Amiche, sorelle e amanti by Idraulico1999 [Erotico]




Sul tavolo c’era appoggiato il suo tabacco, lei fumava o comunque le piaceva fumare, perché diceva ripetendo sovente che si sentiva meglio, dopo aver ininterrottamente fuso impastando i suoi polmoni con le sigarette. Sul piano livellato di legno c’erano sparsi i filtri, le cartine con il suo adorato tabacco e un libro aperto: era indecisa se far scivolare giù una pagina altrettanto aperta, laddove un diario vicino era stato scritto con precipitosa foga, malgrado ciò mi piaceva guardarla enormemente concentrata e per di più pensierosa nello scrivere i suoi pensieri in modo febbrile e scomposto.

L’inchiostro nero sporcava imbrattando le sue piccole dita, la mano sinistra stringeva nervosamente e con molto affetto la povera sigaretta consumata, i capelli chiari legati in una coda cercavano di ribellarsi rivoltandosi, io seduta davanti a lei l’ammiravo curiosa e impicciona, cosicché aspettai che finisse di scrivere il suo dispotico sfogo. Io attendevo, avrei visto le sue parole appena avrebbe finito di molestare quel quaderno con la copertina di cuoio, io avrei letto le sue parole, intanto che il fumo invadeva la stanza mentre io ne respiravo inevitabilmente il suo alito. Lei lasciò aperto il quaderno, lanciò la penna che quasi cadde dal tavolo e poi mi fissò sorridendo. La cenere in quel preciso istante cadde sul pavimento, per il fatto che non s’accorse che la sua sigaretta si era consumata al soffio immobile dell’aria, infine io allungai il braccio destro, presi il suo diario e lessi:

“Perché, ma perché sono una donna così stupida e tonta, che rabbia che mi viene. Mattia è uno stronzo e quella lì è una zoccola di primo livello. Perché va dietro a quella là? E’ brutta e anche cretina, io sono ancora più fessa e ottusa, giacché gli do pure retta”.

Io la guardai di traverso, in quanto in quegl’istanti era insolitamente e intensamente amena e pure attraente quando s’infiammava di collera in quella maniera, io non potei frenarmi e in quel frangente risi senza trattenermi:

“E adesso te la ridi. Perché ridi? Bell’amica che sei, guarda che la faccenda è piuttosto complessa e sgradevole”.

Lei mi squadrava incredula sondandomi, nel frattempo mi redarguiva in maniera sonora, io cercai di controllarmi e tenendo il suo diario tra le mie mani indulgentemente le parlai:

“Sei per caso ancora innamorata di quell’individuo?”.

“Sì” – rispose irremovibilmente lei, guardandomi con la testa abbassata come un bimbo che cercava di discolparsi per qualche marachella appena compiuta.

“Perché non lo lasci perdere? Ne avrai tutto di guadagnato”.

“Io lo amo” – sicché scoppiai in un’altra fragorosa risata.

“D’accordo non è amore, però mi piace troppo” – confessò lei bonariamente come un cane con la coda tra le gambe.

“Immagino che andrai al suo compleanno” – le dissi io, giocando sbadatamente con la penna.

“Sì, andrò e gli farò perdere la testa. Lui m’ha mollato per quel mostro, ti rendi conto? Stasera sarò bellissima e lui cadrà ai miei piedi” – sbottò lei sicura di sé come un’isterica, in quanto osservandola era assai buffa.

“Dovresti farmi un favore”. Ecco che comparvero nuovamente i suoi occhi amorevoli e deliziosi:

“Mi presti la tua gonna? Sì, quella con le righe per favore”.

