AMNESIA by Browserfast [Vietato ai minori]




Parte prima

Succede a tutti di pensarci, almeno una volta nella vita. Chi più chi meno, per periodi più o meno lunghi.

Per Sara quel periodo durava da un po’.

Che poi si fa presto a dire amore.

E del resto quando gli aveva chiesto se anche a lui non fosse mai capitato di pensare che a volte l’amore non è abbastanza Leonardo non l’aveva capita, l’aveva guardata strana,

Bersaglio mancato, pazienza.

Perché tutto questo le venga in mente ora che si sta faticosamente risvegliando, tuttavia, non le è ben chiaro. Poi sì, certo, che scema: è che in fondo invece con lui tutto era partito da lì. Parlandone. Sì lo so cosa intendi dire, le aveva risposto.

Già, LUI. Dov’è finito?

Ma sì, sì. Adesso ricorda. Le aveva dato un ultimo bacio dopo essersi sistemato la cravatta sussurrandole resta quanto vuoi, riposa, ti chiamo. Quando bisogna andare, bisogna andare.
Non saprebbe nemmeno dire se era ancora sveglia quando la serratura era scattata e la porta si era richiusa alle spalle di lui.

Ma ripensandoci bene ancora una volta e raccogliendo con fatica i pensieri annebbiati, invece no. Non era nato tutto da lì, era stato dopo avere fatto l’amore con Leonardo. Quello se lo ricorda bene. Tre volte. E Leonardo l’aveva come sempre ricoperta di attenzioni. Attenzioni prima e dopo. Attenzioni alle quali lei era abituata non solo sotto le lenzuola. E poi i baci, il languore dei momenti successivi, le carezze, le parole dolci. Quel retrogusto un po’ stucchevole che la gratificava e la irritava al tempo stesso nella sua prevedibilità. Il sogno di ogni principessa, a patto di volere quella coroncina.

Era da lì che tutto era cominciato: non pensi che a volte l’amore non sia abbastanza?

La risposta di Leonardo non era mai arrivata. Quella di lui invece aveva preso in prestito i versi di una canzone:

– Se vuoi amare l’amore tu non gli chiedere quello che non può dare. Finisci per tradirlo. Come quelli che non cambiano mai idea, né amore, che rinunciano a conoscere, a comunicare. E magari la chiamano coerenza, oppure fedeltà. Che sono belle cose, intendiamoci, ma se le usi come una pietra tombale che copre tutto… Vabbè, scusa, ti ho fatto un pippone assurdo.

E invece quelle parole li avevano portati ad avvicinarsi, a conoscersi, a desiderarsi.

Dicono che si tratti di chimica.

Fatto sta che erano finiti in quella stanza. La cui aria – adesso che Sara apre gli occhi con più convinzione – profuma ancora dei loro corpi, del prodotto miscelato dei loro sessi. Il lenzuolo è ancora umido del loro sudore e dell’acqua che vi hanno fatto cadere.

L’odore di lui, ciò che le provocava, era qualcosa che valeva la pena ricordare. E poi il suo volto, naturalmente, la voce, i capelli. Le mani.

Se faccio un piccolo sforzo, pensa Sara, riesco anche a ricordarmi il suo nome. Come è possibile che non ricordi il suo nome?

E’ tardi, fuori si è già fatto buio e quella bella vista che non conosceva sul Golfo è diventata una scia di luci nella notte. E’ ora di tornare a casa.

Ma quando fa per scostare il piumone e mettere un piede a terra si rende conto di quanto il suo corpo sia indolenzito. Il segno di un morso sulla schiena e uno sulla coscia, proprio sopra il tatuaggio con l’ancora, le natiche ancora rosse dagli schiaffi ricevuti, la bocca dolente per essere stata usata come una vagina. I capezzoli vermigli dopo essere stati pizzicati, morsi, quasi tirati via con i denti quando lei aveva temuto che lui potesse strapparle via il suo piercing da un momento all’altro, o addirittura tutta la mammella. Muoversi le fa male: i muscoli addominali e dell’interno coscia sono ancora contratti dopo essere stata piegata e spalancata con forza, schiacciata dal peso di lui, rivoltata e sballottata nel mezzo di tutti quegli orgasmi: sul letto, a novanta gradi sulla consolle, ripiegata su una poltrona. E a proposito di orgasmi, il suo utero è impregnato di sperma, la vagina è gonfia e infiammata, felice. Il suo ano uno spillo infuocato. Non riesce quasi a credere come quello stato dolente le possa comunicare un piacere così completo. Soddisfatto come i suoi desideri.

