Finale spettacolare by esperia [Vietato ai minori]




Stavo facendo colazione, quella domenica verso le otto nel mio appartamento al quarto piano, quando suonarono alla porta.

Non si sa mai chi può essere: da quelli che vendono il giornale Lotta Comunista, ai Testimoni di Geova, ai piazzisti della Folletto, qualche balordo in cerca di grane o un vicino con un problema.

Invece erano i carabinieri.

– È lei il signor Bianchi? – Disse il primo, quello più alto, coi baffi e la giacca, mentre gli altri erano in camicia con le maniche corte, oltre al berretto d’ordinanza. – Le dispiace se entriamo e le facciamo qualche domanda?
– Ah, a quale domanda devo rispondere per prima? E poi, non ho capito il suo nome.
– Maresciallo Gesmundo. Qui le domande le facciamo noi. – Rispose il maresciallo con aria severa. – Le dispiace se diamo un’occhiata in giro in casa sua?
– Avete un mandato? Ho visto abbastanza puntate di Montalbano per sapere che ci vuole un mandato per entrare in casa della gente.
– Nessun mandato. Ma se ne vuole vedere uno la portiamo al comando e la facciamo aspettare tutto il giorno e tutta la notte finché domattina avremo il mandato. Allora? Che facciamo?

Non riuscivo a pensare a nulla di illegale in casa mia a cui i carabinieri potessero essere interessati. Oddio, avevo una copia pirata di Office sul mio Pc e avevo scaricato un paio di video porno via Torrent del genere “anal lesbo”. Magari avrei dovuto pagare dei diritti? Cadaveri nel congelatore non ne avevo visti ultimamente.
– Non siete della Siae, giusto?
– No, siamo del corpo dei carabinieri e non ci interessa se lei ha copiato del software illegalmente.
– E allora potete dirmi che cosa state cercando in casa mia? Qui in questo quartiere della città non capita spesso di avere i carabinieri che ti vogliono perquisire la casa. È tutto tranquillo di solito.
– Si tratta di una investigazione per omicidio. Ha qualcosa da nascondere in casa, per caso?
– No, ma…
– C’è qualche ragione per cui non vuole permetterci di entrare?
– Sicuro che ce l’ho! Che diamine! Abbiamo appena appena lavato il pavimento e dato la cera, guardi le vostre scarpe, come sono infangate! E poi mia moglie dorme e se svegliandosi si trovasse faccia a faccia con degli estranei potrebbe prendersi un bello spavento!
– Senta, Bianchi, non abbiamo tempo per discutere. Si tratta di omicidio. Quindi o ci fa entrare o se la dovrà vedere al comando.
– Se proprio insistete… Almeno cercate di non sporcare troppo in giro.

Ero abbastanza sicuro di non aver niente da nascondere, a parte il porno senza licenza. Mi venne in mente che una volta il figlio di mia sorella, quindici anni prima, aveva divelto un cartello stradale (credo fosse una curva pericolosa) con l’idea di appenderlo su una parete della sua stanza, ma poi, davanti alla ferma opposizione dei suoi, l’aveva abbandonato nella mia cantina e io non me ne ero mai disfatto. Almeno non ricordavo.

I carabinieri era appena entrati in sala quando mia moglie apparve sulla porta della camera da letto avvolta nella sua vestaglia che si teneva chiusa fino al collo.

– Beppe, cosa succede? Cosa ci fanno questi tre carabinieri in casa nostra? È successa una disgrazia? – Chiese allarmata.
– Ah… Liana, questo è il maresciallo Gesmundo, con i suoi due aiutanti. Mi dice che sta investigando su non so che omicidio, così gli ho dato il permesso di cercare in giro. Spero proprio che ora ci chiarisca cosa c’entriamo noi con tutta questa storia.
– Nessun mistero. – chiarì il maresciallo. – L’omicidio è quello del dottor Federico Locatelli, che so che voi conoscevate. L’hanno ucciso stanotte, verso mezzanotte, con diversi colpi di pistola.
– Locatelli!? Possibile?! Ma… Liana, non è il tuo capo?
– Non ci posso credere! – disse mia moglie.
– Maresciallo, non mi stupisce. L’uomo era un gran puttaniere e aveva un debole per le donne sposate. Cercate tra gli innumerevoli mariti che ha reso cornuti e troverete di sicuro il colpevole. – sottolineai senza sentire la minima pena per l’ultimo datore di lavoro di mia moglie.

