La coinquilina – storia di una studentessa universitaria by Drew [Vietato ai minori]




La coinquilina – storia di una studentessa universitaria di Drew New!

Note dell’autore:

Torno a scrivere dopo oltre 1 anno e mezzo di stop. Lo faccio con un racconto diverso per molti aspetti dai miei racconti precedenti, ma non per questo così lontano. Buona lettura.

Sono le 18 passate di un venerdì come tanti altri. Lo scricchiolio dei miei passi rompe il silenzio che regnava nei corridoi semi deserti dell’università. L’estate si sta avvicinando e con essa il caldo che ogni anno svuota inesorabilmente quelle aule, solo qualche settimana prima tanto affollate. Con gli esami che si avvicinano dovrebbe esserci molta più gente a studiare, eppure la biblioteca era rimasta mezza vuota per tutta la giornata ed ora mi sembra di essere l’unica superstite a vagare in quei corridoi spogli, come in una sorta di scenario da film dell’orrore. Camminando intravedo una coppia di studenti scambiarsi effusioni in una grande aula deserta, almeno non sono sola, penso io, seppur dentro di me sento salire un sentimento di invidia verso quei due sconosciuti. Quella coppia in tenera intimità fa vagare il mio pensiero su Giacomo. Io e Giacomo ci eravamo conosciuti 5 anni prima, entrambi frequentavamo lo stesso liceo nel nostro paese in Abruzzo. Pur frequentando classi diverse, in una cittadina di modeste dimensioni come la nostra non fu difficile conoscersi attraverso amicizie comuni. Ricordo che fin dalla prima volta che lo vidi mi sentii attratta da lui, come una quindicenne può essere attratta da un suo coetaneo. Superata la timidezza, arrivarono i primi baci scambiati su quelle panchine ombrose ai margini del lungomare. Fu lui a chiedermi se volessi diventare la sua ragazza, fu un momento magico per me che diede inizio la mia prima e, quella che pensavo, sarebbe stata l’unica storia d’amore della mia vita. Gli anni del liceo passarono in fretta in compagnia di Giacomo, arrivarono i fatidici 18 e poi la maturità. Crescendo la nostra relazione era maturata con noi, eravamo ormai una coppia consolidata e inseparabile, come dicevano anche i nostri amici. Tuttavia quando venne il momento di scegliere cosa fare dopo il liceo iniziarono i problemi: io ero determinata a continuare i miei studi a Roma, anche Giacomo sarebbe venuto con me, se non avesse vinto una borsa di studio alla Bocconi di Milano. Fu un duro colpo per me. Lui mi disse che sarebbe stato disposto a rinunciare ma io non volli metterlo in condizione di farlo, neanche a dire che potessi cambiare i miei progetti per andare a studiare a Milano, visto che avevo già superato il test d’ingresso e pagato l’iscrizione.
Il trasferimento da un piccolo centro tra mare e montagne ad una grande città come Roma fu traumatico per molti aspetti, inoltre soffrivo molto la lontananza dal mio ragazzo. I primi tempi furono davvero duri: senza amici, immersa nel caos della città, nella frenetica routine delle lezioni universitarie, per fortuna mi sentivo spesso con Giacomo, convinta che la distanza non sarebbe stata in grado di distruggere il nostro amore. Non ci volle molto però per farmi ricredere. Col passare delle settimane Giacomo cominciò a farsi sentire sempre meno, mi parlava dei suoi molti impegni con l’università, degli amici, delle feste, io invece ero sempre più depressa, faticavo a farmi degli amici al di fuori di pochi compagni di corso e uscivo raramente. Come se non bastasse anche la voglia di studiare e tutte le mie sicurezze stavano andando in frantumi. Nei mesi successivi per mancanza di tempo e di soldi non riuscimmo a vederci molto, se non in pochissime occasioni e quando entrambi tornammo in Abruzzo per le feste. Cominciai a pensare che se fossi andata bene avrei potuto chiedere il trasferimento per l’università di Milano, così mi dedicai allo studio, riuscendo a superare gli esami della sessione invernale con ottimi risultati, motivata da questa nuova prospettiva. Tuttavia il nostro rapporto divenne sempre più freddo e l’arrivo della primavera non bastò a riscaldarlo. Ricordo ancora quel pomeriggio, quando il mio telefono squillò, era Giacomo, non ci sentivamo da qualche giorno, quindi appena lessi il suo nome sullo schermo risposi in un impeto di gioia. Gli dissi quanto mi mancasse e quanto ero contenta che di sentire la sua voce, ma lui andò inesorabilmente dritto al punto: Giacomo mi stava lasciando. Già, dopo oltre 4 anni insieme il mio primo e unico ragazzo, quello con cui tante volte avevo fantasticato di sposarmi e di andare a vivere insieme mi aveva lasciata, per telefono:
– …non ti amo più.. sono stufo di tutti i tuoi malumori, delle tue ansie, ho vent’anni e voglio vivere la mia vita.. ho cercato di starti vicino ma non ci riesco.. scusami Ludovica, perdonami.. –