E’ questo dolore diffuso, questo piacere sparso che la sveglia completamente. Che la porta a ricordare ciò che è avvenuto solo poco fa.

Si lascia andare sul letto e istintivamente porta una mano al sesso.

Si ferma, rinuncia: non ce la posso fare.

Meglio mettersi a cercare i vestiti sparpagliati per la camera: il maglione nero a collo alto finito sotto una sedia, la minigonna volata in un angolo, gli stivali rimbalzati qua e là, i fantasmini appallottolati ai piedi del letto.

La ricerca si fa più faticosa quando si tratta di recuperare il mini body. Sara si agita, non può credere che sia sparito, arriva a ipotizzare che lui se lo sia portato via (“eppure non lo facevo così feticista”).

Tira un sospiro di sollievo quando le vede spuntare da sotto la cartella di pelle in dotazione dall’albergo, ma chinandosi per prenderlo non può fare a meno di ricordare perché quella cartella sia planata lì per terra, insieme al telecomando del televisore. Era stato quando lui l’aveva trascinata via dal letto e l’aveva piegata su quella consolle riprendendo a sbatterla con violenza, e lei aveva gridato allargando le braccia e facendo precipitare a terra tutto ciò che aveva incontrato in quel movimento.

Una contrazione ed una fitta al ventre. E’ il risultato di questo flash improvviso.

E poi la fotografia di come, diverse ore prima, fosse cominciato il loro incontro. Seduti al tavolino di un bar con i caffè e le brioche.

Era stata troppo sfacciata a dirgli a me gli uomini in giacca e cravatta fanno sesso? No di certo. E poi lui lo sapeva.

Forse un po’ troppo veloce una volta saliti su in camera a liberarsi dal bacio per mettersi in ginocchio. Un po’ troppo frenetica nello slacciargli la cintura e abbassargli i pantaloni. E addirittura troppo impaziente nell’accarezzare così poco quel cazzo che si andava indurendo sotto i boxer per liberarlo quasi subito e ingoiarlo fino a farselo crescere in bocca, a sporcarlo di rossetto guardandolo fisso negli occhi, fino a sentirsi quasi soffocare mentre i peli del suo pube le facevano il solletico alla punta del naso.

Chissenefrega, gli è piaciuto, si assolve.

Ricorda bene quanto desiderasse così tanto un suo gesto, mentre gli faceva quel pompino. Tanto che quando lui le aveva posato la grande mano sulla nuca per spingerla a sé e piantarglielo fino in gola si era quasi sentita svenire dal piacere oltre che dalla mancanza d’ossigeno e dal conato.

E per svenire certo era svenuta – o quel qualcosa di simile che chiamano la piccola morte – quando lui l’aveva scaraventata sul letto impedendole di completare la sua opera e l’aveva spogliata con furia e aveva iniziato a baciarla, leccarla, morderla ovunque. Fino a soffermarsi lì, sul sesso, per un tempo infinito. Mangiandola e succhiandola viva, scavandole il piacere con le dita nella vagina.

L’aveva sentito risalire con la lingua e i denti e l’alito incollati alla sua pelle, dal basso in alto, sulla pancia, sul seno, sul collo e dentro l’orecchio. L’aveva visto stendersi accanto a lei mentre scossa dai brividi cercava di recuperare il respiro. Si era sentita stretta dal suo abbraccio, indagata dal suo sguardo.

– Tu sei quella che non si piace? – le aveva chiesto con tono ironico.

Era un complimento, ma aveva finito per infastidirla. Perché in realtà in quel momento Sara si sentiva molto bella.