La mia avrebbe voluto essere una battuta, ma nessuno rise. Anzi, mia moglie era pallida come uno straccio e mi parve di vederle anche gli occhi lucidi.
Il maresciallo Gesmundo mi scrutava attentamente, cercando di interpretare ogni mia espressione. Il silenzio era rotto solo da qualche occasionale singhiozzo di mia moglie.

Alla fine sbottò:
– Signora, da quanto tempo porta avanti questa relazione con il dottor Locatelli?
– Ehh? Ahhh! No, no. Quale relazione… Non è niente, davvero, più che altro degli incontri occasionali non pianificati… Senza importanza… Non creda che ci sia del sentimento tra di noi: lo facciamo solo per allentare la tensione o per rilassarci dopo una riunione di lavoro. Abbiamo cominciato più o meno sei mesi fa. Non sono certo innamorata di lui, mi creda! E non sono stata io a sparargli, non ne sarei mai capace!
– Non sto insinuando niente del genere, signora. Sto solo cercando di farmi un’idea sulla base dei fatti. E come ha reagito sua marito all’apprendere di questo suo… come chiamarlo… Hobby? Ha manifestato gelosia? Rabbia? Propositi di vendetta, magari?
– Beppe non ne sapeva niente fino a un minuto fa maresciallo! Non ne aveva idea, era all’oscuro di tutto! Ma se anche l’avesse saputo non sarebbe mai stato capace di sparare a qualcuno, ne sono sicura.
– E lei, Bianchi, come risponde alla stessa domanda?
– Loro due sono andati a letto per la prima volta il cinque dello scorso settembre, subito dopo la cena aziendale con quel grosso cliente. – risposi calmo – Avrei dovuto esserci anch’io, mi avevano invitato perché il loro cliente sarebbe venuto con la moglie, ma a San Siro c’era il derby in notturna e non potevo certo perdermi la partita del Milan. Questo Locatelli s’è offerto di accompagnarla e se l’è trombata nel parcheggio sotto casa sul sedile posteriore del suo Suv. Io non me la sono presa perché abbiamo una specie di tacito accordo che prevede di essere liberi di avere incontri sessuali con chi vogliamo, quando vogliamo e tutte le volte che vogliamo. Quella era una cosa tra loro e non vedo perché avrei dovuto interessarmene.

Liana spalancò tanto d’occhi e a un certo punto temetti che la mascella inferiore le cadesse per terra.

– Com’è che questa è la prima volta che sento di questo accordo? Io non ne sapevo niente, non me ne hai mai parlato. – Il tono di voce si stava alzando e assunse una nota di indignazione.
– Ovvio. Si trattava di un “tacito” accordo. Se ne avessimo parlato non sarebbe stato più “tacito”, ti pare? Sarebbe stato un accordo verbale. E se lo avessimo messo per iscritto sarebbe diventato un accordo scritto. O addirittura notarile se l’avessimo firmato in presenza di un notaio. Ma, no. Il nostro era solo tacito.
– Ah, grazie tante! E io che mi sono dannata l’anima per tenere tutto nascosto. Guarda, d’ora in avanti niente più accordi “taciti” tra noi. Ne parliamo alla luce del sole e, anzi, mettiamo tutto per iscritto. Ma guarda un po’, quasi entravo in depressione per il senso di colpa…

Il maresciallo intervenne in quel momento:
– Devo ammettere che queste non sono certo le risposte che mi aspettavo. La situazione si sta complicando, vedo.

