticità.

Quindi girai pagina.
Nelle pagine successive, ogni pagina aveva due foto.
Le foto ritraevano a figura intera una persona, uomo o donna, di fronte.
Nella prima foto la persona era vestita con una specie di tuta grigia, e nella seconda era in mutande (o mutande e reggiseno per le donne) sempre grigie.

Sotto ogni foto, una breve descrizione:

– Nome:
– Cognome:
– Data di nascita:
– Altezza:
– Peso:
– Misure di fianchi, torace, spalle:
– Studi (eventuali):
– Professioni precedenti (eventuali):
– Precedenti proprietari (eventuali):
– Motivo di riduzione in schiavitù (se più di un motivo, specificare i diversi motivi):
– Prezzo base d’asta:

Mi trovai a sfogliare le pagine una dopo l’altra.
C’erano più uomini che donne, circa due uomini per ogni donna.
L’età media era intorno ai trent’anni, la formazione culturale di solito medio bassa, i precedenti lavori erano spesso lavori di basso profilo in fabbriche o aziende che avevano chiuso.
Il motivo di riduzione in schiavitù era quasi sempre debiti, tranne due o tre giovani maschi che si erano messi volontariamente in vendita per un periodo di tre o cinque anni.
Sfogliavo le pagine, quasi ipnotizzato dalle fotografie, e mi concentravo non tanto sui corpi ma sui volti, sugli occhi, che erano fissi, privi di goni espressione, come se fossero delle statue, o dei manichini: probabilmente, pensai, gli dicono di fare così.

E poi girai una pagina ed eccola lì.
Era lei.
Mi sentii in imbarazzo a guardare le foto, soprattutto quella in intimo, e quindi mi concentrai sui dati.

– Nome: Francesca
– Cognome: …
– Data di nascita: …
– Altezza: 172cm
– Peso: 53 kg
– Misure di fianchi, torace, spalle: …
– Studi (eventuali): laurea in architettura, master in design di interni
– Professioni precedenti (eventuali): titolare dello studio di architettura XXX
– Precedenti proprietari (eventuali): nessuno
– Motivo di riduzione in schiavitù (se più di un motivo, specificare i diversi motivi): bancarotta
– Prezzo base d’asta: 52.000,00.

Era davvero lei, il nome, il cognome, gli studi, il suo studio di design, anche altezza e peso erano quelli.
E anche la bancarotta, di cui avevo letto per caso mesi fa in un trafiletto in una rivista abbandonata su una panchina in stazione, dove si diceva che per Francesca c’era il rischio dell’applicazione della Legge Schiavi.
Da allora su internet avevo seguito passo passo la vicenda di Francesca.
I tentativi infruttuosi di trovare i soldi, le false speranze, il processo, l’avvocato che abbandona la difesa perché Francesca non era più in gradi di pagare le parcelle, l’avvocato d’ufficio che combina un disastro dopo l’altro, fino alla condanna alla schiavitù per 10 anni.

Era stato allora che avevo per la prima volta pensato davvero di farlo.
Perché a me Francesca era rimasta dentro.
Da quando tre anni prima avevamo avuto una breve relazione che si era limitata a una scopata di una sera, quando avevamo bevuto un po’ troppo e di cui non ricordavo praticamente nulla, e poi due o tre giorni di (mio) corteggiamento e (suo) distacco, fino a che non mi disse che non mi considerava “al suo livello” né dal punto di vista economico né da quello sociale, tagliandomi fuori dalla sua vita.

Mi era rimasta dentro, non ero riuscito a dimenticarla.
Mi ero innamorato? Bho, forse in un certo modo all’inizio sì, ma col tempo l’innamoramento si era fuso con il risentimento per come mi aveva trattato e il desiderio fisico, che si era fatto sempre più forte, e un desiderio di rivalsa e vendetta che pian pianoaveva inglobato tutto.

E quando avevo letto della sentenza di condanna alla schiavitù, per una settimana non avevo dormito la notte.
Mi ero girato e rigirato nel letto, avevo letto tutto quello che potevo su internet, e alla fine avevo deciso.
Avevi deciso che sarei venuto qui, oggi, e poi… e poi niente, non ero nemmeno riuscito a immaginare cosa avrei fatto quando fosse iniziata l’asta.

Chiusi il catalogo, mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi.
In quel momento suonò un campanella e una voce registrata disse “si avvisano gli interessati che l’asta avrà inizio tra cinque minuti”.

Intorno a me sentii diverse sedie muoversi, e aprii gli occhi in tempo per vedere che tutti quelli che erano al bar, seduti o in piedi, finivano di bere quello che avevano davanti e si portavano alle scale.

Mi alzai senza rendermene conto e li seguii.
Avevo un nodo allo stomaco.
Prima della porta scura c’era una fila, in attesa che un addetto controllasse i pass e facesse entrare.