– Mai detto che non mi piaccio. Ho qualche imperfezione, ma non mi importa – aveva tagliato corto.

Lui però aveva insistito.

– C’è molta bellezza nelle imperfezioni, cosa vorresti che fosse diverso?

– Ma nulla… le tette forse, sono troppo piccole. Anche se, magari, se avessi una quarta non la sopporterei. Adesso non te ne uscire con la storia della coppa di champagne.

Lui le aveva sorriso, poi si era chinato a sfiorarle con le labbra un capezzolo.

– Lo champagne ormai si beve nei flute. E comunque trovo che siano deliziose.

– Mi hai fatto male prima, quando me li hai morsi. Pensavo me li staccassi.

– Da come hai strillato mi è parso che ti piacesse – le aveva risposto lui fissandola negli occhi.

E lei gli aveva cinto il collo con le braccia.

– Scopami – gli aveva sussurrato – non mi hai ancora scopata.

Sara adesso è seduta sul letto. Nuda, con il body ancora in mano. Si osserva nello specchio che le restituisce l’immagine al contrario dei suoi tatuaggi. E’ sicura di averlo chiamato per nome, in quel momento. Ma proprio non riesce a ricordare.

Si ricorda solo che, quasi sadicamente, lui era disceso ancora una volta con la testa tra le sue gambe riprendendo a mangiarla, tra le sue proteste, i suoi gemiti, il suo piacere caldo nel ventre. Che era diventato a un certo punto così forte che persino quando lei aveva ripreso a gridare “scopami” quella parola, quell’imperativo, era diventata la colonna sonora di un orgasmo che la faceva pulsare e contorcere, indurita nei capezzoli, devastata dai brividi, incapace di tenere le gambe ferme tanto che lui, per la prima volta, aveva dovuto farle sentire la sua forza e gliele aveva allargate con una mossa brusca.

Mentre ansimava l’aveva visto inginocchiarsi davanti a lei, si era infoiata alla vista di quel cazzo teso. Ma per quanto potesse essere preparata, quando lui aveva afferrato il suo corpo minuto per tirarla a sé e penetrarla in un sol colpo non aveva potuto evitare di guaire per quella specie di coltellata.

Era rimasta delusa quando lui si era sfilato subito. Il fresco del vuoto e dell’aria avevano sostituito il caldo che la pienezza di quel colpo di cazzo aveva regalato alla sua vagina pulsante. “Scopami!” aveva ripetuto quando lui le aveva portato le braccia in alto e si era arrampicato sopra di lei. E lo avrebbe ripetuto ancora se lui non le avesse infilato il suo sesso duro tra le labbra, spingendo e facendole provare il sapore di maschio e il sapore di femmina mescolati.

– Certo, che ti scopo, ti sto scopando la testa troietta – aveva ringhiato lui con un tono quasi cattivo, cercando di farsi strada nella sua bocca, di spingersi sempre più giù.

Sara aveva accolto quel velluto duro e caldo cercando di spalancare il più possibile le mandibole, cercando di respirare, emettendo gorgoglii inverecondi.

Aveva registrato quell’insulto – “troietta” – e quel tono di voce. Era certa che lui avesse voluto sottolineare la differenza di età, più del doppio dei suoi anni. Si era eccitata. Aveva sentito distintamente la fica schiudersi, l’aveva sentita piangere e supplicare.

Quando lui era uscito dalla sua bocca e si era fermato per un istante i loro occhi si erano incrociati, inchiodati gli uni negli altri.

Lui le teneva ancora le braccia ferme con una mano sola, lei aspettava ansimante la sua mossa. Il suo sguardo diceva solo una cosa: “Sbattitela questa troietta”

E la mossa di lui era arrivata quasi subito, questione di attimi. Si era sentita prendere per i fianchi e roteare letteralmente sul suo asse, prona sul lenzuolo, si era sentita sollevare il bacino e immediatamente dopo essere penetrata ancora una volta con un colpo profondo. La seconda coltellata.

