Alma e i suoi uomini by Bollentispiriti [Vietato ai minori]




Caro Diario,
la penna mi è pesante. Non so se avrò il coraggio di continuare a scrivere. Quando decisi di riempire le tue pagine, ormai è molto tempo fa, intendevo soltanto annotare le mie impressioni, registrare sdolcinate elucubrazioni che mi saltavano per la mente. Mai avrei immaginato che potessi confessare quello che mi accingo a svelarti della mia vita privata.

Sai che mio marito non è più quello di una volta. Mi sono lamentata con te del suo modo di concepire l’amore. Prima della svolta, sembrava assorbito da un sano, stimolante desiderio che gestivo al meglio. I suoi occhi iniettati da bestiale voglia di concupiscenza mi spaventavano, ma mi stuzzicavano, contribuendo ad esaltare la mia sessualità. Tutt’al più, quando non mi andava, fingevo di non accorgermene e tutto finiva lì.

Tempo fa, di prima mattina, appena uscita dal bagno (tu sai che mi piace assaporare la tiepida doccia d’inizio giornata e bearmi della fragranza del talco con un massaggio diffuso, palpato su ogni millimetro di pelle), nuda, se si esclude l’asciugamano appena poggiato sul seno, entrai, come al solito, in camera da letto dove mio marito ciondolava in mutande alla ricerca delle sue carabattole. Ad occhi bassi, canticchiando, raggiunsi il letto. Abbandonato l’esiguo capo che mi ricopriva, mi girai verso il comò aprendo le braccia per estrarre dal cassetto della biancheria intima, pregustandone la fragranza di fresco pulito. Naturalmente le mammelle, libere della costrizione precedente, danzarono morbidamente nell’aria, il busto leggermente chinato, mentre le natiche ondulavano nel passo in avanti che mossi. In quell’istante, colsi, nello specchio, uno sguardo che attentava alle mia integrità. I suoi occhi erano torvi di desiderio. Notai il gonfiore del pacco genitale. Ammetto di essermi sentita lusingata, ma non potetti evitare un amaro sorrisetto di scherno. Non ti stupire, ti spiego il motivo. Lui crede di essere ancora eccitante.

E’ ancora un bell’uomo, lo devo ammettere, anche se in gioventù i pettorali si disponevano armoniosamente, dando risalto ai piccoli capezzoli pelosi; ora, invece, declinano verso terra, attratti dalla forza di gravità, mammelle più da femmina, forse adolescente, che da maschio. Ricordo che i muscoli dorsali guizzavano appena sfiorati, ora giacciono flaccidi; che l’addome era scolpito come quello di un dio greco, ora sopravanza di parecchio la linea dello sterno pari ad una femmina in cinta di quattro mesi; le cosce, dai quadricipiti muscolosi, sapevano cavalcare una giumenta senza mostrare alcuna flessione, ora sostengono a malapena la struttura sovrastante. Col trascorrere degli anni tutto è diventato più blando, più calmo, più rilassato, più…annoiato. Questi pensieri lasciavano spazio in me ad una devastante inquietudine; tuttavia, le prestazioni, in definitiva, erano moderatamente soddisfacenti, se si chiudevano gli occhi e con parecchia fantasia.

L’usato “menage” s’interruppe una domenica mattina iniziata come tante. Dopo una settimana di lavoro, al solito riposavamo dalle fatiche della notte del sabato che ci aveva visti impegnati per i quattro salti nel locale da ballo di cui eravamo habitues, quando ha preso ad accarezzarmi ed a massaggiarmi, come di solito fa, quando vuol arrivare al “dunque”. N’avevo voglia anch’io. Una voglia folle. Ci baciammo addentrandoci nel french-kiss, mordicchiando ed assaporandoci vicendevolmente. Mi fece rabbrividire, come sempre, quando la sua lingua circumnavigò l’orecchio scendendo nel pericondrio per risalire subito dopo, titillando la cartilagine esterna e invadendo il condotto uditivo. Ne forzava l’accesso, muovendosi come un gasteropode, troppo grosso per la sua chiocciolina.
Sentivo battermi forsennatamente il cuore in petto, ma ancora di più mi pulsava il sangue fra le cosce, nella conchiglia che racchiudeva il seme del piacere. Mi baciava, mi accarezzava ruvidamente e la sua lumaca, in stato pre-orgasmico, m’invischiava il ventre con una scia appiccicosa, trattenendosi a stento. Non potevo fare a meno di strofinare l’anulare e il medio della destra all’interno della vulva che ardeva dalla voglia, inturgidita e pronta ad accogliere il gradito ospite, incorniciata da due labbra tumide. Scendendo nelle profondità della pelvi, lungo le mucose parietali, risalivo in alto fino a raggiungere lo scatenamento dei sensi attraverso la manipolazione del clitoride.