Mentre aspettavo il mio turno, un uomo mi prese per il braccio “cumpà” mi disse, con marcato accento meridionale “è la prima volta che stai qua?”
– sì – risposi
– le conosci le regole, sì? –
– sì, grazie, ho studiato e… –
– no, non quelle regole lì…le regole nostre – mi disse sottovoce, e fece un piccolo gesto circolare, indicandomi le persone in fila.
Alcune di loro si girarono appena, e fecero un piccolo cenno di assenso, come dire “sappiamo cosa vi state dicendo”.

– allora no. Che regole sono? – chiesi io, sottovoce
– cumpà – mi disse l’uomo, sempre a bassa voce – qua siamo tutta gente che fa questo di mestiere, e normalmente cerchiamo di non farci del male a vicenda… –

Posso avere molti difetti, ma sono certamente intelligente e sveglio.
Capii subito cosa il mio amico mi stava dicendo: prima delle aste, gli operatori si confrontavano e decidevano chi avrebbe comprato cosa, in modo da non spendere troppo: quando c’erano uno o più soggetti interessati, si trovava l’accordo: oggi lo prendo io, alla prossima volta sarai tu a vincere.
Quindi annuii, per fargli capire che avevo capito.

– ebbravo l’amico mio – mi sorrise – ci siamo capiti… mo’, cumpà, a cosa stai interessato? –
– questo – dissi, mostrandogli la pagina con Francesca
– mmmmh – rispose lui – interessante, ma oggi c’è di meglio… gente più forte, più giovane, che possono lavorare molto e bene – aggiunse, sfogliando il catalogo
– no –lo interruppi subito – non mi interessa nient’altro –
– vabbuò… non costa nemmeno troppo… 52.000… a quanto potresti arrivare? –
– ma io… diciamo… avrei fino a cento… –
– allora facciamo accussì cumpà: tu la compri a sessantamila, e poi metti quindicimila qua fuori per me e gli amici miei… così a settantacinque stai tranquillo… però non rompi il cazzo in nessuna altra offerta… te ne stai buono buono fino al momento tu… vabbuò? –

Io annuii.
Lui si allontanò, disse qualche parola a cinque o sei persone in fila, e tutti mi guardarono e annuirono.

Ecco, mi resi conto, adesso non posso nemmeno più tirarmi indietro, o andarmene.
Adesso devo andare fino in fondo.

Arrivò il mio turno, il mio pass superò il controllo ed entrai.
La sala era come un piccolo teatro, una ventina di file di poltroncine imbottite, un piccolo palco con una specie di podio.
Mi sedetti in una poltroncina verso il fondo, e presi in mano la paletta che era appoggiata sulla poltrona, con il numero di posto.

La sala era piena per due terzi, quando entrò il banditore, un giovane in giacca e cravatta.
L’asta iniziò subito.
Non so cosa mi aspettassi, schiavi incatenati trascinati sul palco mentre si ribellano e urlano, commenti volgari, pianti e grida disperate, probabilmente.

Ma non successe nulla di tutto ciò.
Semplicemente, sullo schermo dietro al banditore vennero proiettate le immagini del catalogo, e il banditore gestì le offerte.
Finchè arrivò il momento.

– Lotto numero 25 – lesse il banditore, elencando i dati che erano sul catalogo – base d’asta cinquantaduemila… c’è qualche offerta? –
Silenzio.
– qualche offerta? – ripetè il banditore

Ero bloccato.
Stringevo in mano la paletta, ma non riuscivo a muovermi.

– cinquantacinque – disse il bandire, indicando il mio amico di prima in fila, che aveva alzato la paletta e mi guardava
– sessanta – disse il banditore, indicando me.
Avevo alzato la paletta, senza nemmeno accorgermene.

– qualche offerta? Qualcuno offre sessanta cinque? –
Silenzio
– Sessanta e uno…sessanta e due… sessanta e tre! Aggiudicato il lotto 25 per sessantamila! Passiamo ora al lotto ventisei… –

La testa mi girava.
Non feci nemmeno in tempo a calmarmi che venni raggiunto da una ragazza in tailleur che mi fece alzare e seguirla.
Come un automa la seguii, a un piccolo banco firmai un mucchio di carte senza nemmeno rendermi conto di cosa facessi, firmai l’assegno da sessantamila, strinsi la mano che lei mi porgeva, misi via le mie copie dei documenti e uscii.
Sulla porta mi avvicinò il mio amico.
MI trascinò al bar, dove senza pensare né parlare firmai un altro assegno per quindicimila, strinsi anche la sua mano e lo guardai tornare dentro.