Estrasse un piccolo registratore mp3 dal taschino e lo pose sul tavolo, accendendolo.
– Vi avverto che da ora in avanti registrerò tutto ciò che direte. Dunque, signora: questo Locatelli è stato il suo unico amante?
– Ovviamente, ma per chi mi ha presa? Non so con che coraggio mi possa fare simili domande!
– E lei, signor Bianchi, ha mai approfittato di questo… ehm… “tacito accordo”?
– Ma scherziamo? – mia moglie rispose al posto mio – Mio marito è un uomo onesto, innamorato e fedele!
– No, Bianchi, è da lei che voglio una risposta. – Insistette il maresciallo.
– Liana si scopa anche il suo collega Guglielmi. Ha cominciato in maggio. Un po’ meno frequentemente, devo dire, ma lo fa. Anzi, deve sentirla raccontare alle sue amiche quanto sia bravo quest’uomo a leccarle la passera. A parte questi due è fedele come un cane pastore. – Il mio tono era calmo, anche se Liana quasi fu al punto di strangolarsi in un accesso di tosse.
– Devo dire che sono ammirato dalla sua calma e dalla sua mancanza di emozioni. E anche sorpreso dalla quantità di informazioni di cui dispone. – disse il maresciallo – Non tutti gli uomini affronterebbero queste situazioni con la sua serenità. Anzi, c’è chi uccide per molto meno.
– Come ripeto, abbiamo un accordo. E anch’io mi do da fare: non rimango certo in casa ad aspettarla.

A quel punto mia moglie sembrava sull’orlo di un colpo apoplettico. Aveva smesso di singhiozzare e mi guardava sbalordita con gli occhi che le schizzavano fuori dalle orbite.

– Sta dicendo che anche lei ha un’amante, Bianchi? – domandò il maresciallo. – Mi pare di capire che sua moglie non ne fosse affatto al corrente… E chi è questa signora e da quanto tempo va avanti la storia?
– Ah, maresciallo, vedo che lei capisce al volo: non c’è da stupirsi che l’abbiano promossa a maresciallo così giovane. Ho cominciato a scoparmi la signora Besozzi, la moglie di Locatelli, il sette settembre, due giorni dopo che i nostri rispettivi consorti consumassero la loro relazione adulterina. E da allora tutti i giorni, tranne i fine settimana, ci vediamo. Come le piace il cazzo a quella cicciottella…! Non ne ha mai abbastanza!
– Come!? Se la faceva con la vedova della vittima? Ma, Ma… Tutti i giorni della settimana, poi!? Com’è possibile! L’ho intervistata personalmente stanotte dopo l’omicidio e non mi ha certo parlato di lei né tanto meno di relazioni extraconiugali. Non mi starà raccontando delle balle, Bianchi? O si sta confondendo con qualcun altra?

Intanto mia moglie era senza parole, completamente frastornata. Per via dello shock si era dimenticata di tenere chiusa la vestaglia che infatti le si apriva sul petto, rivelando così che non portava camicia da notte né nessun altro indumento sotto e che, anzi, se le si fosse aperta appena un paio di centimetri in più il capezzolo sinistro avrebbe fatto capolino.
– Be’, maresciallo se volesse sentirla gridare il mio nome le consiglio di nascondersi nell’armadio la prossima volta che la signora verrà a trovarmi. Non c’è verso di convincerla ad abbassare la voce. E le assicuro che non c’è nessuno sbaglio. Non sono più giovanissimo, ma riesco ancora a ricordarmi delle donne che mi trombo, maresciallo, le assicuro.
– Donne? Ha detto donne, al plurale? Vuol dire che intrattiene relazioni anche con altre?
– Ora che me lo chiede, devo ammettere che mi sbatto anche Lorena Villa, la moglie di questo Guglielmi, il collega di mia moglie. Tutti i week end, da maggio, da quando mia moglie si è fatta trombare da suo marito la prima volta. Deve vedere come me lo succhia! Sembra un aspirapolvere! Una professionista!

Mia moglie appariva stravolta. Rannicchiata in un angolo del divano, tutte le sue certezze messe in discussione, il suo mondo che le crollava addosso. Si rendeva conto con sbalordimento di non aver capito nulla di me, della sua famiglia, delle sue trasgressioni fino a quel momento. E questo la lasciava come tramortita.

– Bianchi, senta. – Incalzò il maresciallo Gesmundo – Lei si rende conto di star intrattenendo relazioni sessuali con le mogli dei due amanti di sua moglie? Non mi dirà che è una coincidenza, no? Perché non ci crederò neanche per un minuto.
– Maresciallo, non tocca a me suggerirle cosa credere e cosa non credere. Ho incontrato queste due signore quando le ho messe al corrente delle attività dei loro mariti con mia moglie e poi, sa, da cosa nasce cosa. Credo che abbiano pensato che un modo per vendicarsi fosse di venire a letto con me. E io ho pensato lo stesso, anzi, che una vendetta ancora più dolce sarebbe stata quella di essere meglio dei loro mariti. E così ho cercato di
essere. – Risposi compiaciuto. – Ma certo non finisce qui.
– Come? Cosa vuol dire? Che ha ammazzato il Locatelli? Non le bastava andare a letto con la Besozzi tutti i giorni della settimana, doveva proprio vendicarsi nel sangue?
– La risposta è un energico “no” a entrambe le domande. E per quanto riguarda la vendetta presto capirà cosa intendo.
– In che senso la sua risposta è no? Che non ha ammazzato il Locatelli? O che non l’ha ammazzato per vendetta?
– La mia risposta è “sì” a entrambe le domande.