Lui certamente si era accorto di cosa le provocava quando arrivava alla cervice uterina. Forse lo aveva capito dai suoi piccoli sussulti o dai gemiti che diventavano improvvisamente dei piccoli strilli. O forse semplicemente dal contatto con la punta del suo cazzo.

Avrebbe voluto voltare la testa e fargli capire che è esattamente questo che lei intende per essere sfondata. Avrebbe voluto dirglielo, o almeno miagolarglielo. E invece era rimasta lì, capace solo di gemere e gridare sempre più forte in una agonia di piacere, nella posizione di una gatta in calore, mentre le mani di lui le abbrancavano le anche e le imponevano il suo ritmo.

Il colpo pesante della mano era arrivato all’improvviso sulla sua natica destra, facendola urlare più dalla sorpresa che dal dolore. Il secondo si era abbattuto immediatamente dopo, forse ancora più pesante del primo. L’aria si era saturata di un gemito gutturale, che era diventato un urlo al terzo colpo. Stavolta portato con l’altra mano, la sinistra.

– PIU’ FORTE! – aveva urlato Sara – più forte… PIU’ FORTE!

E aveva continuato a urlare anche dopo, quando lui aveva smesso di massacrarle i glutei e l’aveva riafferrata stretta per i fianchi sbattendola come un forsennato e attraversando in questo modo un suo nuovo orgasmo.

Ma nel delirio di quelle sensazioni che le trasmetteva la sua vagina riempita, ciò che l’aveva eccitata ulteriormente era il modo in cui lui la manovrava, la manipolava, facendola rigirare e volare sul letto. Interrompendosi per morderle una natica o un braccio, smettendo di montarla per rivoltarla e darle un bacio affamato, di quelli che tolgono il respiro. Afferrandola per la testa e portarsela al sesso per ritornare nella bocca di lei. Dirle quel “vieni su” che non era una richiesta perché era accompagnato da una nuova e più forte strattonata dei capelli.

Sara aveva smesso di succhiargli il cazzo ed era risalita lungo il suo corpo che le pareva immenso, impugnando l’asta impalandovisi sopra. In balìa delle decisioni di lui, delle sue voglie.

L’aveva sentito scivolare dentro, nella sua vagina ormai inzuppata, aveva emesso un gemito che aveva provocato un “sì” sibilato e prolungato, impazzito, di quell’uomo di cui adesso non riusciva a ricordare il nome.

Lui si era preso un momento di pausa, le aveva detto quanto sentisse il calore delle sua fica in quel momento, l’aveva guardata negli occhi. Sara adesso ricorda con orgoglio di quanto fosse certa che in quel momento lui potesse leggere la sua voglia di cazzo nel suo sguardo. Si ricorda di avere abbassato le palpebre, di avere mugolato più forte.

Poi aveva preso a cavalcarlo, sempre più frenetica.

Desiderava l’orgasmo di lui che non arrivava mai, sembrava metterci una vita.

Aveva appena ripreso a strillare il suo piacere che lui l’aveva per l’ennesima volta afferrata per i capelli rispingendola giù sul suo sesso.

– Fammi vedere un’altra volta che succhiacazzi che sei…

Lei lo aveva maledetto, ma le era piaciuto. Le era piaciuta quella carne dura che profumava della sua fica, ne era golosa. Io sono goloso del tuo pompino.

Ma sotto le spinte della mano di lui le era sempre più difficile respirare. Con quel bastone quasi in gola le era sempre più prezioso l’ossigeno. Lui sembrava godere della sua tosse strozzata, della saliva che colava lungo l’asta, della sua testa che sbatteva così facilmente su e giù.

Lui l’aveva riportata in alto improvvisamente, facendola respirare, facendola impalare ancora. Sara era tornata a sentirsi riempita proprio mentre la sua voce le arrivava ovattata: “Sei bellissima”.
Quando aveva ricominciato a urlare si era sentita l’unica ragazza sulla terra. Quando lui l’aveva riafferrata e riportata giù si era sentita solo una bocca aperta e scopata dal suo cazzo.