Lo stridio dei freni dell’autobus mi riporta di colpo alla realtà. Salgo sul mezzo e mi siedo in uno dei posti più vicini all’uscita, osservando dal vetro scarabocchiato la mia facoltà allontanarsi nel frastuono del motore che riprende a girare. Anche l’autobus è quasi vuoto, fatta eccezione per un gruppetto di ragazzini nei sedili posteriori. Presto mi accorgo che mi stanno fissando, facendo qualche battutina, ridacchiando e scambiandosi occhiate maliziose. Indosso una camicetta, un paio di jeans e sandali ai piedi, sono spettinata e struccata, stanca dopo una giornata passata sui libri, ma quei piccoli pervertiti brufolosi mi guardano come fossi una pornostar mezza nuda. Odio sentirmi osservata ma ormai sono abbastanza abituata a questo ed altro, in questa cazzo di città una ragazza non può mai starsene tranquilla senza ricevere occhiatine e apprezzamenti non troppo impliciti. Cerco di ignorarli, come al solito. Prendo il cellulare e comincio a vagare sui social per distrarmi. Tra foto di drink, serate e giornate al mare, sembra che tutti quanti vogliano sbattermi in faccia quanto le loro vite siano più entusiasmanti e soddisfacenti della mia. Per caso mi imbatto in una foto di Giacomo con la sua nuova fiamma, una biondina del cazzo figlia di papà. Eh sì, perché quel bastardo del mio ex non aveva perso tempo, già dopo qualche settimana da quella telefonata maledetta aveva cominciato a postare foto di serate, feste e ragazze. Se la spassa alla grande, senza neanche avere la decenza di evitare di spiattellare tutte le sue conquiste alla mia portata, sembra che lo faccia apposta. Dopo tutte le lacrime che ho versato per lui, ogni ragazza con cui lo vedo in foto, ogni troietta che immagino scoparsi quello che era stato il mio ragazzo mi fa soffrire tremendamente. Tante volte avevo detto a me stessa di smettere di sbirciare i suoi social, di fregarmene di lui, di uscire, andare a divertirmi, conoscere nuovi ragazzi, ma niente. Forse non riesco a farmene una ragione che la nostra storia sia finita, forse penso che lui tenga ancora a me, forse sono solo una stupida sognatrice. La verità è che vorrei vivere la mia vita, ma sto ancora male, non riesco a fare a meno di pensare a lui e sinceramente, inutile mentire a me stessa: sono la classica brava ragazza acqua e sapone che crede ancora nell’amore e per quanto vorrei comportarmi come lui, anche solo per ripagarlo con la stessa moneta, per dirgli “guardami stronzo!” so bene di non esserne capace. Squilla il telefono:
– Ciao Ludo! Allora stai tornando? –
– Sì Greta sono sull’autobus, tra poco sarò a casa. –
Greta è una delle poche vere amiche che ho incontrato da quando sono in città, si può dire che ormai siamo diventate migliori amiche. Ci siamo conosciute all’università, abbiamo la stessa età e frequentiamo entrambe il corso di biologia. Siamo entrate fin da subito in sintonia nonostante abbiamo due caratteri totalmente diversi: io timida, riservata, poco appariscente, lei invece estroversa, solare , vivace e con la voglia di stare sempre al centro dell’attenzione. Greta è una ragazza minuta, alta poco più di 1 metro e 60, occhi castani, dotata di un corpo grazioso, un bel seno proporzionato, un sedere armonioso, ama cambiare spesso colore di capelli, un biondo acceso al momento, e modo di vestirsi. Greta mi è stata molto vicina quando Giacomo mi ha lasciata, ed essendo anche lei una studentessa fuori sede mi ha subito proposto di trasferirmi a casa sua, visto che aveva in affitto un piccolo appartamento con una stanza in più. Pensando che mi avrebbe fatto bene vivere con un’amica, accettai e così siamo diventate coinquiline.
– Perfetto ti aspetto per cenare, un bacio! – e riattacca.
Mentre ero al telefono non mi sono accorta che il gruppetto di ragazzini si è avvicinato, cercando forse di attirare la mia attenzione. Poso il cellulare e guardo fuori dal finestrino infastidita, ancora qualche minuto e sarò a casa.
Finalmente ecco la mia fermata, mi alzo e scendo dall’autobus. Voltandomi noto uno del simpatico gruppetto che guardandomi mima il gesto del sesso orale, che stronzo.
– Sono a casa! – esclamo aprendo il portone.
Dal bagno compare Greta, che mi viene incontro abbracciandomi affettuosamente con addosso solo un asciugamano a coprire le sue nudità.
– Grè sei appena uscita della doccia? Stai bagnando tutta casa! – la rimprovero.
– Madò che palle che sei, non sapevo di essere andata a convivere con mia madre!-
– Che stronzetta, vabbè dopo pulirò io.. –
– Certo, altrimenti perché ti avrei proposto di venire a vivere con me? – ridacchia lei.
– Vaffanculo, grazie eh! – replico io
– Allora?? – mi fa lei ammiccando.
– Allora cosa?? –
– Stasera – continua mentre si avvia verso il bagno – non devi vederti con quello?? Il calciatore!! – risatina.