Il maresciallo parve frustrato e borbottò qualcosa come se ricordasse a sé stesso di farmi solo una domanda per volta.
In quel momento si avvicinò uno dei due carabinieri, che nel frattempo si erano dati da fare a setacciare casa mia, con una pistola in una busta di plastica.

– Maresciallo, abbiamo trovato questa nel cassetto del comodino. Che faccio, la metto tra le prove?
– Certamente, ottimo lavoro Esposito. Una Beretta modello 76 calibro 22. Mandala subito al laboratorio che rilevino le impronte digitali.

Il carabiniere uscì dalla cucina con la busta con la pistola in una mano e uno dei miei biscottini della colazione nell’altra.

– Be’, finalmente qualcosa torna in questa storia. Il Locatelli è stato ucciso, guarda che combinazione, proprio da una Beretta calibro 22. Credo proprio che sia il modello 76, anche. Mi spieghi un po’, Bianchi, com’è che lei ne possiede una?
– La verità che ne ho vista una in casa del Guglielmi, che l’aveva lasciata sul comò, mentre sua moglie mi faceva un pompino. Ho cominciato a preoccuparmi. E se, colto dalla rabbia per la gelosia che mi trombassi sua moglie, fosse venuto a cercarmi armato per farmi fuori? Lei capisce che non tutti i mariti sono comprensivi come me. Così ho chiesto a un cugino che è nell’Esercito di consigliarmene una. Io ho il porto d’armi perché occasionalmente, per lavoro, devo trasportare grosse somme di denaro. Fino a quel momento non avevo mai avuto una pistola, ma a quel punto l’ho comprata e l’ho regolarmente registrata.
– Vabbe’, le solite scuse. Ma qui abbiamo il movente e abbiamo l’arma. Manca solo l’opportunità. Dov’era questa notte? Mi immagino che ora mi dirà che era a letto con sua moglie, vero?
– Per la verità sono stato tra le cosce della signora Villa, la moglie di Guglielmi, per buona parte della notte. L’ho lasciata alle undici e dodici minuti e sono tornato direttamente a casa, da mia moglie che dormiva. Non sono sicuro che la signora Villa potrà confermare quanto le sto dicendo perché quando me ne sono andato dormiva, completamente ubriaca.
– Ma guarda che combinazione! – Osservò sarcastico il maresciallo. – Lei è capace di ricostruire esattamente l’ora in cui se n’è andato, ma sia sua moglie che la signora Villa non possono confermare perché entrambe addormentate. Sù, Bianchi, mi faccia divertire: come mai ricorda con tanta precisione l’ora in cui ha lasciato la casa del Guglielmi?
– Perché il Guglielmi ha chiamato la moglie, mentre l’avevo messa alla pecorina, alle dieci e dodici dicendo di essere appena atterrato alla Malpensa. Sapevo che, anche nelle condizioni di traffico più favorevoli, ci avrebbe messo un’ora per tornare a casa. Così controllavo continuamente l’orologio per essere sicuro di andarmene entro le undici e dodici. E infatti ho incrociato la sua macchina mentre me ne stavo andando a un paio di semafori di distanza da casa sua. La moglie s’era ubriacata perché le avevo proposto un coito anale, una cosa che amavo molto perché mia moglie non me lo permette e nemmeno la Villa lo consente a suo marito. Così mi gustavo la sensazione di rivincita sui divieti di mia moglie e di superiorità sul marito della mia amante. Ma la signora era ancora esitante su questa cosa, sia per la vergogna che per quel poco di dolore che ancora provava. Quindi, per darsi coraggio, ci aveva dato dentro forte col limoncello e aveva quasi terminato la bottiglia.
– Anche se fosse vero che lei se ne sia andato alle undici e dodici, avrebbe avuto tutto il tempo per andare a casa del Locatelli e ammazzarlo a pistolettate appena avesse aperto la porta. Quindi, Bianchi, ti dichiaro in arresto per l’omicidio di Federico Locatelli. – Dichiarò il maresciallo passando al “tu” come si fa con i criminali e estraendo le manette.