Lui le era sembrato pazzo quando si era alzato dal letto tornando a scoparla mentre lei si aggrappava alle sue spalle, con le gambe avvinghiate. Le botte di cazzo le avevano tolto ancora quel residuo di ossigeno che teneva da parte. Eppure aveva dondolato il bacino come una dannata per impalarsi sempre di più, spingerlo sempre di più nel suo profondo.

Erano ricaduti sul letto, lei sopra di lui. Le aveva morso il labbro, invaso la bocca con la lingua. Un altro bacio brutale e violento che le aveva impedito di riprendere fiato. Con il cazzo la stava scopando, con la bocca la stava soffocando.

Le onde dell’orgasmo sembravano amplificate da questo trattamento, la fica le pulsava, le pareti della sua vagina stringevano il suo membro.

L’aveva staccata dalla sua bocca e lei aveva ripreso a respirare, aveva continuato a scoparla e lei aveva ripreso a urlare.

– Mi piacciono le tue urla, mi fanno impazzire – le aveva ringhiato afferrandola per le natiche e tirandola verso di lui sempre più velocemente. Anche i suoi strilli erano diventati più veloci.

– Dimmi che sono una troia! – aveva urlato.

– Sei una grandissima puttana, Sara. Sei la mia grandissima puttana.

Sara aveva sentito l’imminenza dell’orgasmo, lo aspettava, lo supplicava. Era come se non si potesse più vivere senza quella cascata di orgasmi.

Quello che non si aspettava era il suo dito medio che le era affondato all’improvviso nel buco del culo appena partito il primo urlo di piacere. Affondato per quanto fosse possibile. Un nuovo urlo che si era sovrapposto al primo, più di piacere che di dolore.
Mentre di dolore era stato sicuramente lo strillo lanciato quando lui era scattato in avanti e le aveva morso un capezzolo. Ma anche questo si era miscelato con i primi due. In quel preciso momento Sara si era sentita una puttana urlante. Si era sentita sciogliere mentre lui le inghiottiva l’intera mammella.
Si era sentita tremare e precipitare singhiozzando sulla sua spalla ansimando quel nome di cui adesso aveva perso cognizione.

– E questo è abbastanza? – le aveva chiesto lui quando si era ripresa.

– Non è tutto, ma è una bella parte – aveva risposto Sara ansimando ancora leggermente, risalendo sul cuscino e fissandolo – sicuramente è una parte che manca.

– Come la chiameresti?

– Non sono obbligata a chiamarla, me la prendo e basta.

Lui le aveva puntato l’indice contro, muovendolo leggermente come a dire che la risposta per lui poteva bastare.

Perché fare tante parole – aveva continuato Sara – è tutto così chiaro.

Lui si era alzato e si era diretto verso il bagno, aveva riempito mezzo bicchiere d’acqua e poi aveva preso una sigaretta dalla giacca.

– Potresti avere bisogno di razionalizzarla, prima o poi – aveva detto.

Sara ricordava di avere allargato le gambe e di essersi aperta la fica con le mani, in un gesto così spontaneamente osceno che solo a ripensarci ora le vengono i brividi. Lo stesso brivido che aveva letto negli occhi di lui.

– Ti ho letto… – gli aveva detto guardandolo dritto in faccia – sono io che ti ho voluto per prima….

Lui si era avvicinato, aveva bagnato il filtro della sigaretta in quella pozza di umori caldi e se l’era accesa sdraiandosi accanto a lei. Sara per qualche istante aveva continuato a sentire lo sfregolio della carta sulle labbra interne della sua vagina.

– Non credo che si possa fumare qui – aveva obiettato lei.

– Lo so, ma mi piace fumare mentre mi succhiano il cazzo.

Sara ricordava di essersi accoccolata esausta tra le sue gambe aperte e di avere soddisfatto il suo desiderio, tenendo ancora una volta lo sguardo fisso su di lui.

Lo aveva visto chiudere gli occhi nel godimento, lo aveva sentito contrarsi e inarcarsi per spingersi sempre più dentro.

