Amica/nemica/amante by suve [Vietato ai minori]




Amica/nemica/amante di suve New!

Mi chiamo Luana. Io e Sandra siamo amiche. Amiche per quanto possono esserlo due colleghe da due anni che talvolta s’incontrano anche fuori dal lavoro.
Rapporti cordiali, qualche piccola confidenza, qualche pettegolezzo, darsi una mano, stare bene insieme. In pratica un’amicizia che aspetta un’occasione per approfondirsi o per rompersi.
E qui entra in gioco la mia gelosia, responsabile unica del mutare dei nostri rapporti.
Una settimana fa, di sabato, io e il mio ragazzo Giuseppe andammo in un locale a ascoltare della musica dal vivo di un piccolo complesso che conoscevamo. Eravamo a un tavolino appartato sorseggiando le nostre bevande quando scorgemmo Sandra sulla pista che ballava con un’amica entrambe attorniate da alcuni ragazzi.
Devo dire che era veramente carina. Non che io sia da meno, entrambe abbiamo 28 anni, entrambe possiamo definirci “fighe”, un po’ ci assomigliamo, capelli castani con permanente lei e lisci io, il suo seno è più florido del mio (che ho una terza) ma il mio sedere è migliore, più “a mandolino” del suo che è comunque un bel sedere tornito. Dicevo che era carina. Shorts di jeans inguinali sfrangiati che parevano più adatti a una diciottenne ma che stavano magnificamente anche a lei, scoprendo parecchi centimetri delle natiche che agitava a tempo con la musica. Maglia bianca, ampia, scesa su una spalla con profonda scollatura dietro che mostrava la sua schiena sinuosa e evidenziava come non indossasse il top (cosa che si notava anche dal davanti vista la grazia di Dio che ballonzolava). Non rimaneva nuda sopra solo grazie a una stringa strategicamente posta sulla schiena a trattenere i lembi. Devo ammettere che piaceva anche a me che lesbica non sono (a parte qualche fantasia mai concretizzata) ma soprattutto a Giuseppe che non le staccava gli occhi di dosso.
Dopo alcuni minuti ci vide e ci fece un cenno di saluto continuando a ballare. Dieci minuti dopo la vedemmo arrivare, tutta allegra e baldanzosa, salutarci ancora con un bacio sulle guance sia a me che a Giuseppe per poi accomodarsi al nostro tavolo. Parlammo del più e del meno, bevemmo ancora e poi ci portammo in pista per ballare. Ci stavamo divertendo quando ebbero la malaugurata idea di mettere dei lenti. Giuseppe stava per prendermi tra le braccia quando Sandra s’intromise:
“Me lo presti?”
e senza attendere risposta lo abbracciò iniziando a ballare. Io rimasi un attimo sconcertata ma subito un ragazzo mi chiese di ballare (anche io facevo la mia figura, in pantaloni neri attillati e maglietta bianca stile baby-doll semitrasparente). Il ragazzo non era male, cercò di essere gentile, di rimorchiarmi con frasi a effetto di cui però non sentii praticamente nulla intenta com’ero a guardare Sandra e Giuseppe. Vedevo lei stringerlo, poggiargli la testa sul petto, e quel cazzone che non faceva niente per evitarlo. Mi infuriai, con una scusa mollai il ragazzo e tornai al tavolo aspettando i due, fui anche sgarbata con un altro tizio che mi chiedeva di ballare.
Finii con un sorso il cocktail che avevo senza riuscire a calmarmi. Quando li vidi arrivare li fulminai entrambi con uno sguardo, senza parlare. Giuseppe che mi conosce bene ebbe il pudore di sedersi senza parlare, la testa bassa, lei invece era tutta gagliarda, spiritosa:
“Ehi, ho visto che hai fatto conquiste, come si chiama quel ragazzo? Ci ha provato?”
Non riuscii a trattenermi:
“Si, e l’ho mandato a quel paese mentre il mio ragazzo si faceva conquistare da una stronza”
“Oh bimba, stai calma, abbiamo solo ballato insieme”
“E vi ho visti come ballavate, proprio col mio ragazzo ti devi mettere a fare la troia?”
La situazione si stava accendendo, io ero furiosa, Sandra stava per reagire. Ci pensò Giuseppe a risolvere la situazione prendendomi per un braccio e in pratica costringendomi a abbandonare il locale. In auto feci scontare a lui la mia furia accusandolo di “aver gradito” le attenzioni di Sandra. Provò a convincermi che mi sbagliavo, che era stato solo un ballo e che non l’avesse allontanata da se per delicatezza. Niente da fare, non riuscivo a calmarmi. Mi riportò a casa e ripartì con un saluto mogio. Una serata di merda.