Raggiunsi il primo orgasmo, quando il suo grimaldello convesso si appoggiò, pronto a scardinare la mia serranda, ormai ben lubrificata. Lo avvolsi nelle spire, cercando di soffocarlo nel più coinvolgente degli abbracci.
In gioventù, l’ingresso era reso difficile dalla ristrettezza della mia sinfisi pubica. Stentava a penetrarmi. Imparai a divaricarmi, estendendo verso l’alto l’area X. Ora la strada era completamente asfaltata e su di essa si scatenava la cavalcata delle valchirie. Avvertii, anche quella volta, la pienezza del turgore del frutto. S’era appena affacciato al balcone, massaggiandomi la passera avanti e dietro, quando sobbalzai, riconoscendo in lui un’ingiustificata esitazione. A quel punto, d’abitudine, scendeva fino in fondo, invece si trattenne a prendere una boccata d’aria. Ci fu un attimo di sgomento, una vertigine, un liquefarsi, un correre indietro, uno smontarsi di tutto l’apparato. Mi sforzavo di dilatare, di agevolare, di risucchiare il nerbo che ricordavo ben più solido. Come un fantasma, si dissolveva, si rattrappiva, sfuggiva, divagava, per poi abbattersi, infine, privo d’ogni segno vitale. Con un languido singulto, riversò una piccola pozza sulla mia pancia.

Allibito, illividito, lui mi guardava, costernato e tremebondo. Si vedeva che era ancora assatanato, insoddisfatto, ma anche raggelato dall’accaduto che sapeva d’inatteso, di catastrofico. In definitiva, si rese conto che non poteva più fruire dello strumento di scambievole intrattenimento. Colpevolmente, giaceva inanimato ai suoi e, ahimè, ai miei “piedi”. Tentai di tutto prima di rassegnarmi all’ineluttabile: respirazione bocca a bocca, rinvigorimento manuale, spagnola e congresso del corvo, genuflessioni, preghiere, anatemi. Inutilmente! Il Bastardo rifiutava l’ostacolo. Fallita la rianimazione e accertata la premorienza al coito del soggetto ormai deceduto, cercai di rincuorare il suo padrone, rinviando tutto al prossimo incontro. Fu sempre peggio!

Il poveruomo non aveva più pace ed io, non so se più dispiaciuta che irritata, n’avevo ancor meno. Mi maceravo con rabbia e insoddisfazione. Fu allora che mi dedicai alla ricerca di siti erotici, a sollievo della solitudine. Iniziai a frequentare alcune chat-lines. Finché una sera, sfibrata dal lungo digiunare, accettai la corte di un estemporaneo accompagnatore on line. Dopo un certo scambio d’idee, concertammo di materializzare le nostre presenze.