Matteo, un ragazzo romano che giocava a calcio in una squadra di serie C. L’avevo conosciuto su un’app di incontri che Greta usava, così tanto per, a suo dire, e che mi aveva fatto scaricare a forza sostenendo che avessi un immenso bisogno di conoscere gente nuova e di divertirmi.
– Sì – rispondo io un po’ seccata – stasera mi passa a prendere più tardi. –
– wow che entusiasmo! Dai che stasera ti diverti, sembra un figo e magari è pure ben dotato! –
– Greta ma che dici?? Neanche lo conosco, è la prima volta che usciamo!- rispondo io imbarazzata.
– Appunto poi domani mi devi raccontare tutto! –
La conversazione va avanti parlando ancora del mio fatidico appuntamento, se poi si può definire un appuntamento incontrare uno tizio conosciuto su un’app. A dir la verità non avevo voglia di dare troppa confidenza a Matteo, è un bel ragazzo, questo è vero, ma chattando non mi aveva colpita granché, ma Greta ovviamente si era subito impicciata sollecitandomi a uscire con lui.
Così dopo una cena fugace, in cui la mia coinquilina non ha smesso mai di parlare fantasticando su quello che sarebbe successo la sera, e una doccia veloce mi preparo per uscire. Greta ha insistito tanto perché mi vestissi in modo quanto più femminile, così ho scelto un vestito scuro con trama floreale lungo fino alle ginocchia e ai piedi un paio di sandali con tacco neri. Mettiti un bello smalto ai piedi, così se è feticista lo conquisti subito, aveva detto la mia amica. Feticista? Speriamo di no, ho pensato subito io, ma seguendo il suo consiglio ho scelto uno smalto rosso acceso. Mi guardo allo specchio incerta se legare o lasciare sciolti i miei lunghi capelli corvini. Decido di lasciarli liberi e rimango ad osservarmi. Con il mio metro e 75 e tacchi ai piedi sono abbastanza alta, e questo vestito mi sta proprio bene, è sobrio ma mette bene in evidenza la mia terza abbondante di seno e mi fa anche un bel culo, anche se non quanto quello di Greta. Il trucco seppur delicato valorizza i miei occhi azzurri e anche i lineamenti del mio viso. Mi volto di lato, di dietro, mi guardo in ogni minimo dettaglio e mi sento bella, comincia a venirmi voglia di uscire. Sono le 21.30, Matteo è arrivato. Saluto Greta che scherzosamente mi dice di non farmi rivedere a casa prima delle 3, prendo la borsetta ed esco.
Sono le 22.30 e la voglia che avevo un’ora prima ha lasciato il posto alla noia. Matteo si è presentato sotto casa con una bella macchina, un Audi se non erro, sportiva, un po’ volgare forse. Vestito con una t-shirt aderente, tanto da mettere in mostra un fisico di tutto rispetto, New Era in testa, pantaloncini e scarpe da skater, il tutto accompagnato da una dose massiccia di profumo. E’ fisicamente un bel ragazzo ma non ci è voluto molto per farmi capire che non è il mio tipo. In poco meno di un’ora è riuscito a fare un elenco di almeno una decina di ex, fissarmi costantemente le tette (sebbene coperte dal vestito non molto scollato), bere 2 boccali di birra e parlare solo di sé, di calcio, del contratto che stava per firmare per giocare in una non-so-quale squadra di serie B, delle ragazze che gli vanno dietro, facendo di tanto in tanto riferimenti poco impliciti sulle sue presunte doti a letto.
Guardo il telefono, sono appena le 23.15, che serata deludente. Guardo in alto la luce spenta al quarto piano della palazzina dove vivo, strano che Greta sia già a letto, meglio così, almeno non dovrò raccontarle la mia gran serata. Stufa del narcisismo di Matteo ho presto chiesto di essere riaccompagnata a casa con la scusa di sentirmi poco bene. Durante il tragitto in macchina lui era eccitato, forse si aspettava qualcosa da me, tutto ciò che ha ottenuto un bacio sulla guancia e un grazie per la bella serata , bugia. Dalla sue espressione non credo che ce ne sarà un’altra, ben venga.
Entro nella palazzina e salgo con l’ascensore. Ricordati che Greta sta dormendo, non fare rumore, mi dice una vocina dentro di me, così mi sfilo i sandali e apro piano la porta. Mi faccio luce con la torcia del cellulare cercando di andare dritta nel mio letto per mettere fine a quella penosa giornata quando mi accorgo di non essere sola. Un rumore, uno schiocco secco e un urlo di voce di donna, quella di Greta, poi un’altra voce, forte, decisa, autoritaria, una voce maschile. Cercando di fare il minimo rumore, a piedi nudi mi avvicino alla porta socchiusa della stanza della mia coinquilina, spengo la torcia e sbircio dentro. Due figure si materializzano nella penombra di una lucina fioca, quasi due fantasmi, non riesco a capire, rimango ad osservare, mentre sento il cuore che comincia a battere più forte, cosa sto facendo? Mi sento una spia, una ladra, ma una curiosità mai provata prima mi spinge ad affacciarmi meglio e quello che vedo mi fa gelare il sangue nelle vene.

