Antonio non deve sapere by VViktor [Vietato ai minori]




Antonio non deve sapere di VViktor New!

Io e Antonio ci conoscevamo da tanti anni, oramai quindici. Avevamo condiviso insieme il periodo dell’università, passato insieme a Milano. Quante scorribande, feste, nottate terminate all’alba davanti a un cornetto o ad un’ultima birra, una canna, o tramortiti su qualche divano. Quante ragazze passate per la nostra casa, alcune senza nemmeno saperne il nome. Quante cazzate. Bei tempi, insomma. Poi con il tempo come spesso succede le strade si separano, ma la forza di alcune esperienze vissute insieme rimane, facendo resistere un sottile filo di affetto tra persone che non si vedono più tanto spesso.
Fui quindi molto felice quando lui mi contattò dicendomi che sarebbe passato da Firenze, dove ormai vivevo, perché impegnato lì per una tre giorni di lavoro.
Che cosa fosse diventata la vita di Antonio, nel frattempo, potevo solo intuirlo dalle foto su facebook. Aveva preso chili, perso capelli, smesso di fumare, e si era fidanzato con tale Manuela, di cui avevo potuto ammirare alcune doti dalle poche foto viste sui social.
La mia vita invece era rimasta pressapoco quella di quando facevo l’università. Avevo preso delle quote in un ristorante del centro, ben frequentato, e forse quella era l’unica mia azione sensata e ponderata. Per il resto facevo lo scemo con le donne, mi tenevo qualche serata come barman per scoparmi qualche studentessa straniera ben messa, mi concedevo qualche sfizio, insomma ero un quasi quarantenne giovanile e irrisolto, cui piaceva divertirsi. Io e Antonio, ai tempi dell’università, prendavamo in giro le coppie che il sabato andavano a marcire all’ikea, oppure la domenica sopportavano i pranzi dai suoceri, si sposavano, si rompevano le palle sul divano, si mettevano le corna per noia oppure si annoiavano così tanto da non avere nemmeno più la voglia di un bel paio di corna. Col cazzo saremmo finiti così, dicevamo ridendo.
Invece Antonio pareva essersene dimenticato, e ora davanti mi ero trovato questa giumenta napoletana tettona e mora, Manuela appunto, che presto sarebbe diventata sua moglie.
Riccia, almeno una quarta di seno, occhi grandi, culo prorompente. Una vacca che ai vecchi tempi avremmo definito “da caserma”, pur non avendo mai nessuno dei due fatto il militare. Ma il mio esame finì presto, non potevo soffermarmi troppo su quella femmina, dovevo pur rispettare il mio vecchio amico.
Che nel frattempo aveva fatto strada, a differenza di me. Era infatti un manager in carriera, in carico da poco presso una società che agiva nel mondo della finanza. In quei tre giorni avrebbe dovuto assistere i suoi tre nuovi capi, tra soci dirigenti di questa società, che avevano diversi incontri di affari in città.
Antonio ne aveva approfittato per portarsi la fidanzata, che incredibilmente non era mai stata a Firenze.
-Così si svaga.
Lei annuiva, non sembrava una gran chiacchierona.
Scoprii che si conoscevano dal liceo, pur non avendo la stessa età, e che lei non aveva mai cagato molto Antonio. Quando dopo l’università Antonio tornò a Napoli, si mise di impegno per fare carriera sul lavoro, e cinque anni fa reincontrò Manuela, nel frattempo commessa in un negozio di telefonia del centro.
La ragazza, seppur in ritardo, si accorse di amare l’uomo, ed eccoci qui. Io pensavo che lei si era voluta sistemare, altro che amore. Ma forse ero troppo cinico.
I due piccioncini andarono a fare un giro per la città, li lasciai soli a spendere soldi nei negozi delle marche importanti. Tornarono pieni di borse, lei raggiante, lui rassegnato.