Si era sentita soffocare e si era sentita godere di quella carne che piano piano era tornata dura. Un fremito di soddisfazione l’aveva percorsa, si era impegnata così tanto!

Aveva atteso che lui finisse la sigaretta e che la spegnesse nel bicchiere, poi si era sollevata.

– Vieni – gli aveva detto con voce sicura – ho voglia di stare un po’ nell’acqua.

L’aveva preso per la mano e condotto nel bagno, aveva aperto il rubinetto cercando il punto esatto di temperatura. Lui le aveva detto “entra” e lei era entrata nella vasca, scavalcandone il bordo.

Lui si era bagnato le mani e versato il contenuto di una bustina di sapone su un palmo.

Poi aveva preso a insaponarla.

Sara aveva sentito le mani di lui percorrerla ovunque, con maggiore insistenza sulle mammelle, sul sesso, sulle cosce. Sopra e tra le natiche. Aveva squittito un “ahi!” soddisfatto quando le aveva stretto il capezzolo ancora dolorante, si era morsa un labbro sospirando quando un dito era scivolato tra le sue grandi labbra e aveva accarezzato il clitoride.

Godeva della sua mano che le insaponava il sedere. Godeva della sua mano che si abbatteva ancora una volta sui suoi glutei. Si sentiva nata per quello.

E quando lui si era accomodato nella vasca sedendosi proprio sotto il suo sesso aveva azionato il doccino proprio come lui le aveva detto di fare e aveva iniziato a sciacquarsi, mentre lui le leccava la vulva rigonfia.

Si era sentita cedere quando lui aveva preso a succhiarle il clitoride e a infilare le sue dita saponose nei suoi buchi. Lui l’aveva guidata a sedersi sulla sua faccia, tenendola incastrata con un pollice nel retto e due dita nella vagina. Quella sensazione di pienezza l’aveva portata alle soglie del mancamento, aveva gridato di piacere e di voglia vedendo il suo cazzo sollevarsi, e diventare ancora più duro con l’aumentare delle sue grida. Aveva potuto misurare l’eccitazione di lui dal colpo delle sue dita, che nello stesso momento erano affondate alle soglie dell’utero e dell’intestino.

Aveva gridato ancora, e ancora, e più forte.

– Così mi fai impazzire! – era esplosa mentre i suoi capezzoli induriti cercavano di schizzare via dalle piccole mammelle.

Grondava acqua mentre lui si alzava e usciva dalla vasca. Aveva bagnato il pavimento quando piegata in avanti aveva cercato il cazzo per tornare a succhiarlo. Aveva temuto che lui perdesse la presa quando l’aveva afferrata con le braccia e l’aveva fatta impalare sul suo sesso.

Sara ricordava di averlo sentito penetrare la sua ferita, di esserci precipitata sopra, di essersi gonfiata nel ventre. Ricordava anche di averlo morso su una spalla mentre strillava al mondo il suo piacere.
Ricordava la corsa di lui verso il letto, quella caduta improvvisa ad inzuppare il lenzuolo di acqua. Le sue mani che l’avevano rigirata, il suo bastone che era tornato ad affondare dentro di lei.

– Fammi vedere quanto ci godi a essere riempita come una troia – le aveva rantolato alle spalle prima di innaffiarle per la prima volta la vagina. Sara ricordava bene la vibrazione di quel cazzo, il calore di quello sperma dentro di sé.

– E’ il tuo odore – aveva sospirato quando entrambi avevano appena recuperato il respiro mentre i battiti dei loro cuori faticavano per ritornare normali – è il tuo odore che mi fa sentire…. – ma non aveva terminato la frase.

Lui le era crollato sopra, lei adorava restare schiacciata dal suo peso, sentire il suo cazzo ritirarsi e infine uscire scivolando sulla sua carne lubrificata di succhi e sperma. Lo aveva sentito finalmente esausto, soddisfatto. Ansimante sopra di lei e poi accanto a lei. Si era sentita benissimo.

– L’odore è importante – le aveva sussurrato nell’orecchio prima di infilarci la lingua dentro.

E subito dopo, una volta rotolato al suo fianco:

– Anche i sapori.