Note finali:

Molto presto il secondo capitolo. Se volete contattarmi per consigli, commenti o altro potete farlo attraverso il sito, cliccando sull’apposito link. Fatemi sapere cosa ne pensate e se volete che prosegua anche i miei vecchi racconti.

 

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L'anniversario di matrimonio di Elena by IlMontenegro [Vietato ai minori]




L’anniversario di matrimonio di Elena di IlMontenegro New!

Note:

Questa è una fantasia di Elena, una mia lettrice.
Se avete fantasie o avventure che volete vedere trasformate in racconti scrivetemi qui: IlMontenegro@gmail.com

Elena era una donna sulla cinquantina. Capelli lunghi fino alle spalle, biondi, tinti. Abbastanza alta, con un corpo snello, ventre piatto e culetto sodo. Una terza di seno con delle tonde e rosee areole e come ciliegina sulla torta due vere e proprie ciliegie di capezzoli.
Era sposata con Marco, e quel giorno era il loro anniversario di matrimonio, così il marito le disse di mettersi qualcosa di sexy, perché l’avrebbe portata fuori a cena.
Elena andò a prepararsi. Si fece una doccia, si depilò e lasciò una bella linea di peli scuri sopra la figa. Indossò un perizoma che il marito le aveva regalato diverso tempo addietro, prima che lei rimanesse incinta. Lo tirò su per le lunghe gambe e si accorse con stupore che copriva a malapena le grandi labbra, lasciando completamente scoperto il clitoride e la strisciolina di pelo. Decise però di lasciarlo per stupire ed eccitare il marito. Una volta truccata si infilò il vestito, stretto, bianco, che lasciava la schiena nuda ed essendo senza reggiseno doveva stare attenta ai movimenti per non rischiare che le tette uscissero di lato. Inoltre aveva un vertiginoso spacco ben oltre la coscia, che in combinazione col perizoma striminzito non lasciava assolutamente nulla all’immaginazione, ma lei di questo si accorse solo quando dopo aver messo un paio di scarpe col tacco alto, bianche anch’esse, raggiunse il marito che la chiamava insistentemente ormai da un po’; fece giusto in tempo a realizzare il perché di quello sguardo che lui l’aveva già presa per un braccio e fatta uscire di casa.
Presero l’ascensore e scesero di sotto. Elena aveva paura di incrociare qualche coinquilino o che il portiere potesse vederla così conciata. Arrivati al piano terra trovarono il grassoccio portinaio, scorbutico e antipatico come sempre. Il marito le lanciò un breve sguardo e quasi rise. SI fermò proprio davanti a lui per salutarlo, mentre Elena sprofondava nella vergogna, dato che il riflesso della luce rendeva ben visibile tutto il suo corpo, ma soprattutto si notava molto bene la passera perché inavvertitamente qualche pelo aveva trapassato il vestito, di questo lei si accorse grazie al sorrisetto del portinaio che dopo aver salutato il marito, mentre si avviavano all’uscita l’aveva chiamata con una scusa e le aveva detto:” Ci vediamo in settimana troietta, ti farò pentire per la tua arroganza.” Elena allibita raggiunse il marito, e senza dire una parola salì in macchina.
Arrivarono in una bettola. A Elena non piaceva ma entrando cambiò quasi idea, anche se vide subito che non era frequentata da gente troppo rispettabile. Si sentì subito gli occhi addosso, si irrigidì cercando di farsi notare il meno possibile. Scoprì che il cibo era buono e si distrasse per un momento, si inclinò un centimetro di troppo verso il tavolo e l’areola del seno destro fece capolino. Marco, forse distratto non se ne accorse, ma tre uomini seduti al tavolo vicino non se lo persero ed Elena si sentì ancora più osservata, si accorse del perché e si sistemò. Diede un’occhiata al tavolo dei tre uomini che non si facevano troppi scrupoli a fissarla nonostante la presenza del marito. Erano due uomini caucasici sulla cinquantina e un ragazzo di colore. Elena non diede troppo peso al cenno che gli uomini fecero al marito. Conclusero la cena e si alzarono per andare a pagare il conto. Elena poteva percepire come veniva mangiata con gli occhi da tutti ma notò anche che i tre uomini di prima se n’erano andati.