Mi stava assicurando le manette ai polsi dietro la schiena quando squillò il suo cellulare. Chiese a uno degli appuntati di non perdermi d’occhio e si allontanò qualche passo per rispondere. Rimase al telefono, livido, quasi per dieci minuti. Non potevo ascoltare ciò che diceva, ma vedevo che quasi non parlava, solo qualche occasionale “come?”, “quando?”, “dove?” o almeno questo era ciò che deducevo da labiale.

Quando chiuse la comunicazione e tornò verso di me la sua espressione infuriata mi disse tutto.
– Lei è un gran bastardo, Bianchi. – sibilò mentre mi toglieva le manette. – Il maresciallo Romeo ha ottenuto una confessione completa dal Guglielmi. Dice che è tornato a casa e ha trovato la moglie devastantemente ubriaca e addormentata a letto, nuda, bocconi, con due cuscini sotto il bacino a tenerle sollevato il culo. Gambe e chiappe oscenamente aperte ed esposte e sperma che le colava da entrambi gli orifizi. E accanto al letto il portafoglio del Locatelli, con tanto di carta d’identità e patente! È andato su tutte le furie, ha preso la pistola, ha raggiunto la casa del Locatelli e gli ha piantato due pallottole nel petto appena questi ha aperto la porta. In un primo tempo ha cercato di negare ma alla fine ha confessato tutto a fronte delle domande incalzanti del mio collega.

Mi guardò con evidente antipatia.
– Bianchi, lei ha qualche ipotesi su come il portafoglio del Locatelli si trovasse accanto al letto della signora Villa?
– Assolutamente no, maresciallo. Locatelli era molto sbadato, mi ricordo di aver visto il suo portafogli diverse volte dimenticato sul comodino mentre mi trombavo sua moglie, ma come sia finito accanto al letto della moglie di Guglielmi è un vero mistero per me. Come abbia fatto lui, o qualcun altro, a lasciarlo lì proprio quella sera non saprei proprio dire.
– Quindi, ricapitolando. Uno degli amanti di sua moglie ora andrà in prigione per un lunghissimo tempo per aver ammazzato l’altro. E in tutto questo tempo lei si scopava le loro mogli assai di più di quanto loro si scopassero la sua. Ora sua moglie è rannicchiata lì, sul divano, completamente distrutta. Come chiamerebbe tutto questo, Bianchi?
– Un finale spettacolare!

 

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Lusinga e supplizio by Idraulico1999 [Sentimentale]




L’avvenente e deliziosa ragazza bruna alquanto prosperosa si guarda intorno entusiasta e soddisfatta d’aver finalmente raggiunto e ottenuto dopo dieci lunghi mesi quello che ambiva e mirava più di tutto. Il suo elegante salotto è realmente come lei aveva indiscutibilmente creduto e immaginato, le luci sono basse e soffuse, i colori, i toni e le sfumature dell’arredamento sono luminosi e vanno dal marrone chiaro al bianco, poiché quello è senza alcun dubbio l’appartamento d’un uomo di fama, di rinomanza, d’indiscusso e d’inoppugnabile successo.

Orietta attualmente si concentra sul meraviglioso e smisurato divano bianco, visto che era appunto come se lo immaginava quando si palpava energicamente tre volte al giorno, fantasticando e rimuginando su quello splendido ultra- quarantaquattrenne dagli occhi astuti, scaltri e sottintesi, che desidera e che vuole intensamente con ogni singola cellula del proprio corpo. Lorenzo ha quindici anni più di Orietta, e lei non si è mai sentita così attratta né tentata da un ragazzo come da quello splendido uomo che potrebbe essere suo padre, ciononostante nella concretezza e nel realismo non lo è per nulla. Un concetto su cui hanno dibattuto e discusso parecchie volte, però alla fine l’ha avuta vinta lei, eppure in questo momento brindano a questa serata con un ottimo vino bianco d’annata e poi si siedono sul divano:

“Eccoci qua, finalmente, mi sembra un sogno. Lo sai che questa sera sei particolarmente accattivante, io direi più stuzzicante del solito?” – ribadisce lui, avvalorando quel concetto e sorridendole molto gratificato.