Ciò detto l’aveva afferrata per la nuca e ripiegata sul sesso. Sara era stata costretta a una contorsione quasi dolorosa prima di trovare la posizione e accogliere ancora una volta il cazzo nella sua bocca, tornando a sentire il gusto di entrambi inestricabilmente mescolato, inspirando, leccando, succhiando, pulendo.

– Mi piace questo – le aveva detto lui – mi piace molto.

“Sapessi a me”, avrebbe voluto rispondere Sara.

– Ma tu non vieni mai? – gli aveva invece domandato una volta terminata la pulizia.

– E’ che alle volte mi distraggo a guardarti – era stata la sua risposta – comunque non sono sempre così, altrimenti a questa età non ci sarei arrivato.

– Cosa guardi?

Ma lui non aveva replicato.

– Hai mai letto Barney? – le aveva chiesto cambiando discorso.

– Cosa è?

– La versione di Barney, un romanzo di Mordechai Richler.

– Ho visto il film – aveva risposto Sara, che adesso pensa che paradossalmente ricorda bene il nome di Paul Giamatti, l’attore protagonista del film, ma non quello dell’uomo che le ha rivolto la domanda solo poche ore prima.

– Dovresti leggerlo, credo che ti piacerebbe – le aveva detto lui.

– Perché me lo hai chiesto?

– Perché mi è venuta in mente la scena di quando lui abbandona il ricevimento del suo matrimonio per correre dietro a Miriam.

– Ahahah – aveva riso Sara – io sarei corsa via e basta.

– A farti sbattere come una cagna, suppongo – aveva replicato lui ridendo – ok scusa, questa era davvero volgare.

– Sai che con me puoi esserlo – gli aveva detto – E comunque non è solo questo, anche se farsi sbattere come una cagna è bellissimo. E’ che a volte ti senti come se la tua vita fosse avvolta nel miele, è tutto appiccicoso. E ti senti un’altra persona. Forse è per questo che mi attrai, tu mi ripulisci da questo appiccicume. Io non lo voglio, io voglio toccare il fuoco.

-Il fuoco brucia.

– A volte è meglio bruciarsi.

-Poi restano le cicatrici – aveva insistito lui.

– Tu non ne hai?

– Sì, qualcuna ce l’ho.

– Allora significa che mi piacciono le cicatrici – aveva detto Sara – sempre meglio di quelle pelli lisce e perfette di chi non rischia di ferirsi mai, quelli restano sempre gli stessi. Ti amano e magari pure tu li ami, ma non capiscono che a volte non basta. Vivono dentro una prigione nella quale sono carcerieri e carcerati al tempo stesso.

Era stato proprio a questo punto, ricorda con lucidità Sara, che lei aveva pronunciato ancora una volta il suo nome. Al vocativo, per richiamare la sua attenzione, come nella poesia “o Valentino vestito di nuovo”.

“Non è possibile”, si dispera Sara, “cosa mi succede?”.

– Io non ci voglio vivere, per questo sono contenta di averti cercato – si ricorda di avergli confessato – perché con te è bastato poco a farmi venire il desiderio di scappare. E sì, anche scappare con il sesso. Ci penso così tanto. Certe volte mentre sto al lavoro penso che mi sbatti con il negozio pieno di persone Una volta ho fatto una vendita mentre non riuscivo a togliermi dagli occhi l’idea di stare seduta sul bancone e te che mi scopavi con i pantaloni abbassati. Dovevo avere una faccia tale che quello si è comprato tutto il comprabile. Il sesso sul posto di lavoro è una delle mie fantasie erotiche.

– E’ un classico – aveva risposto lui – chi non ce l’ha? E a farlo davvero è pure meglio. Un po’ rischioso, magari… se ci tieni al posto.

– Ho pensato tante volte di stare sotto la tua scrivania a spompinarti, oppure mentre stai in riunione. Tutti sono intorno a noi e nessuno vede. Solo io e te sappiamo cosa stiamo facendo, conosciamo il nostro godimento segreto.

CONTINUA

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