A cena bevemmo dei bicchieri, e finalmente lei si sciolse un poco, aveva un bel sorriso, era tonta come un cavallo e parlava come una fruttivendola, ma aveva un bel sorriso. E due tette da sballo, tra l’altro. Ogni volta che mi soffermavo qualche secondo a guardarla, fantasticavo sulle porcate che le avrei fatto, o delle quali lei era protagonista. Speravo che almeno Antonio si godesse tutto quel ben di dio.
I due, stanchi, si ritirarono presto, quella sera. L’indomani a pranzo conobbi i tre capi di Antonio, tra cinquantenni vispi e furbi, che immaginavo in grado di chissà quali delitti economici, quali imprese affaristiche, io che non ero capace di tenere i soldi che guadagnavo.
Li invitai al mio ristorante, ci tenevo a fare bella figura, anche se ben lontano dal loro status. I cinque non lesinarono di ordinare buone e larghe pietanze, e vino, tanto vino, che mi sembrò eccessivo per un pranzo. Ma i tre mandrilli erano aizzati dalla presenza della giunonica Manuela, che con il suo vestito scollato li mandava in visibilio. I tre sorridevano, le versavano da bere, le facevano i complimenti, mentre Antonio spariva dalla conversazione e dal tavolo. Mi dispiaceva un po’, ma ne avevo già viste tante di scene così. La moglie del più debole fa buon viso a cattivo gioco, e i capi si divertono un po’. Tutto qui, di solito non si andava mai oltre.
I quattro uomini lasciarono il ristorante per recarsi a due appuntamenti, Manuela ne approfittò per tornare in albergo a riposarsi e poi concedersi un massaggio e una sauna nella SPA del lussuoso hotel in cui alloggiava. Mi ci sarei volentieri gettato con lei, in sauna e sul lettino dei massaggi. Ma tenni per me e per il mio cazzo duro queste ipotesi.
La sera rividi l’intero gruppo, si sarebbero recati nel prestigioso ristorante in collina “Porfirio”. Antonio mi chiese di andare con loro, ma nessuno degli altri insistette, così mi sentii un po’ fuori luogo e li lasciai alla loro serata. Li avrei rivisti l’indomani.
Combinazione dovetti passare a salutare un amico non troppo distante da lì, e per noia e curiosità mi recai in motorino nei pressi del ristorante, a dare un’occhiata su quel che combinavano quei cinque. Si erano sistemati in un tavolo rotondo, nel dehor, e così come a pranzo il vino scorreva abbondante. Tutti i tre capi erano rivolti verso Manuela, mentre Antonio non veniva calcolato, e rimaneva in disparte annuendo o sorridendo ogni tanto. Improvvisamente uno dei tre soci lo prese e insieme con lui andò via in auto. I due soci più anziani erano rimasti con Manuela. Prima ordinarono una bottiglia di champagne, poi le si sedettero ai lati, occupando le sedie lasciate vuote dal fidanzato e dall’altro socio.
Arrivato lo champagne fecero un brindisi, lei sembrava un po’ a disagio dovendo gestire l’attacco di quei due satiri. I due le si avvicinavano sempre di più, nel dehor non c’era molta altra gente e i tre avevano parecchia intimità. Uno dei due le si avvicinò all’orecchio, sussurrandole qualcosa. Lei inizialmente sorrise, imbarazzata, poi si fece seria quando anche l’altro uomo le disse qualcosa sottovoce. Il gruppetto rimase per qualche secondo in silenzio, come se stesse prendendo una decisione su qualcosa. Manuela bevve tutto d’un sorso il suo bicchiere, poi si alzò, seguita dallo sguardo lussurioso dei due porci.
Appena lei si fu allontanata, i due si misero a ridere e si diedero il cinque. Stava per accadere qualcosa di interessante, avevo fatto bene a fare il ficcanaso e arrivare fino a lì.