Uscirono e il marciapiede era appena illuminato. Suo marito le propose una passeggiata, Elena nonostante la paura per il quartiere poco raccomandabile accettò, si aggrappò al suo braccio e si incamminarono. In qualche minuto si trovarono davanti ad un vecchio cinema con le luci dell’insegna quasi tutte fulminate, sembrava in disuso ma una fievole luce dall’interno indicava che era aperto. Suo marito volle entrare, Elena un po’ spaventata cercò di opporsi, il marito la rassicurò ed entrarono. Il posto era semi buio ma si poteva comunque percepire che fosse sporco. Al bancone trovarono una vecchia che senza neanche guardarli diede i biglietti al marito. Entrarono ed Elena notò un po’ sorpresa che la scena raffigurava una donna che si dava da fare con due uomini, e capì che si trattava di un film porno. La sala era buia ma si riuscivano ad intravedere le ombre di tre uomini, uno in fondo e due davanti. Lei e suo marito si sedettero nella fila centrale e si misero a guardare il film. I due uomini seduti davanti si spostarono ai lati della fila in cui erano Elena e suo marito, lei non ci diede troppo peso finché uno dei due si sedette vicino a lei. In quel momento il marito le disse che non si sentiva troppo bene e che doveva andare in bagno, non appena uscito dalla sala l’altro uomo prese il posto di suo marito. Elena era spaventata. Si accorse che i due uomini erano i due cinquantenni che erano seduti nel tavolo vicino al loro a cena. Mentre iniziava ad andare nel panico si sentì prendere per le tette, era il ragazzo di colore che era seduto in fondo alla sala e nel frattempo si era avvicinato.
I due al suo fianco le tenerono le mani ferme, Elena si dimenava e cercava suo marito con lo sguardo ma senza trovarlo, come se non bastasse la situazione la stava eccitando ed iniziò a bagnarsi. In un attimo il ragazzo dietro prese il laccetto dietro il collo che teneva su il vestito e lo slacciò. I due al suo fianco con la mano libera si fiondarono a palparle le tette e a succhiarle i capezzoloni mentre Elena dibatteva le gambe ormai più per scena che per vero dissenso.
La fecero alzare prendendola per le braccia, il ragazzetto li precedeva e la scortarono nei cessi. L’aria era maleodorante ma Elena non fece quasi in tempo a respirarla che subito uno dei due uomini prese a baciarla per poi scendere sulle tette, mentre l’altro le toglieva definitivamente il vestito e lo usò per legarle i polsi. Videro il piccolo perizoma e tra un insulto e l’altro glielo tolsero ed infilarono in bocca per attutire quelli che ormai, da proteste, erano diventati gemiti. Nel farlo le tirarono su la testa e così Elena vide che il ragazzetto in disparte le puntava il telefono che lampeggiava ripetutamente il flash. I due vicino a lei cominciarono a torturarla incuranti dei rumori di schiaffi e dei forti gemiti della donna. Quando uno le mise la mano tra le gambe con l’intento di martoriare il piccolo clitoride si accorse di quanto fosse bagnata. Stava praticamente gocciolando. Fece cenno agli altri due. Il ragazzo di colore poggiò il telefono su un lavandino in videochiamata, dall’altra parte, Marco, il marito di Elena, in macchina, col cazzo in tiro per via delle foto che si era goduto