Il giorno dopo tra me e lui le cose si risolsero, a mente fredda riuscii a comprenderlo e lui, che non era nuovo a queste mie sparate, accettò le mie scuse rassegnato.
In ufficio invece cambiò tutto. Sandra era risentita per le mie parole, io ce l’avevo ancora con lei per il suo comportamento. Fredda cortesia nei contatti per lavoro e stop, null’altro. Ci evitavamo.
Una sera il boss chiese a entrambe di restare oltre l’orario solito per finire un lavoro inerente le competenze di entrambe. Dovemmo lavorare fianco a fianco, su scrivanie vicine. Anche lì era gelo ma non potevamo esimerci dal lavorare insieme, era troppo importante per l’azienda e ne avremmo risposto al boss.
Si fece ora di cena, ordinammo dal cinese lì vicino e mangiammo in fretta ognuna per conto suo e riprendemmo a lavorare. Erano forse le dieci e avevamo praticamente finito, mancava solo la stampa in più copie. Sandra si stiracchiò e mi parlò:
“Senti Luana, vorrei chiederti scusa. E’ vero che mi sono appiccicata al tuo ragazzo, ma, credimi, non c’era intenzione di rubartelo. Era solo un ballo, e te lo stavo riportando.”
“Davvero? Devo crederci? Balli sempre così coi ragazzi delle amiche?”
“E’ il mio modo di fare, un ballo lento è un ballo lento, ma se voglio conquistare qualcuno vado molto oltre a come ho agito con Giuseppe”.
Parlando s’era alzata dalla sua scrivania e mi si era avvicinata, sedendo sull’angolo della mia e guardandomi dall’alto in basso.
“Ah, certo, mi immagino cosa fai, e il poveretto non ha scampo, mentre con i ragazzi delle amiche non fai la tro….”
Non riuscii a finire la frase, il suo palmo si stampò sulla mia guancia.
“Non ti permettere di darmi della troia piccola de…….”
Non so cosa volesse dirmi. Mi alzai di scatto e mi avventai su di lei, le mani e le unghie rivolte verso la sua faccia. Lei si sbilanciò alzandosi e evitando per un pelo di cadere a terra. Cercò di bloccarmi le mani ma riuscii a prenderla per i capelli che tirai violentemente facendola urlare di dolore. Mi ricambiò con forza e toccò a me urlare. Eravamo in piedi, l’una di fronte all’altra, azzuffandoci come due lavandaie. Tirai l’orlo della sua camicetta che si strappò lasciandole il reggiseno scoperto, lei mi schiaffeggiò riuscendo poi a bloccarmi i polsi. Era più forte di me, più alta. Col peso del suo corpo mi spinse indietro e io inciampai su una sedia finendo a terra, sulla moquette, lei sopra di me cercando ancora di bloccarmi. Non ci stavo a subire così, mi divincolai rendendole difficile l’opera ma senza riuscire a liberarmi.
“Adesso basta stupida, smettila o ti faccio male”
Parole al vento, continuavo a dimenarmi senza esito. Eravamo tutte e due ansanti per lo sforzo. Digrignavo i denti e mi dibattevo, nulla da fare, e le forze mi vennero meno, mi abbandonai sentendo le lacrime scendermi dagli occhi per la rabbia e l’umiliazione. Nella calma improvvisa le mie sensazioni cambiarono. Sentivo il suo corpo contro il mio, il calore della sua pelle, la morbidezza dei suoi seni contro i miei, la sua gamba tra le mie poggiata direttamente sulla mia micina. Mi accorsi con sorpresa di essere eccitata. Crocifissa a terra, le braccia allargate e tenute ferme dalle sue, il suo viso a pochi centimetri dal mio. Forse l’adrenalina, forse lo strusciare dei nostri corpi, non avevo assolutamente più voglia di lottare. La stessa cosa dovette provare anche Sandra che parve immobilizzarsi, guardarmi fissa negli occhi………. e poi poggiò le sue labbra sulle mie.
Non avevo mai baciato una donna se non in qualche rara fantasia, le sue labbra erano morbide, delicate, non aggressive come quelle di un uomo. Mi trovai a schiudere le labbra quando sentii la sua lingua premere, cercare di farsi strada, e la accolsi sospirando, intrecciandola con la mia, donandole la mia bocca arresa, ospitale.