Tutti e due ridono a fior di labbra reciprocamente, nel momento in cui lei lo ringrazia timorosamente, quasi garbatamente, visto che poi si scrutano in silenzio e senz’interruzione, aspettando in conclusione che uno dei due faccia furbescamente e sottilmente la prima mossa. Alla fine lei cede e dopo aver appoggiato i due calici sul tavolino s’avvicina per baciarlo, lui in quel delizioso frangente si ferma a due centimetri dalle sue labbra per studiarne e per approfondirne la sua meticolosa espressione, visto che è quella d’un uomo che sta per commettere l’abbaglio, ovvero l’errore più dolce e persino più amabile e seducente della propria esistenza, perché Lorenzo a quel punto la bacia.

E’ il loro primo bacio, eppure è così disinvolto, naturale e ovvio, aggiungerei brioso, spedito e spigliato, dato che appare che si siano già baciati da diverso tempo. L’eccitazione e l’impulso esplode, sbotta prorompendo come un vulcano che erutta all’improvviso, lei si siede su di lui sbottonandogli frettolosamente la camicia azzurra. Si spogliano senza che le loro labbra si stacchino neanche per un istante, si svestono a vicenda e ognuno ammira e venera il corpo dell’altro, cercandosi ed esplorandosi con le labbra e con le mani. Orietta adesso geme di piacere, mentre lui l’accarezza abilmente da navigato e pratico uomo qual è nel suo punto più intimo, infine la guarda per leggere sul suo interessante e splendido viso ogni singola espressione di piacere che si manifesta. Quando lei sta per venire riesce a controllarsi, giacché si libera dolcemente e gradualmente da quel contatto che brucia più del fuoco e s’inginocchia per contraccambiare con le proprie labbra carnose il piacere che lui le ha appena dato.

Lei lo piglia in bocca passandogli la lingua lungo tutta la lunghezza per poi succhiarne la punta così come farebbe con un gelato, adesso spetta a lui gemere, nel tempo in cui quell’aggraziata e incantevole ventinovenne focosa, irruente e veemente, gli confeziona il pompino più arroventato, perfetto ed eccezionale che gli sia mai stato eseguito. Poi smette di torturarlo con la bocca e si rialza, lui le ammira le curve generose e ineguagliabili, successivamente l’afferra per la vita sottile facendola sedere su di sé, alla fine la penetra con un colpo deciso però allo stesso tempo delicato, visto che le strappa un altro interminabile gemito.

Lei è bollente, l’unione dei loro corpi è spettacolare e vistosa, dato che sembra come se fossero due pezzi d’un mosaico che s’incastrano inserendosi alla perfezione. Orietta si muove abilmente e accortamente facendo impazzire entrambi di piacere, lui lascia che sia lei a tenere il ritmo, dopo con un’azione bestiale e impulsiva la fa cadere sul morbido tappeto di pelliccia e si sdraia sopra di lei, dato che nel frattempo affagotta di proposito le sue terga con le gambe. I suoi colpi sono appassionati, calorosi e profondi, sempre più decisi, giacché conducono velocemente entrambi a un orgasmo esplosivo e sensazionale, alla fine si baciano e iniziano a sorridere entrambi come due spensierati ragazzini:

“Hai visto? Alla fine non è stato poi così pauroso né terribile, non trovi? Tu sei ancora bello vivo e dinamico capo?” – gli domanda lei dandogli corda e sollecitandolo ulteriormente.

Lui ironizza e sorride ancora di più, sentendosi chiamare e definire in questa maniera, poi da ultimo in modo animoso ribatte:

“Già, mia cara Orietta. E’ stato davvero meraviglioso, perché di questo andare m’hai fatto veramente impazzire piccola, sei un genuino portento, un vero spettacolo”.

Ambedue si baciano ancora sedendosi sul divano naturalmente nudi per fumarsi una sigaretta, mentre si studiano valutandosi a vicenda sorridendo in silenzio. Lei ancora non ci crede che sia successo, eppure anche lui è sconcertato, strabiliato e stupito da sé stesso.