Lei ritornò al tavolo, era evidentemente andata in bagno. Uno dei due pagò il conto al cameriere e insieme presero dai due lati la ragazza, uno per braccio, e la scortarono verso il parcheggio.
Mi infilai di nascosto, stando attento a non farmi vedere da nessuno per non sembrare un malintenzionato.
Il SUV dei tre era parcheggiato in fondo, sotto degli alberi, immerso nel buio. Riuscii ad arrivare praticamente a ridosso del mezzo, nascondendomi dietro un’auto parcheggiata di fronte. Mi misi ad ascoltare.
-Ma Antonio quindi ci raggiunge dopo?
-Non ti preoccupare, dovevano fare compagnia ai nostri clienti giapponesi. Si staranno divertendo, i giapponesi sono simpatici.
-E noi ti stiamo simpatici?
Sembrava di assistere alla scena del gatto e la volpe con pinocchio. Manuela era appoggiata alla portiera, con i due ai suoi lati, proiettati su di lei, quasi addosso.
-Certo che mi siete simpatici, certo.
-E fai bene, perché noi a tuo marito gli vogliamo far fare carriera. Magari un giorno diventare nostro socio.
-Sarebbe bellissimo, davvero. Antonio se lo merita, è un grande lavoratore. Vi ringrazio.
-Ma noi lo sappiamo, è per questo che lo vogliamo spingere.
-E poi ha anche un gran gusto in fatto di femmine.
Nel dire quest’ultima frase uno dei due le mise una mano forte, grande, poco sopra il ginocchio, sull’interno coscia. Mentre spiavo, il mio cazzo stava diventando di marmo. Ma guarda sti due bastardi, pensavo! Non mi passava nemmeno per la testa di intervenire per salvare la virtù della fidanzata del mio amico. E poi, pensavo, sarebbe stata in grado di difendersi da sola.
Anche l’altro le mise una mano, però su una tetta.
-Eh si, il nostro Antonio ha gran gusto. Guarda qui che donna che si è scelto.
Manuela balbettava, con le mani provava a respingere quella invasione, ma i due erano molto decisi.
-E a noi ci piacciono le belle femmine come Manuela.
-Che se fanno le brave poi anche il marito ci guadagna, non è vero?
Manuela li ascoltava, e la sua resistenza intanto era messa a dura prova dalle mani dei due, che adesso erano diventate quattro, senza timore di essere visti. In effetti in quel punto del parcheggio non si potevano vedere se non dalla mia distanza. E il rumore della ghiaia avrebbe fatto da allarme. Ma i due non parevano curarsene molto, intenti a frugare sul corpo della trentaduenne tettona. Uno dei seni della donna era già esposto fuori dal vestito, illuminato dal riflesso della luna, o di un lampione, cazzo ne sapevo. Vedevo il capezzolo grosso e scuro, la carne bianca, e vedevo il porco che pastrugnava indecentemente quella mammella, e avrei voluto esserci io al suo posto.
-Forse state esagerando, adesso. Fermatevi.
-Manuela, piccola Manuela, non dire così.
-Stai brava, su.
E proseguivano a sollevarle pezzi di vestito, adesso anche l’altra tetta era di fuori, e i due le si erano attaccati ai capezzoli, succhiandoli forte. Pareva di osservare una fontana.
Con le mani intanto continuavano a frugare sul corpo di Manuela, sempre più in difficoltà sulla difesa.
-Non fate così, sono la fidanzata di Antonio, avete già fatto troppo.
-Ancora non abbiamo fatto niente.
-Hai da riempire le mani di un uomo, e non solo.
Quasi all’unisono i due le alzarono la gonna, scoprendo quasi per intero le cosce. Si vedevano le mutande, e lo stacco tra la carne bianca e il colore nero di quest’ultime era davvero arrapante.
Uno dei due infilò le dita attraverso il tessuto, cominciando a toccarle la figa. L’altro invece, continuando a ciucciarle un capezzolo, si dedicava al culo, che evidentemente trovava di suo gradimento.