poco prima, ora lo tirava fuori dai pantaloni ed iniziava a masturbarsi guardando la moglie che veniva fatta mettere in ginocchio dai tre. Le tolsero il perizoma dalla bocca ed iniziarono a farsi succhiare a turno. Così Elena li distinse come “Lungo” e “Largo,” i due cinquantenni, e “Anaconda”. Il ragazzo tra le gambe aveva una mazza a dir poco notevole, e quando fu il suo turno di farsi succhiare lei lo prese con due mani e mentre lo masturbava prese in bocca la cappella. Lui le tolse le mani e gliele tenne dietro la testa, così le scopò la bocca, quasi la soffocò e le fece venire conati di vomito. Dopo una quindicina di minuti la presero e la spinsero dentro uno dei cessi, le misero la testa dentro la tazza e a turni la scoparono come ossessi. Elena ormai aveva perso il controllo di se, e la cosa le piaceva da morire. Ci volle poco prima di essere pervasa da un orgasmo dopo l’altro. Il dolore che le diede “Anaconda” quando arrivò il suo turno la fece godere ancora di più. Una volta finito, stremata si accasciò vicino alla tazza del cesso. Era talmente ricoperta di umori che era convita fossero venuti tutti e tre, ma si sbagliava. “Lungo” si sedette sulla tazza, “Largo” prese Elena e la tirò in piedi per poi farla sedere sull’amico che senza pensarci due volte glielo infilò tutto nel culo. Lei cominciò a godere di nuovo quando “Largo” le prese le gambe le allargò e poggiandosi alla parete dietro di lei entrò in quella fighetta scura che sgorgava umori come poche volte in vita sua. Quando “Lungo” le venne nel culo, “Largo” la prese e la sbatté chinata sul piano del lavandino. Con la strada ormai spianata la sodomizzò anche lui. Il marito intanto, si godeva il primo piano della moglie con la testa che dondolava sotto ai colpi feroci di quell’uomo e la faccia stravolta dagli orgasmi e dal dolore per i forti schiaffoni che riceveva incessantemente sul culo. Quasi senza accorgersi si venne in mano, ma non gli si ammosciò neanche, era pronto a godere di nuovo. “Largo” dopo venti minuti buoni concluse sborrando anche lui nel culo della troia. Elena era sfinita. Quando sentì la gonfia cappella di “Anaconda” poggiarsi sul suo buco del culo avrebbe voluto protestare, ma un po’ per stanchezza e un po’ per la profonda voglia che aveva di provarlo dentro lo lasciò fare. Tutta la sborra degli altri due non era sufficiente a lubrificare abbastanza quel buco sfondato, ma ad “Anaconda” non importava. Elena lo sentì spingere ed entrare con la cappella. Urlò forte, e continuò ad urlare fino a rimanere senza fiato perché lui non aveva intenzione di fermarsi. Lento ed inesorabile le mise tutto il cazzone turgido dentro. Quando lei sentì le palle toccarle la figa ebbe un attimo di sollievo ma durò poco, perché lui subito prese a fotterla veloce e forte. Il marito pieno di eccitazione sentiva il forte schioccare del pube del ragazzo che colpiva il culo di sua moglie. Vennero tutti e tre insieme.
Elena si riprese pochi minuti dopo, era seduta, poggiata con la schiena sul muro del bagno. I tre erano spariti. Le loro tracce no. Aveva un miscuglio di sborra e umori che le erano colati fino ai polpacci. Sfilò i polsi dal vestito che ormai era ridotto uno straccetto, cercò comunque di coprircisi; non riuscì a trovare il perizoma, probabilmente uno dei tre se l’era portato via come ricordo della serata. Uscì dai bagni e vide che il marito la aspettava con la macchina proprio lì davanti al cinema. Salì in macchina, il marito la osservò e mettendo in moto sorridendo le disse: “Buon anniversario.” Poi le spiegò che c’era anche un secondo regalo: il portinaio che in settimana l’avrebbe fatta sua schiava.