Poi mi avvicinai alla signora alla reception, quella seduta dietro il banco.
– dia a me – mi disse prendendo i documenti
Inserì diversi dati nel computer, mi fece firmare altri documenti e alla fine mi sorrise
– complimenti. Quando vuole ritirarla? –
– cosa… io… –
– quando vuole ritirare la sua schiava? Adesso? O vuole che gliela teniamo noi fino a domani? Le costa duecento, ma può venire con comodo, domani, all’ora che ci dirà… –
– domani… domani… grazie – risposi – alle… alle… Dieci. Dieci. Del mattino… –
– benissimo – disse lei, allungandomi l’ennesimo pezzo di carta – mi raccomando, porti questo domani per il ritiro, e per cortesia cerchi di non arrivare tardi –
– no… sarò… puntuale. A domani –

Alle nove e mezza mi trovai già davanti alla porta.
La sera e la notte erano passate in un lampo, tra dubbi, decisioni improvvise (“non ci vado”), ripensamenti (“e poi cosa dico a chi mi conosce”) e momenti di fredda lucidità (“cazzo, settantacinquemila”).

Suonai, mi aprirono.
Non c’era la signora di ieri.
Un’altra signora, appena più giovane, meno gentile.
– venga – mi dice, e la seguo a un ascensore che ieri non avevo notato, e scendiamo al piano interrato.
Lì ci accoglie una specie di guardia, in divisa, anfibi, cinturone con manette e altre cose che non riesco a capire bene a cosa servano.
La signora consegnò i documenti alla guardia e mi salutò, tornando nell’ascensore.

– lotto 25 – disse la guardia leggendo i documenti
– lo ritira adesso? –
– sì – risposi, sperando che la mia voce non tremi troppo
– è in macchina? –
– sì… ce l’ho qui fuori… –
– allora esca da qui – mi indicò una porta – ed entri dal portone dietro l’ingresso –

La guardia mi aprì un portone, ed entrai con la macchina in una specie di deposito.
– ecco qui – disse la guardia, spingendo un carrello su cui c’erano quattro scatoloni di cartone
– cos’è? –
– le cose che il tribunale ha lasciato al lotto numero 25… – rispose la guardia, guardando in una cartelletta – vestiti… scarpe… articoli da bagno… –
– va bene va bene – taglia corto, caricando gli scatoloni nel bagagliaio

– la vuole con o senza cappuccio? Manette? – mi chiese la guardia
– scusi? –
– la schiava… – spiegò la guardia – vedo che ha una macchina normale… a volte gli schiavi hanno delle reazioni improvvise, cercano di scappare, o di aggredire il titolare… quindi in questi casi consigliamo di tenere gli schiavi con un cappuccio nero intesta fino alla destinazione, e magari le manette… –
– sì sì – risposi – manette e cappuccio, certo… –
– e qui – disse la guardia, porgendomi una scatola con sopra il simbolo del ministero in rilievo – c’è il collare, con il telecomando e tutto il resto… firmi qui… grazie… sa usarlo, vero? –
– sì… per avere il pass per l’asta ho dovuto superare l’esame online del ministero… –
– bene… mi raccomando, metta il collare appena arrivate a destinazione, prima di togliere le manette e il cappuccio, non si sa mai… –
– certo, grazie –
– bene, vado a prenderla – disse, e si allontanò per un corridoio

Io rimasi lì.
Fermo, in piedi, accanto alla mia macchina.
Il tempo sembrava non passare mai.
Poi finalmente dei rumori di passi.
La guardia uscì dal corridoio, accompagnando una figura infagottata nella tuta grigia che avevo visto nel catalogo.
La guardia stringeva il braccio della figura, che camminava lentamente perché le caviglie erano legate tra loro con una corta catena, e le scarpe grigie senza lacci rendevano difficile camminare normalmente.
Le mani erano dietro la schiena, ammanettate, e uno spesso cappuccio nero copriva la testa e cadeva fino oltre le spalle della figura.

– eccola – mi disse la guardia – la metto dentro io? –
Io annuii, non volendo che lei sentisse la mia voce.
– vieni – disse la guardia, e la accompagnò facendola sedere sul sedile di dietro – ha bloccato le portiere? – mi chiese poi
io annuii di nuovo, e lui chiuse la portiera della macchina
– un’ultima firma… – mi disse, porgendomi la cartellina di plastica che aveva in mano
Firmai.
Mi diede una copia del documento
Mi strinse la mano.
– arrivederci, buona giornata –

Io salii in macchina, acceso il motore e lentamente imboccai la rampa d’uscita.
Entrai nel traffico, abbagliato dal sole.
Erano le undici, avevo passato là dentro quasi un’ora e mezza.
Mi fermai a un semaforo rosso.
Guardai nello specchietto.
Vidi la figura coperta dal cappuccio nero.

La mia schiava, pensai.

Scattò il verde, misi la prima e partii.

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