Ci vedemmo al Roxy Bar, un locale con “privé”. Oscuro, quasi tenebroso, era frequentato da coppie non del tutto equivoche, desiderose di appartarsi, abbastanza pulito, per quanto lo consentisse il via vai delle frequentazioni.
Come ogni uomo/topo che mira a raggiungere la “topa”, risultò essere galante, gentile, corretto, generoso ed io, pian piano, accettai in maniera sempre più disinibita le “avances”, mostrando grande apertura mentale e non solo quella. Dopo qualche frequentazione in diversi appuntamenti, fu tanto accorto che presto diventò un confidente, a cui raccontare tutto, fin quasi a diventare sfrontata con lui. Giunsi a confessare la fragilità del legale connubio. Dichiarai la tenerezza che ancora provavo per chi mi aveva impalmato. Purtroppo, era rimasto solo quel sentimento, ormai, dell’antica esaltazione dei sensi. Gli svelai che, da coniugi, sentivamo reciproca gratitudine per l’affetto sopravvissuto. Tuttavia, passando il tempo, gravava su di me il peso del “piccolo” intralcio, rimasto da accudire gratis et amore dei, senza compenso alcuno, mentre ancora avvertivo nel sangue il tumulto della passione, acuita dall’ansia del prossimo, inevitabile disfacimento. Non concepivo nemmeno, per nulla al mondo, che mio marito subisse un’umiliazione più profonda di quella che già sopportava per la sua debolezza. Un nuovo rapporto “more uxorio” da parte mia sicuramente l’avrebbe distrutto. Dopo un lungo silenzio mi strinse le mani fra le sue. Guardandomi negli occhi, accennò alla possibilità di un suo intervento. Si sarebbe raggiunta la soddisfazione di tutti e tre, senza che l’uno si sentisse amareggiato per la privazione dell’altro, se avessimo stretto un “gentlemens’agreement”. Certo occorreva un po’ di tempo di riflessione, di maturazione, d’accettazione del proprio e dell’altrui stato, ma era sicuro che, trattandosi di condizione irreversibile, sarebbe stata equa l’assunzione condivisa di responsabilità. Riconoscendo con franchezza l’ambito d’azione di ciascuno dei partecipanti, si sarebbe potuto programmare un piano d’intervento. Avrei dovuto parlarne a mio marito, vantando la gentilezza, competenza e discrezione dell’aspirante “frequentatore” per fissare un incontro; magari organizzando una gita, qualcosa che contribuisse alla reciproca conoscenza.

Caro diario, ormai stiamo insieme da cinque mesi e ci amiamo teneramente in tre. Naturalmente io comando… le grandi manovre, in tutto. Sono la regina della situazione! Il mio “bull” mi spupazza come e quando voglio, profondamente, senza ritegno, mentre il mio tenero maritino gozzoviglia a champagne, sturandosi, a mani nude, la “bottiglia” a più non posso. Fuori, a cena, siamo affiatatissimi e col più giovane amante continuo a trastullarmi, ballando, baciandolo e strusciandomi su di lui, mentre il tenero cuckold ci offre da bere, aspettando che giunga la parte di soddisfazione contemplativa.
E tutti vissero felici e contenti! Dirai tu. Così credevo anch’io e mi auguravo che l’idillio durasse in eterno.

Ora, invece, devo raccontarti l’inaspettato seguito.
Mi sentivo felice, padrona di due uomini, anzi di uno e mezzo. Quel mezzo uomo serviva come la quarta parete nel teatro. Il pubblico mi applaudiva e mi osannava, anche se era rappresentato da un solo spettatore, mio marito. Ero la Diva delle soirées e n’ero lusingata. Ne godevo, sia fisicamente, per merito del bull che sgrullava nella mia carne l’albero della felicità, che platonicamente, annegandomi negli occhi di mio marito, unico fruitore del combusto ardore che gli procurava la soddisfazione dei sensi, facendolo sentire meno “solitario”. Era una partecipazione a tre, anche se alla fine lui, il maritino, non era il più soddisfatto, ma io non ne avevo colpa alcuna!

Una sera, eravamo rientrati in fretta e furia tutti e tre dopo esserci surriscaldati nella visione di un film porno in una squallida sala di periferia, frequentata da vecchi impotenti e giovani lattonzoli in fase di svezzamento. A proposito, credo di essere stata l’attrazione della serata. Il mio drudo mi baciava sulla bocca, scollacciandomi e palpandomi il seno, mentre mio marito mi procurava piacere manuale nelle parti intime con una mano e con l’altra si lisciava la spatola. Mi accorsi che un’esperta cortigiana in ultima fila apprezzava molto la nostra esibizione, vista la frequenza con cui gli spettatori delle nostre performances saltabeccavano, alternandosi al suo fianco, come navi che si attraccano alla bettolina per lo scarico delle scorie di navigazione. Uscendo dalla sala, infatti, la gentile signora ci gratificò di un ampio sorriso di simpatia.
Del film vedemmo ben poco, se non le scene salienti di parti anatomiche che s’incastravano in un puzzle di difficile soluzione, accompagnando il tutto con sospiri, soffi e roche grida gutturali. N’avevamo viste abbastanza e volevamo mettere in pratica i suggerimenti ricevuti.