-Guarda che roba qui, guarda che roba sta mignotta.
-E che figona che tiene, che figa calda. Si sta pure bagnando sta vaccona.
-Smettetela, su, vi siete divertiti, mi avete mezza spogliata, adesso basta, fate i bravi.
Ma i due non erano affatto appagati.
-Fai tu la brava, forza.
E si aprì la patta dei pantaloni, facendo uscire il cazzo bello duro.
-Scendi giù, dai, prendimi in bocca il cazzo.
Manuela fissava quel cazzone, senza muoversi.
Anche l’altro uomo nel frattempo si era tirato fuori la minchia, e l’aveva messa nella mano destra di Manuela, che quasi incosciamente aveva iniziato un lento su e giù.
-E voi farete fare carriera ad Antonio? Me lo promettete?
I due si misero a ridere.
-Tu fai quello che devi fare, al resto ci pensiamo noi.
E senza aggiungere altro, presero la testa di Manuela e la spinsero verso il basso. Lei si abbassò docilmente, e prese i due cazzi in mano, quasi soppesandoli. E poi alternativamente prese a succhiarli, senza continuare a fare troppe storie.
Io continuavo a stare nell’ombra, sperando che nessuno venisse a interrompere quella scena incredibile. Avevo materiale per mille seghe, e non era finita lì. Che cornuto che era il mio amico, e che immensa troia lei.
La ragazza continuava a succhiare, i due si godevano la sua bocca e ogni tanto le tastavano le tette, o le infilavano le dita tra i capelli. Per la maggior parte del tempo la chiamavano battona, maiala, ed altro ancora che non capivo, perché i due, abbandonato il decoro da manager iniziale, parlavano in napoletano stretto.
Bene intostati da quel pompino, decisero di prendersi un altro assaggio di quel boccone, e fecero mettere Manuela a pecora sul sedile posteriore del suv. Uno dei due si sedette di lato, continuando a farsi succhiare il cazzo. L’altro si era posizionato alle spalle della femmina, e aveva iniziato a montarla.
-Ecco, prendi la minchia. Madonna che culo che tieni piccolina.
La innocente Manuela non pareva troppo infastidita, a quel punto. Il cazzo lo succhiava con ogni cura, e le spinte forti che riceveva alle spalle sembravano incitarla.
-Quanto siete porci, voi due. Che cazzi duri che avete. Non mi fate troppo male.
Diceva la zoccola, come un’attrice porno consumata.
-Ti rompiamo, altro che.
-Tanto abbiamo tutta la serata.
-Ma come? Avevate detto che dopo Antonio ci raggiungeva.
-Macché, Antonio tra due ore dovrà accompagnare in auto un giapponese a Roma, per chiudere un affare importante. Tornerà domattina.
I due ridevano, continuando a fottere la donna.
-Mi avete presa in giro, avevate architettato tutto prima!
-E credevi che ci saremmo fatti sfuggire una come te?
-Una sgualdrina che ha così bisogno di cazzo?
-Che ti sta piacendo, non è vero?
-Dillo!
-Bastardi, siete due bastardi, Antonio non si merita questo.
Ma la voce di Manuela era sempre più strozzata, sempre meno decisa e sempre più virava verso l’affanno, il lamento, l’urlo di goduria.
Che non tardò a venire, quando i colpi di quello dietro aumentarono di frequenza, fino a sborrarle dentro.
-Ti riempio vacca, ti riempio, eccomi, ecco, vengooooo!
-Bastardo, bastardo, mi fai godere, mi fai godereeeeeeeeee!
E si accasciò sulla pancia di quello davanti, che intanto le strizzava le tette, mungendola.
Ci fu un secondo di pausa, fino a che quello che teneva Manuela sulla pancia le rimise il cazzo in bocca, dicendole di succhiare, che doveva svuotarsi anche lui. Poi sarebbero ripartiti.
-Per dove?