Lei mi pregava supplicandomi come una bimba, dal momento che era troppo difficile e piuttosto faticoso dirle di no, allora agguantai la minigonna dall’armadio e gliela diedi, lei l’indossò soddisfatta davanti allo specchio ammirandosi fino all’ultimo momento prima d’uscire, era incontestabilmente avvenente. I suoi lunghi capelli biondi cadevano morbidi sulle spalle, il lucida labbra brillava eccitante sulla sua piccola bocca, mentre l’ombretto scuro creava un bel contrasto mescolandosi sapientemente con il colore dei suoi occhi celesti. Lei mi baciò la guancia, corse via, chiuse la porta e s’avviò da lui. Io restai a casa perché dovevo prepararmi per un esame, eppure in quell’attimo di strano silenzio mi fissai allo specchio guardandomi attentamente negli occhi: erano neri come la peste, osservai i miei capelli ricci come dei boccoli di rame, fissai la mia bocca, quella rosea bocca che non amava esser domata, tanto meno da un lucida labbra. Il reggiseno mi opprimeva, decisi allora di mettermi comoda con la canottiera e le mutandine, così invece di studiare iniziai a vagare per la casa come un fantasma, accesi la TV ma soltanto dopo pochi secondi la spensi, accesi la radio, trascorsero alcuni secondi e misi un CD, alzai il volume lasciandomi travolgere dalla melodia. Accesi il telefonino e lo spensi, poiché ero indecisa se fare qualche squillo a qualche amico, sennonché mi lanciai sul letto, in tal modo nel buio e nel silenzio della musica chiusi gli occhi lasciandomi trasportare da quelle penetranti sonorità. All’improvviso sentii sbattere la porta in modo brusco e manesco, saltai tempestivamente giù dal letto in quanto mi ero addormentata senza quasi accorgermene: senza rendermi conto feci un pisolino di due ore, abbassai lo stereo grattandomi la testa uscii dalla mia camera, lei era appena rientrata:

“Marta, sei tu?” – la chiamai dal corridoio, mentre la sentivo chiaramente piangere.

La porta della sua stanza era aperta nel buio che peraltro io adoro, lei però singhiozzava. Così m’avvicinai lentamente e senza dire nulla le accarezzai la testa. Affetto materno, amore, compassione, tenerezza e tristezza: era tutto ciò che si mescolava ineluttabilmente nel mio sangue, mentre io muta ero vicino a lei che cercavo di rinfrancarla:

“Paola, mi senti Paola” – lei si sbloccò annuendo e chiamandomi per nome, visto che piangeva come una bambina, come se fosse caduta dalla bicicletta sbucciandosi le ginocchia, infine m’abbracciò forte cercando il giusto conforto:

“Calmati, che cos’è successo? Racconta, che ti ascolto” – le chiesi io asciugandole le lacrime.

“E’ uno stronzo. M’ha preso in giro davanti a tutti, ha fatto lo scemo con quella, m’ha umiliato offendendomi. Io lo odio” – ribatteva lei inveendo senza respirare.

“Oggi però lo amavi. Vedi che c’è un lato positivo, adesso lo odi” – le manifestai io sorridendo per cercare di ridimensionare la faccenda.

“Paola, non prendermi in giro pure tu” – lamentandosi con me, però il suo viso era tornato quello di sempre, quel volto rotondo e sfolgorante di Marta.

“Aspetta che vado a prenderti un fazzoletto” – le dissi alzandomi.

Marta si stava spogliando per infilarsi il pigiama rosa con i fiorellini, io le porsi il fazzoletto mentre eravamo eccessivamente vicine, il suo viso era rigato dal mascara, i suoi piccoli e meravigliosi seni erano bene in vista, i miei gonfi sotto la canottiera, in tal modo i nostri capezzoli inevitabilmente si sfiorarono. I nostri occhi si guardarono mentre la musica arrivava dalla mia stanza, labbra morbide e lingue vergini: ecco il nostro primo bacio. Ferme, immobili ed esitanti le nostre bocche come pilotate s’avvicinarono, le nostre lingue si toccarono, poi ci baciammo come delle bimbe impaurite guardandoci incredule senza dire niente, ci fissammo nuovamente imbarazzate cercando d’allontanarci, viceversa le nostre bocche si baciarono ancora con più veemenza. La mia mano toccò delicatamente le sue lunghe ciocche dorate e le sue dita accarezzarono i miei riccioli indomabili sulle spalle, io scivolai con le labbra sul suo collo, giacché ansimavo baciandola, mentre le sue dita astute e scaltre s’infilavano sotto la mia canottiera stringendomi i seni. In quel momento mi morsi le labbra, perché adoravo farmeli stringere, lei iniziò a toccarli e a massaggiarli con le sue mani vellutate, chiuse gli occhi, mentre io scivolai con la lingua sui suoi stuzzicanti seni.