Note finali:

Chissà che presto potrò raccontarvi anche questa storia.
Spero inoltre che Elena mi racconti avventure già avute con il cornuto di suo marito, oltre alle sue fantasie.
Marco, quella porcona di tua moglie, per ringraziarmi di aver scritto il racconto, mi ha promesso che me l’avresti concessa come schiava, oltre al permesso di fare sexting tutte le volte che voglio. Io e tutti i lettori non vediamo l’ora. So che ti sei eccitato a leggere di tua moglie scopata da altri, quindi non farmi aspettare e contattami.

 

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Togliersi l'insicurezza by Idraulico1999 [Sentimentale]




Quella sera era la festa del ventisettesimo compleanno del suo amico Matteo e alle nove della sera, così intanto che Chiara bussava già all’accesso della villa al suo arrivo ci penso Giosuè ad aprirle, precisamente il fratello minore. Chiara lo conosceva da tanto tempo, lui aveva ventidue anni anche se ne dimostrava molti di più, in ogni caso lei lo reputava ancora un bambino, eppure dal momento che lei aveva messo piede in casa Giosuè non aveva fatto altro che squadrarla con dovizia e con uno spropositato languore, fissandola insistentemente provocando in Chiara un leggero imbarazzo, però anche una punta d’inatteso compiacimento e d’insolita eccitazione.

All’età di venticinque anni, invero, Chiara non aveva ancora appreso né conosciuto l’amore d’un uomo, in quanto non percepiva la sua verginità come un peso, tuttavia ne coglieva viceversa la reale apprensione e la fondata paura verso gli uomini, perché anni addietro era stata vittima d’un vile tentativo di violenza e l’unica idea del tocco d’un uomo che aveva avuto era stata sennonché quella brutale e malvagia, dettata e imposta dagl’impulsi e dagl’istinti più profondi. Lei non voleva unicamente questo, ambiva e desiderava di poter decidere lei quando, dove e che cosa fare, e soprattutto con chi concedersi e abbandonarsi.

Lo sguardo di Giosuè, con il suo corpo perfetto modellato da sette anni di pallanuoto, assieme al volto ancora da bambino, iniziavano a provocare in lei fantasie come mai prima d’ora. Erano circa le ventitré, la festa andava avanti da due ore e per tutto questo tempo Chiara aveva avuto un pensiero fisso e logorante per la testa, ovverosia sentirsi stretta tra le braccia di quell’inconsueto e novello uomo bambino. Dentro la villa si sentiva soffocare, aveva bisogno d’uscire, così andò così in giardino camminando per l’ampio spazio verde cercando di far sfumare tutti quei pensieri che le ingombravano la mente, quando s’accorse di non essere sola lì fuori. Giosuè l’aveva seguita e adesso era dietro di lei, giacché continuava a guardarla intensamente, come per voler contemplare il bel corpo oltre il sottile abito. Chiara si voltò e incontrò lo sguardo del suo giovane amico, laddove un tratto di distintivo e reciproco imbarazzo si percepiva nell’aria. Giosuè s’avvicinò, le afferrò la mano facendole intendere di seguirlo, la condusse in un punto ben nascosto dallo sguardo altrui tra alcuni alberi e un muretto che separava la sua villa da quella vicina, poggiò le spalle contro il muro e con una decisa dolcezza tirò a sé Chiara. In questo momento ambedue erano stretti e si guardavano fissi negli occhi, in seguito quando Giosuè avvicinò la bocca all’orecchio Chiara limpidamente sussurrò:

“Chi lo avrebbe mai detto”.