Sandra mi aveva lasciato le braccia, una sua mano era sul mio volto, carezzevole, l’altra su un mio seno, a stringerlo, impastarlo, giocare col capezzolo con il pollice mentre le altre dita lo stringevano per evidenziarlo e io muovevo le anche, per far strusciare la mia micina, il mio clitoride, sulla sua gamba fasciata dai pantaloni.
L’abbracciai, le mie mani sulle sue spalle, sulla sua schiena, tirandola a me.
Ci baciammo per più minuti staccandoci ancora ansanti. Sandra non si spostò se non di pochi centimetri, per arrivare con le mani alla mia camicetta, prendere a sbottonarla e liberare i miei seni, farli uscire dal reggiseno, impadronirsene con la bocca e suggerli dolcemente. Gemetti, la sensazione era fortissima (ho sempre avuto i seni sensibili), le mie mani scivolarono sulle sue natiche, tirandola a me, alzando il bacino per andare incontro alla sua gamba. Ora mi strofinavo senza pudore, avida delle sensazioni che mi donava la sua gamba nonostante la stoffa che ci divideva. Volevo toccarla anche io, volevo sentire la pelle nuda sotto le mie dita. Cercai di tirarle giù i pantaloni gemendo frustrata dal non riuscirci, e non ce l’avrei fatta se Sandra non si fosse sollevata un poco agevolandomi. Ripresi a strusciarmi contro di lei, le mie mani invece erano sul suo sedere, sotto la stoffa esile delle mutandine, a carezzarla da dietro, a infilarle le dita nello scoscio per raggiungere la micina. Abbandonò il mio capezzolo per baciarmi ancora e si sollevò da me, si alzò e io ero a terra, illanguidita, che la guardavo con occhi annebbiati. Si tolse la camicetta oramai stracciata, i pantaloni già alle ginocchia, il reggiseno che trovai molto sexy, e si chinò ancora su di me, le labbra sui miei seni, la mano tra le mie gambe lasciate completamente scoperte dalla gonna risalita sulle anche. Scostò le mutandine e mi mise un dito dentro. La sensazione fu esaltante, non potei far altro che inarcarmi mugolando, spingendo per un contatto più rude, più profondo. Subito le dita diventarono due, mi sentivo un lago e le ricambiai il favore con una certa difficoltà. Non riuscivo a raggiungere la sua micina stretta tra i nostri corpi. Mi feci forza per girarmi su un lato e ci riuscii, trovando anche lei bagnata da abbondanti succhi. Agii d’istinto, mai avevo toccato una donna come ora toccavo lei, ripetei i gesti fatti su me stessa tante volte, carezzai il clitoride facendola sospirare, le ficcai due dita dentro muovendole con forza, spingendo e roteando e toccò a Sandra gemere.
Eravamo stese a terra, di fianco, sulla moquette morbida che ci faceva da alcova, le mani profondamente inserite l’una nell’altra, le bocche a volte unite in baci ora focosi ora languidi, gemendo entrambe delle sensazioni che ci donavamo a vicenda. Non so quanto tempo passò, sentii montarmi l’orgasmo ma era diverso dai tanti che avevo provato, era più cerebrale, l’immagine di noi due unite davanti agli occhi anche se chiusi, i suoi seni che premevano contro i miei, la sua saliva che mi pareva più dolce del nettare. Un calore improvviso mi esplose dentro e affondai la faccia sulla sua spalla gemendo forte, accartocciandomi su me stessa per la forza del piacere che mi aveva invaso. Mi girava la testa, ero senza forze ma non smettevo di toccarla, di muovere le dita dentro di lei, e la sentii tendersi, agitarsi nel suo piacere, far uscire un ululato continuo dalle sue labbra gettando indietro la testa in un orgasmo non minore del mio.
Recuperammo insieme le forze, le mani ora sui fianchi, carezzevoli, dolci. Sandra mi sorrideva, il viso a pochi centimetri dal mio, mi baciava le labbra, le guance, il naso, e non smetteva di sorridere.
Ci rialzammo senza una parola, ci recammo in bagno insieme per una pulizia veloce, ci rivestimmo sempre in silenzio. Un silenzio non colpevole, non di rimorso, piuttosto per assaporare ancora nella mente le sensazioni appena vissute, fissarle nel cervello per non dimenticarle mai. Lei mise la giacca leggera sopra la camicetta oramai rovinata, andò alla stampante a recuperare il lavoro che avevamo fatto e passando davanti alla mia scrivania si fermò, poggiò la risma sul piano, si chinò verso di me per accostare ancora la sua bocca alla mia dicendomi:
“Pace fatta?”
Le risposero le mie labbra.

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