Seguii con la lingua i suoi capezzoli duri, lei spalancò i suoi grandi occhi sorridendomi bonariamente quasi a disagio. Io strinsi le mie labbra sui suoi capezzoli, li strinsi morsicandoli gentilmente, perché volevo cogliere un suo gemito, strinsi piano e mossi la mia lingua, giacché mi sarebbe bastato soltanto un gemito di piacere, in seguito la sentii fremere e anch’io sudata su di lei mi spogliai. I capezzoli si baciarono, si fronteggiarono, si scontrarono e si toccarono, lei eseguì con la sua bocca la stessa cosa sui miei seni rigonfi, io l’accarezzai tra le cosce, dato che la sentii fragile sulla mia mano, poi avvertii la sua mano insicura su di me, allora io esitante la baciai sull’inguine e incerta le donai la mia lingua.

Avvolta, trascinata e travolta dai suoi profumi io le donai il mio corpo. Al momento eravamo come le anime solitarie di due irriducibili vergini che si fusero: secrezioni bianche come la schiuma marina, lieve e soave così come un sottile strato di zucchero. Gemiti e vocali femminili, unghie e vocali femminili: sì, proprio così, le nostre amabili e cordiali vocali, strofinammo a questo punto le nostre fameliche vagine come dannate figlie della concupiscenza e della radicale cupidigia. Ci baciavamo e ci leccavamo lentamente come delle innamorate, ci sdraiammo sul letto senza parlare né chiedere, perché s’udivano gemiti, unicamente soavi piagnucolii. Io scesi con la testa tra le sue gambe, poiché ero curiosa d’assaggiare il suo aromatico e naturale sapore, ero terribilmente curiosa, visto che la mia lingua s’intrufolò dentro di lei, la spinsi sennonché risoluta, lei iniziò a gemere catturata completamente dai sensi, infine toccai il suo clitoride e amabilmente glielo leccai. Lei iniziò a muoversi su e giù toccandomi i capelli e spingendo la mia testa verso di lei. La mia vagina gonfia cercò la sua coscia, il suo ginocchio, io la leccavo, la penetravo e lei gemeva spiccatamente. Io mi sfregavo sulla sua gamba, folle e calda strisciavo sul suo ginocchio, fluidi caldi come il miele, intanto che tiepide lacrime di salsedine colavano.

Agguantai il mio seno destro in mano, me lo strinsi portandomelo alla bocca, mentre con la mano sinistra mi toccai il calore tra le mie cosce leccandomi nel contempo il capezzolo. Lo succhiai con le labbra e poi lo spinsi nella sua vagina, mentre lei gemeva forte uscendo di senno: lei cercava e sussultava, gemeva e la sua schiena si curvava, il suo delizioso liquido si spalmò sul mio seno, io lo ripresi, lo baciai e lo leccai avidamente. Al presente assomigliavamo a delle gatte in calore, sembravamo non più sorelle, eravamo forse diventate amanti? Strofinai ancora la mia vagina sulla sua poi indebolite e visibilmente stremate cademmo.

Nude, sfinite e sudate senza conversare chiudemmo gli occhi, io senza cercare di pensare al domani né a noi due, che cosa sarebbe successo, che cosa eravamo o non eravamo, in tal modo chiusi le palpebre lasciandomi totalmente convogliare da quel gradevole benessere, eppure un promemoria fastidioso e seccante come una sveglia, come un diabolico e spietato flash, brutalmente mi scosse risvegliandomi rudemente la mente, riportandomi sennonché alla svelta alla cruda e inclemente realtà:

“Accidenti me lo ero perfino scordato, cazzo, domani avrò un esame da sostenere”.

{Idraulico anno 1999}

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