Il respiro sottile vicino al collo e la voce giovane provocarono un brivido che percorse la schiena della ragazza, poi improvvisamente quelle focose labbra s’unirono. I baci di Giosuè erano piccoli e brevi, poi sempre più brodosi, fin quando Chiara sentì la lingua di Giosuè scivolare dentro la bocca e incontrare la sua. Lei gustava avidamente i suoi baci e lui sentiva che era la lingua di lei a muoversi inizialmente lentamente e delicatamente, in seguito in modo più frenetico, perché al momento era lei che conduceva il gioco. Giosuè si staccò improvvisamente dalla bocca accennandole un sorriso soddisfatto, poi iniziò a solleticarle il seno, spostò il vestito e ne strinse delicatamente uno nella sua mano, adesso il respiro di lui sfiorava il petto, poi Chiara avvertì le labbra stringersi intorno al capezzolo e la lingua accarezzarlo fino a renderlo grosso. Giosuè le toccava le natiche e l’avvicinava ancora di più a sé, Chiara sentiva il cazzo che premeva contro la sua zona inguinale, dopo avvicinò una mano alla stoffa dei pantaloni e avvertì la voglia di lui d’essere toccato. Tolse la cintura, sbottonò le braghe e lasciò scivolare la mano all’interno avvertendo chiaramente quel cazzo diventato duro, perché discostando i pantaloni lo vide lì ergersi nel suo vigore:

“Toccami, ti prego, continua, sei stupenda Chiara” – disse lui accalorato, respirando più affannosamente contro il suo petto.

Chiara osservava stralunata però bendisposta quella parte del corpo, era bello, giovane e forte, lo sfiorava con le dita per tutta la sua lunghezza sondandolo con accuratezza e curiosità, la pelle era sottile, poi lo agguantò prese e iniziò a donargli piacere. Giosuè fremeva, sragionava per quello che gli stava accadendo mentre continuava a nascondere il volto tra i seni di Chiara, in seguito le sollevò il vestito e incominciò a toccarle le cosce, i glutei, poi si spinse verso quel luogo segreto che nessuno mai aveva conosciuto né visitato prima. Il perizoma era soltanto un piccolo ostacolo, Chiara sentiva le sue dita, prima sulle grandi labbra, poi spingersi sempre più verso il clitoride, Giosuè la massaggiava con una dolcezza frenetica, mentre la mano di Chiara scorreva veloce sul suo cazzo. Il respiro di Giosuè diventava sempre più forte, Chiara sentiva la mano bagnata delle sue stesse secrezioni, mentre lui gemendo più deciso le chiedeva:

“Fattela leccare, dai, ce l’hai meravigliosa, mi piaci tantissimo, inoltre hai un bel profumo”.

Chiara lasciò momentaneamente il cazzo e poggiò le spalle al muro, lui iniziò a baciarle l’inguine, nel tempo in cui ancora la massaggiava avvicinò la bocca, dopo le afferrò il volto con entrambe le mani e disse:

“Vieni su di me, così lo sentirai per bene, fidati”.

Chiara lo baciò ancora, adesso percepiva manifestamente le dita di Giosuè che la sfioravano, lei spingeva il bacino indietro come per volersi allontanare, poi captò distintamente l’utero sussultare e infine godette, perché un’onda tumultuosa l’invase sbaragliando e scardinando le sue residue difese, sconvolgendole appieno le membra: quell’orgasmo poderoso, il primo, l’aveva insperatamente e meravigliosamente travolta facendola volteggiare. Quella sera si erano concessi soltanto piacere, anche se in modo frammentario, incompleto e lacunoso, successivamente si baciarono un’ultima volta come per contrassegnare siglando in ultimo la loro formidabile e innegabile alleanza, però etichettando anche il loro addio. In secondo luogo tornarono dentro la villa tra gli altri invitati poiché la festa era già finita, eppure quella sera e quella circostanza incise segnando notevolmente in modo totalmente insperato il comportamento di Chiara, ma condizionandone in modo positivo provvidenzialmente la sua vita futura.

Lei, invero, per mezzo di quel piccolo uomo, aveva battuto e superato un’inquietudine, era riuscita a sbaragliare quell’intrinseca paura che l’attanagliava, giacché aveva iniziato ad assaporare finalmente quel piacere fisico del quale si era perennemente per lungo tempo privata.

Adesso, effettivamente, non aveva più paura, perché poteva iniziare a divertirsi e a vivere pacificamente e serenamente in maniera appagante la sua individuale sessualità.

{Idraulico anno 1999}

 

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