Giorgio, mio marito, aprì la porta e fece gli onori di casa, mentre Matteo, il mio Teo, mi solleticava con battutine sconce.
“Cosa prendi, Teo?…oltre ad Alma…” interloquì Giorgio, sornione. “Sfotti, sfotti…! Solito gin con ghiaccio, grazie” rispose il mio bull. “ Vado a cambiarmi” mi scusai, allontanandomi dai due. Dopo un semicupio approfondito, mi dilungai in bagno, spandendo sul corpo una crema emolliente che dette un latteo splendore alla mia carnagione.
Rinfrescata, tornai di là in vestaglia. I due uomini, sprofondati nelle comode poltrone, uno di fronte all’altro, parlottavano con fare complice. Il lampadario al centro della sala era spento; solo una lampada da tavolo spandeva la luce nel cerchio limitato al ripiano del mobile basso nell’angolo della stanza, riverberandosi sulle pareti tinteggiate di rosa corallo. Entrambi in vestaglia, scambiavano le proprie opinioni a bassa voce, come confessandosi. Evidentemente, avevano già usufruito del bagno degli ospiti, perché sapevano di fresco muschio di quercia.
Teo poggiò il tozzo bicchiere semivuoto sull’antistante ripiano basso e, alzatosi, mi abbracciò teneramente, stampando le labbra sulle mie, per poi scendere sul collo fino allo sterno. Sostò lungamente, percorrendo il seno in tutte le direzioni, ma evitando il punto più delicato, contrariamente al mio desiderio che fosse deliziato subito. S’incarognì, evitando il tocco esiziale. Fremevo d’impazienza. Lasciai cadere la vestaglia, mentre la sua era sventrata dal cuneo che si protendeva estendendosi fino al centro delle mie gambe. “Aah…andiamo…in…camera…!” ebbi la forza di imporre, sostenendomi a lui per evitare che le gambe cedessero. Tremavo tutta, mentre Giorgio apriva la porta per lasciarci passare. Il groviglio michelangiolesco varcò l’uscio. Con la coda dell’occhio mi accorsi che anche lui, mio marito, si toccava, agitando il misero mozzicone che gli era rimasto. Povero angioletto…, così tenero! Mi lasciai cadere sul letto, mentre il serpente boa stritolava la preda. Rabbrividivo dal piacere. Teo m’irretiva i capezzoli, costringendoli ad un doloroso inturgidimento che provocava sussulti incontrollabili nel mio corpo, per riprendere, poi, a scendere sul ventre e fra le cosce. Allora volsi il capo verso Giorgio. Si smanettava, le guance di brace. Gli feci cenno di avvicinarsi. Capì dall’offerta delle mie labbra che volevo essere baciata da lui. Inquieto, timoroso, lui guardò verso Matteo, occupato fra le mie gambe. Si avvicinò al letto, guardingo, a quattro zampe, come un cane desideroso di rubare l’osso al concorrente senza averne il coraggio. Giorgio lo osservava, quasi a chiederne il permesso. Mentre scuoteva il ramo del piacere, Teo sollevò appena lo sguardo. Capì a volo la muta richiesta. Gli fece un cenno d’assenso, mentre strofinava la lingua con veemenza sul clitoride, provocandomi l’intensa sensazione, mista di dolore e piacere. Chiusi gli occhi e lasciai sbrigliare la fantasia. In quei momenti volavo, offrendomi al dolce supplizio.