-Ti portiamo in albergo da noi, e ti fottiamo tutta la notte.
-Si, ci raggiunge anche Luciano (l’altro socio), ti vuole fare anche lui.
-Abbiamo coca, viagra e rum. Ci divertiremo, vedrai.
Manuela senza controbattere riprese a succhiare, facendo sborrare l’uomo nella sua bocca. Silenziosi poi, i tre si misero in auto.
Non riuscii nemmeno a tornare al motorino, appena il suv se ne fu andato, mi tirai fuori il cazzo dai pantaloni e mi segai lì appoggiato ad un albero. Non mi ci volle molto a venire, avevo i coglioni gonfi e pieni. Sborrai contro la portiera di un’auto, tanto, sborra densa e bianca.
L’indomani rividi Antonio e la sua futura sposa soltanto a pranzo. Ambedue, per motivi diversi immagino, avevano facce stravolte. Di sicuro quella di lei pareva più distesa, meno nervosa.
-Che serata.
Esordì lui. E mi raccontò la sua versione dei fatti. Lei rimaneva in silenzio, avallando la versione. Io la guardavo, senza poter fare a meno di pensare a quanto fosse puttana. Mi immaginavo quello che si era fatta combinare in albergo da quei tre vecchi maiali. Il cazzo mi si stava indurendo a bestia, di nuovo. Li lasciai soli per un attimo, intanto che andavo a sgonfiarmi.
Portai loro due dolci, per terminare il pranzo. Nel frattempo lui aveva ricevuto una telefonata e pareva agitato.
-Amore, devo scappare, hanno anticipato l’appuntamento del pomeriggio. Finisci con calma e prendi un taxi, ci sentiamo più tardi.
E corse via.
Rimanemmo io e Manuela. Il locale era vuoto, erano ormai le tre. Feci andare via i camerieri e i cuochi, mentre sparecchiavo personalmente il tavolo di Antonio e Manuela.
Lei rimaneva seduta, terminando il dolce.
-Insomma, serataccia ieri?
Le chiesi.
-Per Antonio si. Io invece mi sono annoiata.
-Sarà stata dura rimanere tutta la sera con quei tre?
-Nemmeno tanto, ho dovuto subirmeli soltanto a cena. Poi me ne sono tornata in albergo a guardare la televisione. Peccato non ci fossi anche tu a cena.
Che zoccola. Fingeva benissimo, e raccontava un sacco di palle. Immaginarla nella stanza d’albergo, nuda, con quei tre addosso, mi fece tornare il cazzo di marmo. Lei sembrò accorgersene, perché mi fissò per qualche secondo proprio lì.
Non mi spostai, non mi nascosi, in fondo era lei la adultera. Senza vergogna le fissai le tette, nella scollatura. Che tette incredibili.
-Ehi, ti sei incantato?
La guardai negli occhi, sfrontato. Pensava di redarguirmi, la stronza.
-E così ieri ti sei annoiata? Ti sei annoiata più nel parcheggio del ristorante oppure in albergo con quei tre?
Manuela non disse una parola, continuava a guardarmi. Lo sguardo era meno deciso, stava ragionando ma senza darlo a vedere. Era una attrice bravissima. Mi faceva rabbia, dovevo farle capire che ero dalla parte del mio amico, che avrei svelato la sua menzogna.
-E se lo sapesse Antonio? Ne sarebbe contento?
Lei aspettò qualche secondo, poi rispose.
-Non ne sarebbe contento. Infatti non c’è bisogno che lui lo sappia. Antonio non lo deve sapere, gli farebbe solo male. E io non voglio fargli del male. Io faccio tutto per fare contento Antonio.
E senza alzarsi dalla sedia si aprì la camicetta, liberando le tette e mostrandomele. Poi continuando a guardarmi negli occhi mi tirò verso di lei, cominciando a sbottonarmi i pantaloni.
Antonio non avrebbe saputo.

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