Lui ha cercato di mantenersi e di resisterle più che poteva, però la bellezza e la sua dolcezza l’hanno conquistato, invaso, sommerso e infine ha ceduto. Nessuno dei due ha sennonché dimenticato che lui è il capo e lei la segretaria assunta da dieci mesi nel suo studio. Questa, malgrado ciò, è la notte delle disubbidienze e delle inosservanze, dal momento che Orietta non perde tempo e appena anche lui spegne la sigaretta, entrambi sono assaliti da un’altra energica e selvaggia ondata di desiderio e si consumano di nuovo l’uno dentro l’altra, come se i momenti bollenti e infuocati di prima non ci fossero stati.

Il sesso fra loro è semplicemente incredibile, sbalorditivo e sorprendente, giacché passano l’intera nottata a farlo, carichi e rafforzati all’inverosimile da tanta energia immagazzinata nel corpo e in special modo anelata dalla mente, concedendosi pienamente senza badare né rimuginare né scervellarsi delle conseguenze o a che cosa succederà e che cosa subentrerà il giorno dopo, quando i loro sguardi s’incroceranno e s’accavalleranno per tutto il tempo al lavoro.

Una ragione però è certa, innegabile e per di più schiacciante: l’attrazione, la lusinga e il richiamo sono come una fiamma che brucia, consuma e infiamma, in quanto niente e nessuno può placare né rabbonire né spegnere. Al cuore non si comanda.

{Idraulico anno 1999}

 

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Antonio, la madre e la sorella by Pensieri Osceni [Vietato ai minori]




ANTONIO SI SCOPA LA MADRE E LA SORELLA!