Sentii una mano che mi sollevava le anche per infilare sotto un cuscino, in modo da rialzare il monte dell’amore. Ci fu un attimo di sospensione in cui immaginai, ad occhi chiusi, che il condottiero prendesse lo slancio per partire, lancia in resta, pronto vincere ogni resistenza e possedermi, quale premio della battaglia. Il letto ondeggiò sotto l’incalzare del predatore che si avvicinava a ghermire l’agnellina. Restavo in trepida attesa, pronta a misurare la febbre del corpo che sentivo ansimare vicino, mentre l’odore di muschio, attraverso le narici, si librava fino al cervello, mettendo ko i collegamenti sinaptici fra i neuroni. La piovra mi afferrò di colpo ricoprendomi con i suoi tentacoli, penetrando nell’intimità più sacra di cui disponevo. La mantide scattò per ingoiare il maschio; non mollava la presa risucchiandolo al suo interno. Non mi controllavo più. Avvinghiata alle spalle, affondavo le unghie sul dorso, nei glutei, strappandogli le mammelle. Ad un certo punto avvertii che qualcosa non andava nel solito verso. Quante mani cincischiavano su quel corpo che tastavo e quante sul mio?

“Aaaah, aaaah!” il roco grido soffocato non era di Teo. Pareva stessero seviziando…un altro! Inquieta, spalancai gli occhi. Mi abbacinò una figura equestre. Mio marito mi penetrava, il capo chino dentro la saliera della mia clavicola. Sbuffava e manovrava a stantuffo nella mia vagina, mentre una figura, si sovrapponeva a lui. Non distinsi chiaramente il viso, nascosto dalle spalle della figura in primo piano. Teo penetrava Giorgio analmente! Mi lasciò stupita e senza fiato, come per un pugno nello stomaco. Sfogava una brutalità che non conoscevo. Sfiatavano entrambi con un rantolo ripetuto e tremendo, assordante, come il ruggito potente di due leoni nella notte africana. Era una battaglia fra loro, mentre io rappresentavo il campo dello scontro, sbattuta sul terreno, come il caravaggesco San Paolo sulla via di Damasco.
Lo stupore si mischiò ad uno strano, nuovo sentimento che non capivo. Mio marito mi penetrava ad ogni colpo che gli giungeva da Teo. Era come se fosse una protesi del cavaliere alato che lo governava. Duro come il ferro, sembrava fosse forgiato come un tempo. Giorgio mi possedeva in forza di Matteo. Un gioco di matriosche: una nell’altra, era mai possibile?

“Almaa…!” esalò Giorgio, schizzando da tutte le parti il seme che Matteo non consentì che si raccogliesse nell’ampolla naturale sottostante, distraendolo da me. L’aveva afferrato per le spalle, scaraventandolo di fianco sul letto, mentre ritraeva l’artiglio con cui gli aveva massacrato le reni. Sovrapponendosi a me, introdusse con violenza la trave che lo precedeva nella cavità che tenevo aperta davanti a lui, per non perdere il frutto saporito dell’orgasmo. Irrefrenabile, lo sentii nel ventre, mentre eruttava lava bollente: due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto volte discese quel liquido infernale, quel nepente, quel nettare divino che mi rese pregna di lui.

Non so quanto tempo restammo incastrati, io in lui e lui in me. Storditi, in asfissia, tutti e tre immobilizzati nelle posizioni raggiunte, eravamo groggy, senza forze, finché Teo svuotò il mio portafiori, rovesciandosi sul letto. Rotolò bocconi, sfiatando con un gran rumore di mantice riattivato, mentre il sangue finalmente rifluiva al mio cervello, in stato d’ipossia per il peso morto che aveva compresso la povera cassa toracica.

Giogio fu il primo a riaversi, sgusciando in bagno, a gambe larghe, per le abluzioni necessarie a lenire la sensazione urticante che l’insolita intrusione aveva provocato alle mucose delle basse vie rettali. Sentii scorrere a lungo l’acqua nel bidet. Rimasi stupefatta e intontita, mentre le lacrime sgorgavano dagli angoli degli occhi senza che me ne rendessi conto.
Avevo fatto di mio marito una checca e del mio amante un finocchio! E di me:…una cloaca di reflui organici. Che ne pensi, caro Diario?

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