Sono Antonio, ho 25 anni. Studio all’università e per farlo, 5 anni fa, sono dovuto partire dalla mia cittadina e spostarmi nella città dove frequento gli studi, che dista un 150 km da casa.
Lì, a casa, mi aspettano mamma Agata, che è una bella signora di 50 anni, simpatica, alta e procace, e mia sorella Maria che ha 17 anni e frequenta il 4° anno del liceo scientifico.
Mia madre lavora come segretaria in una azienda che produce materiali in alluminio, si è separata da mio padre quando io avevo 13 anni e Maria era una bambina di appena 5.
Lei ci ha cresciuti tirandoci su bene, senza viziarci e senza permettere ai tanti parenti di farlo.
Essendo stati abbandonati così presto da nostro padre io e Maria siamo cresciuti molto uniti. Un essere uniti un po’ strano però il nostro, perché non intendo significare che si sia andati d’amore e d’accordo ma bensì il contrario, e cioè che ci siamo trattati come cani e gatto, e anche adesso che siamo grandi le cose non sono cambiate. Quindi per ”essere cresciuti molto uniti” intendo che ci siamo sempre ‘fatti a pezzi’. Però guai a tenerci lontani e guai se qualcuno dava fastidio ad uno di noi due, in quel caso l’altro accorreva subito in suo aiuto, per poi però riprendere a fare guerra alla prima occasione.
Un pretesto che ho sempre usato per divertirmi a fare intossicare di rabbia mia sorella è stato quello del suo aspetto fisico. Godevo come un matto a prenderla in giro perché da piccola era cicciottella, la chiamavo con vera esagerazione: ‘palla di lardo’ ed in altri modi altrettanto ignobili, oppure ‘scrofa’, ‘obesa’ e via dicendo. Insomma non perdevamo occasione per punzecchiarci, litigare e ringhiarci l’un l’altra proprio come se fossimo cane e gatto.
Nonostante io fossi più grande di lei di otto anni (che sono tantissimi quando si è ragazzi) non mi sono mai dimostrato più maturo e non ho mai lasciato correre, anche se sia nostra madre che altri adulti mi ripetevano di avere più pazienza perché lei era più piccola e il più delle volte mi invitavano a lasciare andare. Io invece non solo non sorvolavo quando lei era in vena di cercare la lite ma addirittura ero io stesso a stuzzicarla, perché ci godevo a vederla arrabbiarsi, disperarsi e piagnucolare.
Bene, Maria naturalmente col tempo si è sviluppata e il corpo si è sfilato e slanciato, le curve si sono mantenute morbide e le sono cresciute un bel paio di tette (porta una terza abbondante) ed ha anche il culo bello sodo. Oltre a studiare va a pallavolo e gli allenamenti hanno contribuito a plasmarle un fisico mozzafiato che la rende la gnocca più desiderata e seguita della sua classe, anche se devo dire che ho visto altre due sue compagne che reggono bene il confronto con lei.
Nonostante sia da tutti considerata una ragazza dal cuore d’oro, dolce, simpatica e molto socievole io le rimarco sempre quanto sia odiosa, stronza, immatura ed insignificante. Adesso che siamo grandi evitiamo di mostrare in pubblico quanto andiamo in disaccordo però quando siamo a casa è un continuo litigare e disprezzarci, e nostra madre ci mette del suo, un po’ cercando di fare da paciere ma un po’ anche inserendosi nei nostri litigi e mettendosi dalla parte di uno di noi, non facendo che aumentare il rancore nell’altro.
Io, dall’età di 11/12 anni, con lo sviluppo puberale ho iniziato a sfogare questo rancore chiudendomi in bagno o nascondendomi in un angolo della casa e tirandomi delle seghe rabbiose.
Ricordo ancora la prima volta. Avevo preso un sonoro ceffone da nostra madre perché avevo così preso in giro mia sorella sul suo essere cicciona e goffa da farla mettere a piangere, le ho poi fatto il verso dicendole che grugniva anche come un maiale.
Nostra madre quella sera era particolarmente nervosa perché dopo tante insistenze un collega di lavoro, un suo corteggiatore, l’aveva convinta a portarla fuori a cena e lei, tutta agitata, girava per le stanze cambiandosi al volo perché aveva fatto tardi al lavoro restando imbottigliata nel traffico.
Quando è arrivata da me a darmi lo schiaffo (che mi ha fatto letteralmente girare la faccia) si stava mettendo la camicetta e indossava solo il reggiseno a coprirle la parte sopra. L’ho vista arrivare con la mano protesa ma non mi sono riparato perché sono rimasto incantato nel vedere le sue tette belle prosperose così in mostra ballare oscenamente.
Ecco da chi ha preso mia sorella nell’avere due poppe da far girare la testa. Nostra madre è una bella donna, una procace Milf molto desiderabile anche adesso, che ai tempi di quel ceffone aveva sì e no quarant’anni ed era (come anche adesso con dieci in più) un bel pezzo di femmina lasciata troppo presto dal marito.
Appena rifilatomi quello schiaffone si è messa le mani sul petto a coprirsi le tette mentre la camicetta completamente aperta le volteggiava alle spalle. Aveva un’espressione sconcertata quanto me, forse si era resa conto solo dopo di cosa aveva fatto; uscire con quel collega l’aveva innervosita parecchio. Io intanto ero rosso sia dalla umiliazione subita che per l’imbarazzo e l’incredulità di trovarmela mezza nuda e con due tette quasi sbattute in faccia, e sono corso in camera mia fumante di rabbia. Mi sono rannicchiato in un angolo scoprendomi un’erezione che montava tra le gambe e con quella stessa rabbia (mischiata all’eccitazione per la scena appena vista) ho preso a smanettarmi immaginando di sborrare furiosamente su quelle tette grosse e morbide.
Tra me e me la etichettavo come troia, puttana e pompinara (era solo la rabbia per il ceffone a farmi uscire quelle parole, in realtà lei non aveva mai dato adito a quelle situazioni e dopo l’uscita di scena di nostro padre non si era concessa nessun flirt con nessuno) poi all’immaginare che quelle tette erano le stesse mordicchiate e ciucciate da me e mia sorella quando ci allattava sono venuto nei pantaloni ed immediatamente agli sbuffi rabbiosi si è sostituito un profondo senso di vergogna che però durava sempre poco. Infatti da allora un morboso, insano e scabroso sentimento di odio/amore che sguazzava nel desiderio incestuoso si è impossessato di me, diretto verso mia madre e poi verso mia sorella che vedevo crescere e diventare prima una bella ragazzina poi una vera gnocca degna della madre.
Questo sentimento depravato l’ho nutrito costantemente grazie all’atmosfera che ha regnato in casa, specie da quell’episodio.
Posso onestamente dire che l’ambiente di casa è stato l’humus ottimale in cui ho coltivato questa perversione. Una perversione non soltanto mia, visto come si sono poi evolute le cose.

CONTINUA
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